serial kitchen

SERIAL KITCHEN – TERZA PUNTATA

5. PRIMO PIATTO. ASSAGGINO

– Ma ti sembra una pasta mantecata, questa? Mi sembrano delle cose che se ne vanno per i cazzi loro…e la salsa? Ma non dà di un cazzo, non dà…
– E non so, chef, forse che c’ho la bocca un po’ disordinata e non sento i sapori…
– Tu non senti il cazzo, non senti…dammi qua questa cazzo di padella…la pasta la devi saltare così, vedi? Così e così e così…non ti devi fermare, cazzo! Quando ti ammazzi di seghe ci vai giù di brutto. Perché cazzo con la pasta no! Vedi? Vedi? Questa bavetta sui bordi, tutto l’amido…come quando te stai a venì…la pasta è pronta. Tò, assaggia…senti come ti lascia le labbra unte? Sembra che ti sei fatto ‘na leccata de figa…coglione!
– Aò, quanno dai ‘ste spiegazioni così, sei il massimo!
– E’ logico, se non parlo con cazzi e fighe, voi non mi capite manco per il cazzo!

“C’è del sensuale, nel taglio del coltello.”
Gualtiero Marchesi

6. ALLORA SUONA LA SVEGLIA

Perché è successo tutto questo?
A questo pensa D. Barberi rinchiuso in questa stanzetta in attesa del giudizio!
Il fatto è che molti di voi, non hanno per niente idea di quello che succede all’interno della cucina di un ristorante. Voi ve ne state tranquillamente seduti al vostro tavolo, magari in compagnia di una donna o di qualche carissimo amico, magari state per firmare qualche accordo importante o siete soli, e sorseggiate un magnifico bicchiere di Amarone di Valpolicella Costasera o un Borgogna o un calice di Falanghina e affondate i denti in un filetto di manzo al sangue; oppure succhiate il carapace di un gambero violetto crudo leggermente marinato con olio e succo d’arancia e spalmate su una fettina di pane leggermente tostato una terrina di fegato di merluzzo con un goccio di olio di oliva di prima spremitura, con il suo profumo denso e levigato; siete lì che confabulate e le vostre parole scorrono sempre più veloci a seconda della quantità di vino che versate dalla bottiglia al bicchiere e dal bicchiere direttamente nella vostra gola, e dalla vostra gola al vostro cervello e andate avanti così fino a raggiungere il dessert e degustare un bicchierino di Passito di Pantelleria e poi un caffè, un altro biscottino, magari un cantuccio, perché no un bicchiere di Vin Santo… e intanto le vostre dita si avvicinano lentamente a quelle della donna che avete invitato a cena, le chiacchiere con i vostri amici si trasformano in risate sguaiate, il contratto che avete appena firmato vi sembra onesto e pensate, con la mente annebbiata e soddisfatta, di aver concluso un ottimo affare. Il maitre si avvicina e vi offre una grappa al mirto specialità dello chef, o un liquore alle mele cotogne, o un digestivo al basilico.
Voi che fate ? accettate per non sembrare scortesi.
Poi ne chiedete un altro mentre il cervello è diventato un porto fumoso in cui i pensieri sono delle barchette che dondolano sempre più freneticamente contro le pareti della vostra ragione, le labbra della vostra compagna sono sempre più vicine e pensate che stanotte ci saranno scintille a letto e non vi interessa un fico secco di quello che lei sta dicendo, volete solo arrivare al dunque ma anche lei è annebbiata e vi fa il piedino sotto il tavolo, i discorsi con i vostri amici sono sempre più difficili da seguire e dentro di voi si insinua il pensiero, come un tarlo che vi rode, che l’uomo con cui avete appena concluso il miglior affare di questo mondo vi abbia preso per i fondelli; chi ha mangiato da solo è rimasto solo e malinconico, e nemmeno il sorriso di una bella e gentile cameriera è servito a tirargli su il morale.
Arriva l’ora in cui tutti quanti, pagato il conto dovete andare via e vi scambiate i biglietti da visita.
– Arrivederci! Arrivederci!
Il maitre vi accompagna alla porta, e una volta in strada tutti voi dite:
– Però, abbiamo mangiato bene stasera!
E non vi siete accorti che per tre ore almeno, la cucina che era alle vostre spalle è stato un vero e proprio girone dell’inferno.
E di sicuro deve esserci un girone in cui il caldo è simile a quello della cucina, luogo in cui lo sferragliare di padelle affettatrici e coltelli sempre affilati contro il dorso di un acciaino, fanno da cornice a quanto di sublime possa esistere sulla faccia della terra: creare.
E se la creazione non fa parte di questo mondo terreno, di sicuro i cuochi sono dei demòni. E cosa sono i demòni se non degli angeli caduti?
Ecco perché si sentono un po’ vicini a Dio.
E magari anche a Lucifero.

Il mestiere del cuoco non è proprio come quello di un impiegato di banca, delle poste o di qualsiasi altro ufficio pubblico o privato, in cui si esercita la propria professione per un massimo di quaranta ore settimanali. Il cuoco è sottoposto a notevoli sforzi quotidiani per mitigare lo stress e per non sentirsi stanco ancora prima di essere uscito dal letto.
Ogni mattina la sveglia di D. Barberi dovrebbe suonare alle otto e venti, e difatti ogni volta che va a dormire la punta a quell’ora. La sveglia è quella del telefonino perché, siccome sa che il telefonino gli serve, non lo lancia contro il muro o fuori dalla finestra com’è successo ad altre sveglie nel corso di diciotto anni. Il fatto è che, siccome di fronte casa sua c’è un istituto scolastico gestito da suore, alle sette e mezza ci sono già i bambini che vanno e vengono, il cancello che sbatte, la solita suora che risponde al citofono con questo Chi è? del cazzo ripetuto sempre due o tre volte perché non ci sente, le mamme che fanno capannello sotto il balcone con l’accento da borgatare e gridano e poi si vanno a fare il caffè al bar e intanto continuano a gridare, e lui prima che suoni la sveglia è già fuori al balcone che le guarda con i capelli spettinati e vorrebbe spiegare loro che vorrebbe dormire, che è ancora troppo presto per lui, che avrebbe bisogno almeno di altri cinque… dieci minuti, per favore!
Tutti i santi giorni così, da tre anni.
Tranne la domenica.
Barberi non lavora il sabato e la domenica. Però la domenica le suore organizzano un pranzo all’aperto nel loro giardino a cui fanno partecipare i volontari e le persone che non hanno un lavoro o barboni, e fin qui niente di male se non fosse che alle nove e trenta comincia la messa, sempre all’aperto, con microfoni e amplificatori officiata dal prelato di turno quasi sempre straniero, e lui si sveglia con il coro stonato degli angeli e le parole del Vangelo e vorrebbe scendere e fare una strage, mentre il prete continua a dire la sua omelia. Allora si gira e si rigira nel letto fino a che sconfitto, si alza, prende un caffè, rulla uno spinello, e stordito ritorna a dormire o va a Villa Pamphili che gli sa che è meglio.
Ogni santa domenica.
Per tre anni.

Allora suona la sveglia.
Otto e venti.
Barberi ritorna dentro e si guarda nello specchio del bagno.
Ogni mattina fa sempre più schifo di prima.
Il bello è che masochisticamente si guarda anche prima di andare a dormire per poi fare il confronto la mattina seguente. Risultato: una faccia da tossico aveva la sera, e una faccia da tossico stravolto si ritrova la mattina. Peggio di così…
Cominciano a venirgli tutti i complessi possibili e immaginabili: che lavora troppo, che mangia poco, che fuma eccessivamente e non le sigarette, che dovrebbe scopare un po’ di più. Vaffanculo… e va a farsi il caffè.
Miluzzi, che dorme nella sua stessa stanza ha appena cominciato a russare, si è girato a pancia in su e lui ha il naso grosso e non respira bene, dice che ha le croste nel naso, si è anche operato ma pare non gli abbia fatto granché. La sera Barberi deve sempre ricordargli di girarsi su un fianco sennò non riesce a dormire, nonostante la stanchezza e le canne. Apre il mobile sul lavandino, tira fuori la caffettiera decrepita, la riempie e la mette in bilico sul fuoco perché il fornello è troppo grande e non si appoggia come dovrebbe, si ricorda che sotto il lavandino c’è il secchio da svuotare perché la guarnizione dello scarico è saltata e il proprietario dell’appartamento non ne vuole sapere, e figuriamoci se si mette pure a fare l’idraulico. Intanto esce il caffè. Se non è in grado di muovere bene le mani per via del suo rincoglionimento e non perché la caffettiera è appoggiata male, cerca di stare attento.
Di solito cade.
E già comincia male con il caffè sui fornelli e sui bordi della lavatrice e sui muri e il suo solito: oh santoddio perchècazzo proprioame!
Va in bagno.
Si rade.
Almeno l’aspetto migliora.
Almeno quello.
Suona la sveglia del Miluzzi alle nove meno dieci. Nessuno dovrebbe perdersi questo spettacolo: salta sul letto, apre la tapparella e comincia a urlare:
– SONOFUORIDIMEADESSOMIBUTTOMIBUTTO – poi si lancia sullo stereo e lo mette a palla tipo Origin of Simmetry dei Muse, ritorna alla finestra, si mette a cavalcioni sul balcone e ricomincia a gridare.
– MIBUTTOGIU’MIBUTTOGIU’ – e Barberi che deve gridare per farsi sentire con lo stereo altissimo:
– GUARDA CHE DAL SECONDO PIANO NON TI FAI UN CAZZO !
Lo guarda.
Gli sorride.
– E’ VERO – gli fa Miluzzi, e si mette a saltare sul letto.
La gente di sotto si ferma a guardare. Barberi pesca i suoi vestiti dalla sedia che ha vicino al letto, di solito maglietta e pantaloni neri, si veste e lo guarda.
Lui continua a saltare e a ridere.
E’ un folle!
Se non ci fosse stato Miluzzi, si sarebbe suicidato lui.

Mentre scende le scale, Barberi si rende conto casco in mano che non ha ancora realizzato che ieri sera si è stravolto di vino con il Nano e il Lungo.
Arrivano al Sambada che già sono mezzi sconvolti. Fanno tutti e tre dei lavori abbastanza pesanti, quindi la stanchezza, unita ad una canna, fa il suo effetto sulla loro mente labile, oltre che sul fisico.
Il Sambada è un localino in cui servono tapas e altre amenità culinarie spagnole anche se abbastanza commerciali, della serie che se vai in Spagna, non troverai mai le stesse cose che trovi in un locale di influenza spagnola di un’ altra parte del mondo. In Italia poi, ancora meno.
Pino è il padrone di casa e lui è più sconvolto di loro.
Si siedono.
All’aperto.
Sotto un tendone che Pino sposta in modo tale che il faretto sopra all’entrata non gli dia fastidio. E in mezzo ad un bordello di voci e risate di gruppi di ragazzi alterati dal tasso alcolico più o meno elevato.
Arriva subito lei, la cameriera preferita di Barberi di cui non ricorda mai il nome, con le sue pose alla Adriano Celentano.
Prima bottiglia di vino.
Si comincia in silenzio.
Si guardano Barberi, il Nano e il Lungo, e si guardano intorno. Di fronte a Barberi e dietro il Nano, un tavolo formato da tre coppie sulla strada del non ritorno che fino a quando andranno via rideranno, berranno e macineranno a pomiciate intense tra un sorso di birra e l’altro. Alla sinistra di Barberi e dietro il Lungo, una tavolata di ventenni tra cui un terzetto formato da gay che attirano subito le loro attenzioni perché starnazzano ad alta voce con una loro amica che rivendica orgogliosamente il diritto di sentirsi libera di ribellarsi ad un rapporto di coppia. In giro coppiette sparse. Singolari. Perché loro non parlano mai. Guardano nel vuoto stuzzicando tapas e bocadillos con lo sguardo tipico di quelli che scopano e godono per finta, giusto perché si scopa e basta. Quando si scopa.
Arrrosticini per tutti.
Barberi sfotte la cameriera. Addenta gli arrosticini e beve il vino accompagnato dal Lungo.
Il Nano beve e basta.
Parlano e naturalmente si parla anche di lavoro, ma si divertono perché finalmente si stanno rilassando e in mezzo a quella bolgia si sentono davvero fuori dal tempo. Il vino poi, gli dà una mano considerevole.
Seconda bottiglia.
Altri arrosticini.
La cameriera.
Pino che ogni tanto prende lo sgabello e si siede.
Terza bottiglia.
Gli altri clienti cominciano ad andare via. Loro continuano a parlare. Il Lungo fa le immersioni e si finisce per parlare di mare.
E il vino li fa andare veramente in profondità. Li fa nuotare fino ad un mondo sommerso dentro di loro, sereno e fluido come se fossero nel ventre delle loro madri.
I tavoli vengono man mano portati dentro. Restano soli al centro della piazzetta, con il tendone ancora aperto mentre gli altri sono tutti chiusi.
Di botto la cameriera chiede a Barberi:
– Ma tu cosa fai? – e si ferma su una gamba con la mano sul fianco opposto, veramente come Celentano!
– In che senso scusa!
– Che fai, che lavoro fai!
E lui la guarda.
– Faccio il cuoco.
– Eh, voi cuochi! Sempre in giro! e poi guadagnate un sacco di soldi…
E qui, cara la mia simpatica amica che assomigli tanto a Celentano, hai detto una cosa che non dovevi dire, sei uscita fuori dal seminato, hai sparato una cazzata perché nella mente di Barberi, adesso lui ti immagina mentre ti fa vedere cosa significa avere a che fare con un cuoco dopo che gli hanno detto questa cosa, perché lui ora deve trattenersi dal prendere la tua testa e sbatterla contro il muro, il tasso alcolico lo aiuta, lo sai. Ti schiaccerebbe la testa ma non tanto, giusto per dirti nell’orecchio, mentre tu cominci a essere desiderosa di essere sodomizzata causa il suo fiato nelle tue orecchie ricoperte di piercing che ti fa tanto eccitare e ti inumidisce, lui vorrebbe dirti che non ci avete capito un cazzo, che i cuochi passano la maggior parte delle loro ore in cucina a toccarsi cazzi e culi fra loro perché sono le uniche cose che possono toccare, oltre ai manici sempre duri delle padelle e dei coltelli. E se sono pieni di soldi è perché non riescono a spenderli oppure si fanno delle sbronze colossali quando sono liberi come lui adesso che deve limitarsi, che sennò hai capito quello che ti fa, no?
Così, le risponde che ha ragione mentre rimane perplessa, sicuramente ha notato qualcosa di strano nello sguardo di Barberi.
Quindi si alzano, pagano il conto, e faticosamente se ne vanno a dormire.
Mentre lei gli corre dietro con lo sguardo e un desiderio di incompiuto che gli cola tra le gambe.

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Antonio Bufi

Antonio Bufi nasce in quel di Molfetta, una ridente cittadina che si affaccia sull’Adriatico, una manciata di anni fa. Dopo aver provato a far volare dal balcone aeroplanini fatti con i fogli su cui scriveva i sui pensieri imberbi, rimane folgorato come Paolo sulla via di Damasco dalla buccia di limone che sua madre usa per la crema pasticcera...

Valentina Pelizzetti

Valentina Pelizzetti nasce in quel di Torino, una verde cittadina attraversata dal Po, pochi anni dopo Antonio. Dopo aver sognato invano di essere la Carla Fracci de' noiartri si scrive ad architettura...