serial kitchen

SERIAL KITCHEN – SECONDA PUNTATA

3. UN TOAST

– Cazzo c’ho fame! Oggi ho mangiato cazzi…
– ‘A chef, si tu vvoi, te preparo quarcosa…
– No Cotù, non ti preoccupare, mo me magno quarcosa
ar volo…solo che qua nun ce stà ‘n cazzo, nun ce stà!
– Ma scusa, ma te lo sai che tutte le cose le famo ar
momento…dimme che vvoi, che t’a faccio!
– Lascia stà, mo me faccio ‘n toast.
– Ma vaffanculo, và!

“…il ristorante assomiglia ad un circo, ad un teatro dove va in scena
uno show che non ammette irruzioni del privato.
Noi cuochi non possiamo mai piangere
anche quando abbiamo la morte nel cuore…
Non c’è spazio per la nostra solitudine in cucina…”

Anthony Genovese – ristorante Il Pagliaccio – Roma

4. COTTURA PERFETTA!

Seduto in questa stanzetta, a D. Barberi sembra di essere in un film: pareti spoglie, uno specchio rettangolare al muro che occupa la parete nel senso della lunghezza, un tavolino in fòrmica al centro con due sedie delle quali una è occupata da lui. Un attaccapanni dietro alla porta.
Sicuramente dietro lo specchio c’è qualcuno che lo osserva, come nei film polizieschi americani. Osservano i suoi movimenti, le sue reazioni alla situazione tra l’altro quasi indifferenti. Si guarda in giro Barberi ma smette quasi subito, anche perché non c’è un granchè da vedere. Per una sorta di narcisismo si guarda per un attimo allo specchio. Capelli scomposti e schizzati e la barba ben fatta, guarda caso ha fatto quello che ha fatto con la faccia sbarbata e la coscienza pulita.
D. Barberi prova a immaginare quello che lo aspetta, proprio come nei film. Adesso qualcuno entrerà dalla porta accanto allo specchio, forse una o due persone, più probabile due perché lo ritengono pericoloso. Uno di loro gli si siederà di fronte, forse gli offrirà una sigaretta, che non accetterà, per metterlo a suo agio e poi gli farà delle domande, aprirà una cartella con dei fogli dentro e cercherà di studiarlo in base alle risposte che gli fornirà, come se ci fosse chissà quale assurdo motivo per giustificare il suo gesto, la sua reazione così estrema.
In fondo Barberi che cosa ha fatto di male? Ha fatto quello che riteneva giusto fare in quel momento, quello che gli passava nel cervello. Perché riteneva giusto eliminare un fastidio come se fosse stato un brufolo da spremere, la gioia suprema che si prova nel farlo davanti ad uno specchio, adolescenziale memoria.
Forse è stato un po’ troppo estremo, questo bisogna ammetterlo, ma rincorrere un cameriere con un coltello in mano e finirlo contro un muro, con il sangue che sporcava la parete, quel momento ha procurato in lui gioia. Anche se subito dopo quel gesto non guardava più a quella soddisfazione come a qualcosa di superlativo anzi, considerava la cosa come fanno i bambini quando il loro giocattolo è rotto: lo buttano via o lo mettono da parte e cominciano a pensare ad altro.
Barberi ha continuato a cucinare come se niente fosse, come se gli sguardi dei suoi colleghi esterrefatti fossero privi di significato.
– Allora? Che cosa avete? Non è successo niente, continuate il vostro lavoro. Cotù, il tuo tataki si sta cuocendo troppo. I clienti aspettano.
Ma da loro Barberi non aveva ottenuto risposta se non un mutismo e un immobilismo tale che lo lasciarono un po’ perplesso. Era la prima volta che i suoi ragazzi gli disobbedivano. Era la prima volta che i suoi ragazzi disattendevano ad un comando del loro chef. Il tataki continuava a sfrigolare nelle padella e stava cominciando a perdere quella che lui chiamava “unghia”, vale a dire lo spessore di tre millimetri tra la parte esterna perfettamente cotta e di colore marrone, e la parte interna, quella centrale, completamente cruda e rosso sangue.
Guarda ancora Cotugno con aria di stizza. Uno sguardo che è un rimprovero mentre lui continuava a rimanere fermo, anche gli altri erano fermi. Miluzzi gli si è avvicinato, è il primo a muoversi. Prende la padella e la sposta dal fuoco.
– Tè stai de fori, a Barbè! – gli dice arrotolando il filetto di tonno nella carta assorbente. Poi lo passa nel pepe nero, lo taglia a fettine e lo mette nel piatto attorno al riso con la conditella. Erba cipollina e un goccio di olio extravergine.
– Cottura perfetta! – gli fa Barberi mentre appoggia il piatto sul pass e lo finisce con la gelatina allo sherry e la caramella alla menta.
Renzo è steso per terra. Il sangue comincia a formare un rigagnolo che si avvicina allo scarico della cucina, quello che serve per raccogliere i liquidi quando lavano per terra.
Barberi suona il campanellino per chiamare i camerieri.
– Che dici, dovemo chiamà qualcuno? – gli fa Cotugno.
– Per me può anche rimanere lì – gli risponde.
Intanto si apre la porta della sala. Stefoni e Saulle si avvicinano al pass, il Punk continua a fare i calzoni alla barese, versione riveduta e corretta dalle loro menti criminali.
– Aò, ma se pò sapè ‘ndò cazzo stà Renzo? – urla sbracciandosi Lo Russo il maitre – mò m’ha proprio rotto li…
La sua frase rimane spezzata a mezz’aria quando gira la testa e lo vede accasciato per terra, la testa chinata sul petto e piegata leggermente da un lato, la camicia sotto la giacca con una macchia rossa di sangue enorme e il liquido color ruggine sul pavimento.
Barberi si pulisce le mani nello strofinaccio mentre guarda Lo Russo che guarda Barberi.
– Sono cose che succedono – gli dice.
Lo Russo non dice una parola. È diventato in un attimo bianco. Barberi ritorna dietro ai suoi fornelli, sul pass si sono accumulate le comande e bisogna far uscire gli altri piatti della signora Gassier. Anche gli altri ritornano dietro ai fornelli, un filino soddisfatti della cosa, li conosce bene. Lo Russo sparisce da dove era venuto probabilmente sparato a chiamare la polizia o qualcosa del genere.
Barberi si gira a guardare il Punk che ricambia il suo sguardo, poi ritorna al suo lavoro scuotendo la testa con un sorriso sulle labbra.
Ormai quello che è fatto è fatto e non si può più tornare indietro. Tanto vale continuare a cucinare in attesa delle sirene.

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Antonio Bufi

Antonio Bufi nasce in quel di Molfetta, una ridente cittadina che si affaccia sull’Adriatico, una manciata di anni fa. Dopo aver provato a far volare dal balcone aeroplanini fatti con i fogli su cui scriveva i sui pensieri imberbi, rimane folgorato come Paolo sulla via di Damasco dalla buccia di limone che sua madre usa per la crema pasticcera...

Valentina Pelizzetti

Valentina Pelizzetti nasce in quel di Torino, una verde cittadina attraversata dal Po, pochi anni dopo Antonio. Dopo aver sognato invano di essere la Carla Fracci de' noiartri si scrive ad architettura...