serial kitchen

SERIAL KITCHEN – 4 PUNTATA

7. SECONDO PIATTO. ASSAGGINO

– Chef ?! Il cliente del 16 dice che l’entrecote la vuole più cotta.
– Ma non la voleva al sangue?
– Si, ma la vuole più cotta.
– Ma è un coglione! Cosa cazzo si mangia, la soletta della scarpa?
– Ma a te, cosa cazzo te ne frega, scusa…fagliela più cotte e basta!
– Ma così è perfetta, cazzo! Guardala: è tenerissima.
– Hai rotto i coglioni! Mi vuoi cuocere ancora un po’ questa cazzo di entrecote?
– Cotugno, mettigliela nel microonde, a questo cazzone. Un minuto e mezzo. Massima potenza!

“In ogni arte, e ciò vale anche per la cucina, la grande raffinatezza consiste nella sintesi e nella semplicità. Evidentemente è necessario rifarsi alla tradizione, ma bisogna dimenticarla senza tradirla per ignoranza o negligenza o per non volerne tener conto. È così che si diventa dei cuochi senza pregiudizi, degli “anarchici” che nella confezione di un piatto riconoscono solo la legge dell’equilibrio imposta dalla natura”.

Henry de Touluse Lautrec

8. TUTTO PIU’ GRANDE E PIU’ BUONO IN SRI LANKA!

Miluzzi lo raggiunge nel garage.
Barberi ha un Free della Piaggio e lui una Vespa del 1972 bianca del nonno, perfettamente funzionante. Insieme vanno al bar sotto casa a fare colazione.
Veramente Miluzzi ci va tutte le mattine.
A Barberi il caffè del bar non tanto piace, però quando la caffettiera si versa, non può fare a meno di andarci.
Dal garage al bar la strada è contro senso e già fanno qualcosa che non è tanto normale. Come degli indemoniati, schizzano tra le persone che di corsa vanno a prendere l’autobus o vanno a lavorare e di botto frenano proprio davanti all’entrata. Stefania è una signora molto affascinante, bionda, sui quaranta passati. Molto più giovanile della figlia che la aiuta dietro al bancone. Li accoglie con un sorriso enorme, cosa che invece la figlia, di cui ancora dopo tre anni ignorano il nome, non fa mai. Ormai li conosce e non fa caso alle motorette e alle loro facce schizzate e stravolte dalla stanchezza e dal sonno. Un caffè per Barberi e un cappuccino con cornetto per il Miluzzi. Uno dei motivi per cui viene di rado in questo bar oltre al caffè, è quello di non voler rivedere e risentire lo stesso vociare delle donne che sente dal letto e che intanto si è spostato di venti metri. Queste giovani mamme avranno diritto anche loro alla colazione, o no? E’ solo che Barberi non le sopporta. Ad alta voce parlavano sotto il balcone, e ad alta voce continuano a parlare davanti al bar.
Così.
Non ci riesce proprio.
Allora rimontano sulle motorette lui e il Miluzzi, e se ne vanno.

All’entrata del personale c’è una bilancia che utilizzano per pesare la merce che arriva.
Barberi ci si pesa.
Ridacchiando.
57 chili con tutti i vestiti. Quando è entrato qua dentro a lavorare, ne pesava 70.
Il Miluzzi prende l’ascensore e lui le scale cantando allegramente come tutte le mattine. Si ferma in lavanderia ma come al solito è chiusa. Lo spogliatoio è il solito troiaio d’acqua per terra e asciugamani e stracci sparsi della sera prima. Che vengono lasciati qui per giorni perché anche il personale delle pulizie è stato ridotto. Naturalmente la colpa ricade su di loro perché sono gli ultimi ad andare via. Inoltre, si rubano gli asciugamani dai cestelli depositati dalla lavanderia nei corridoi perché non glieli passano, neanche se li chiedono.
Apre l’armadietto.
L’interno è come Barberi: sconvolto. A destra l’asciugamano appeso con la scorta sotto, a sinistra la divisa. Il ripiano superiore invece, è un deposito di shampoo, bagnoschiuma, pinze per i capelli, bottoni, buste paga, videocassette, monetine sparse, bandane azzurre e carte appallottolate.
Si infila i pantaloni, slabbrati e consumati sulle ginocchia,
Miluzzi è già cambiato. Barberi ci mette sempre un po’ più di tempo perché deve sistemare i capelli. Così prende tre forcine e va davanti allo specchio. Scioglie i capelli, poi li ripassa tre volte in un elastico e li alza sulla testa formando una palla strettissima che fissa con le tre forcine. Tipo samurai.
Si guarda.
Decide che è ora di tagliarli, i capelli. Chiede a Miluzzi le forbici e ritorna davanti allo specchio. Li scioglie ancora e si guardo un’ultima volta. In altri tempi gli sarebbe venuto da piangere e ricorda una sua ex fidanzata che non voleva farglieli tagliare perché “è la prima volta che sto con un ragazzo con i capelli lunghi”, poi li guarda ancora e…ma si! Ma chi cazzo se ne frega. Dei bei colpi di forbice ben assestati e voilà, il gioco è fatto, mentre Miluzzi lo guarda incredulo e con quei capelli schizzatissimi.
Gli viene da ridere.
– Mò me sembri proprio un modello de Calvin Klein – gli fa.
– Si, un pornostar – gli risponde Barberi.
Si spazzola bene la maglietta guardandosi ancora incredulo.
Infila la giacca, chiude l’armadietto e salgono in cucina.

La cucina del ristorante sarà grande forse dieci metri quadrati, ci lavorano in sei. Uno in più è di troppo. È perfettamente lucida. L’acciaio brilla alla luce del sole che entra dall’oblò che si affaccia sulla piscina. A quest’ora c’è ancora un po’ di aria fresca, ma fra un po’ qua dentro comincerà a far caldo.
Barberi si avvicina all’oblò per guardare fuori.
La piscina è ancora chiusa e sui bordi vanno avanti e indietro i due bagnini con gli asciugamani puliti e le sdraio. Intorno c’è un bel verde. Sembra di essere veramente isolati. Più in basso c’è un boschetto di alberi da sughero dove è piacevole andarsi a stendere il pomeriggio, in mezzo all’erba alta e il cicalare immenso e ipnotico.
Accende la radio. Questo è il periodo fisso degli Interpol. Alza il volume e comincia a togliere i lucchetti dai frigoriferi. Miluzzi accende tutto, fornelli, griglia, bollitore, e controlla le temperature. Barberi si sistema il grembiule e guarda dentro ai frigoriferi annotando quello che c’è da fare su un post-it giallo: il colore ideale per svegliare il cervello. Poi insieme vanno nell’ufficio a recuperare il carrello lasciato lì la sera prima. Un semplice bagno del personale dove andavano a fumare seduti per terra e dove adesso hanno messo una piccola libreria, una sedia scardinata per gli ospiti, una tavola di legno coperta con una tovaglia etnica su due aste di ferro, chiuso la porta del water, ed è diventato un posticino tranquillo in cui consultare libri, fare menù, fumare le canne e diventare creativi
C’è anche un quadretto di Shiva e Ganesh regalino di Sandro e Rhavi, i due lavapentole dello Sri Lanka. “Tutto più grande e più buono in Sri Lanka”, ripetono in continuazione. E hanno ragione.
Accendono il bastoncino dell’incenso e scendono nella cucina centrale dove viene sventrato il pesce, pulita l’insalata e vengono fatte le preparazioni più impegnative.

Oggi dovrebbero arrivare un tonno da 100 kili, una ricciola da 30, 20 spigole, i fasolari, le seppie e le triglie, più qualche altra puttanata che sicuramente Antonio il pesciarolo, cercherà di rifilare a Barberi. Sicuramente qualche merluzzo, visto che conosce bene i suoi gusti, oppure qualche rana pescatrice mastodontica.
Il grosso viene preparato la mattina, in modo tale che i due che gli daranno il cambio nel pomeriggio possano rifinire il lavoro iniziato da loro e pensare all’appetizer del servizio serale.
C’è un bordello nella cucina centrale!
Cuochi che frettolosamente schizzano in tutte le direzioni, coltelli che battono a ritmo frenetico e il clangore metallico delle pentole sbattute e delle placche. Le voci si mischiano ai discorsi degli altri ad alta voce, da una parte all’atra della cucina si fanno discorsi senza senso per spezzare la tensione, si guarda l’orologio appeso al muro che inesorabilmente cammina senza pietà. E intanto sono le dieci e mezza e il verduraio ancora non arriva. C’è da pulire l’insalata, spidicinare i pomodori, cuocere le patate…e intanto i due smadonnano e cercano di fare altro.
Il Gazzola si accorge del new look di Barberi, gli va vicino e lo guarda con i suoi occhi celesti e il suo sorriso bianchissimo.
– Ma…non avrai mica tagliato i capelli?
– Non mi dire che si vede – gli risponde mentre rimane ancora un attimo a guardarlo, si mettono a ridere insieme, poi lui se ne va scuotendo la testa.
Bisogna fare la besciamella e il creme caramel alla liquirizia e la crema inglese e la minestra fredda di patate, e il carrello si riempie sempre di più di roba da portare su.
Dice al Miluzzi di pensare all’appetizer, intanto.
Lo guarda.
Sa cosa significa quello sguardo, ormai lo conosce bene. Significa “cazzo sono nella merda, e tu mi chiedi di pensare all’appetizer? E quelli di oggi pomeriggio poi che cazzo fanno? Okkei ci penso io”.
Prima ci pensava Barberi all’appetizer, rimaneva interi pomeriggi in cucina a prepararlo, a studiare in mille modi un biglietto da visita della loro cucina, qualcosa che scioccasse da subito i clienti, che li incuriosisse senza schifarli; qualcosa che dicesse loro “Ehi! Noi siamo il vento della freschezza e della novità”. Ecco quello che volevano dire. Non sapeva a cosa andava incontro. Così si inventava le terrine di fegato di merluzzo marinato al Porto rosso con il lardo di Colonnata perché non potevano permettersi il foie gras, oppure l’insalata tiepida di ceci con filetto di merluzzo scottato e pomodoro candito. Le alette di pollo disossate e farcite con un trito di funghi porcini e gamberi e poi servite con la loro immancabile salsa passpartout.
A volte con lui rimaneva il Punk, tatuaggio sul braccio e piercing sulla lingua, alle orecchie e sul glande.
Approccio alla cucina: punk anarchico. I suoi piatti erano un omaggio all’arte moderna e alla povertà contadina, un binomio che può sembrare senza capo né coda, ma era questo il senso che volevano dare a quello che facevano, come far stare in piedi la millefoglie di pomodoro camone disidratato e tonno fresco senza che questa cadesse giù, per esempio.
Il Punk era bravo a fare i riccioli di zucchero, si impegnava tantissimo a prepararli: faceva un caramello trasparente con il glucosio che poi faceva filare nell’alcool etilico ghiacciato in modo che si arricciasse. Ma la cucina era troppo calda e umida d’estate, e i riccioli resistevano più o meno cinque secondi fuori dall’alcool.
Altre due erano le specialità del Punk: il Papa e il carciofo.
Di domenica, quando tutti i capi massimi dell’albergo erano con le loro mogli, lui si metteva addosso una tovaglia gialla e il cappello al contrario, proprio come il Papa. Poi prendeva un mestolone, si metteva in ginocchio su un carrello e andava in giro per la cucina a dare la benedizione spinto da Sandro. Il bello è che al Papa ci assomigliava davvero. Faceva un qualcosa che assomigliava ad una benedizione con la mano e poi si fermava davanti ad una pentola. La domenica era anche il giorno in cui a turno, i ragazzi si preparavano da mangiare qualcosa di estremamente povero. Allora ecco che Cotugno preparava i bucatini alla gricia, o il Punk le brasciolette di cavallo come le fanno a Bari, con il “grascio” dentro e lo stuzzicadenti, e il Sabatini la polenta con la spuntatura di maiale. Il Punk non poteva fare a meno di far finta di benedire quelle pietanze saporitissime che permetteva, per una volta, di sedersi insieme e guardarsi negli occhi.
Il carciofo era invece un enorme spinello che prendeva questa forma nelle sue mani abili. Con un biglietto del treno faceva un lungo filtro che era lo stelo, poi con quattro o cinque cartine arrotolate come solo lui sapeva fare, componeva il cuore ripieno di mistura. Anche la foglia sullo stelo faceva. L’avranno fumato tre volte insieme, distesi come due Giuseppine Bonaparte rilassate e paciose sui loro letti. E mentre le loro menti sbattevano da una parte all’altra, si inventavano piatti che non esistevano, come Cornetto Algida candito all’asfalto con salsa di copertone fuso e lacrima di bimbo che ha perso il ciucciotto.
Barberi adora lavorare con soggetti così, gli trasmettono serenità e voglia di inventare, lo stimolano dal punto di vista creativo e la sua vita privata è un po’ meno solitaria.

Nello stesso periodo facevano parte della brigata Fiorentino, un ragazzo di Teano diplomato in ragioneria con la passione della cucina, e Molinaro, come Barberi appassionato di musica elettronica e ciclista sfegatato semiprofessionista.
Fiorentino ne combinava di tutti i colori. Anche lui era un amante della cucina casereccia, ma alternava a giornate di grande creatività, momenti di estrema pigrizia fisica e intellettuale. Una delle cose che sapeva fare bene era la minestra di patate con gli spaghetti spezzati o con i tubettini, bella e buona, “azzcus azzcus” come dicono a Napoli. Quando preparò per la prima volta questo piatto, a Barberi gli si illuminarono gli occhi e si emozionò perché gli vennero in mente la madre e il calore di casa: nella sua semplicità, questa minestra era un perfetto connubio di sapore e consistenza, aveva pienamente soddisfatto il suo desiderio di stare bene e di sentirsi per un attimo fuori dalla cucina del ristorante, lontano dal grigio luccicante dell’acciaio e dalla luce diafana del solito neon.
Raggiunse l’apice della sua pigrizia l’ultimo periodo in cui lavorò al ristorante. In menù avevano degli Spaghetti alla bottarga di muggine con chips di aglio e mandorle dolci tostate. Era un piatto semplicissimo, ma le chips di aglio avevano una preparazione impegnativa perché bisognava tagliare a metà l’aglio e eliminare il germoglio interno, causa dell’effetto “sali e scendi”, tagliarlo in lamelle sottilissime e sbollentarlo per due o tre volte nel latte; dopo si friggevano nell’olio fino a che prendevano un colorito biondo, e si mischiavano con le mandorle tostate sotto la salamandra o in padella. Fiorentino, che spesso si dimenticava o non aveva voglia di prepararle, man mano che diminuivano aggiungeva solo le mandorle. Spesso si imboscava a fumare una sigaretta e veniva sempre beccato, oppure bisognava costringerlo a fargli ripetere i piatti cinque o sei volte prima di farli uscire in sala, perché si vedeva che erano fatti così tanto per farli, senza nessuna dedizione.
In quel periodo avevano un bel modo di presentare la carbonara. Facevano sudare lentamente il guanciale in padella in modo tale da farlo diventare saporito, croccante e allo stesso tempo una “scioglievolezza”, in cui saltavano gli spaghetti che poi andavano a finire nello zabaione preparato in una bastardella con il pecorino e con una bella manciata di pepe nero pestato, che così ha un sapore completamente differente da quello macinato. Lontano dal fuoco, l’uovo si rapprendeva con il calore degli spaghetti senza cuocersi; poi li facevano riposare un attimo e li arrotolavano con un forchettone in modo tale da formare una torretta che rimaneva perfettamente in piedi, complice l’effetto collante dell’uovo con il pecorino e l’amido della pasta. La decorazione era fatta con un rettangolo di carta da forno accartocciato, ridisteso e inumidito, poi passato velocemente sulla piastra per ottenere un effetto marmorizzato, e il guscio dell’uovo sterilizzato nell’acqua bollente dentro il quale veniva messo un po’ dello zabaione che avevano utilizzato per gli spaghetti. Effetto roccaforte.
Molinaro invece era di tutt’altra pasta.
Lo chiamavano il pirata come Pantani, proprio per la sua passione nei confronti della bicicletta. Ci veniva a lavorare la mattina, in perfetta tenuta da ciclista con caschetto, scarpette e tutina aderente, con le gambe completamente depilate. Aveva la capigliatura foltissima e riccia, il naso come Battiato di cui lui era grande ammiratore tanto da chiamarlo maestro, e amava la cucina.
C’era grande intesa tra Molinaro e Barberi, complice il loro comune interesse per la musica e le disquisizioni filosofiche fatte a fine lavoro, ad un orario improprio, con l’occhio pesto, una bottiglia di birra e uno spinello di erba che lui diceva sempre “no guarda, non posso! Mi viene la tachicardia”.
E poi fumava.
Aveva una particolare abilità nell’imitare la voce di chiunque gli capitasse sotto tiro. Quando c’era lui in cucina, alla radio c’erano sempre dischi di musica elettronica e reggae, spesso drum e bass abbastanza tachicardica, cosa che poi è andata avanti nel tempo perchè creava la giusta ritmica per fare il servizio. Specialità di Molinaro: fare i primi, soprattutto linguine con pesto di rucola e ricotta marzotica. Erano di un verde brillante mai visto prima, sapeva utilizzare al meglio la tecnica di fare il pesto a freddo mettendo olio e contenitore in frigo, ed era velocissimo nella preparazione tanto che la rucola non solo rimaneva verde, ma addirittura assumeva una tonalità che con la luce bianca risplendeva, e per assurdo tutti lo prendevano in giro mettendosi gli occhiali da sole, quando lo faceva. Così arrotolava le linguine attorno ad un forchettone formando un gomitolo che poi adagiava su un piatto nero e lo copriva con una manciata di ricotta grattugiata al momento che sembrava neve.
Il tocco finale del piatto era una fettina trasparente di pomodoro camone disidratato, tipo stella cometa sull’albero di Natale.

Annunci

Archiviato in:serialkitchen, , , , , , , , , ,

Antonio Bufi

Antonio Bufi nasce in quel di Molfetta, una ridente cittadina che si affaccia sull’Adriatico, una manciata di anni fa. Dopo aver provato a far volare dal balcone aeroplanini fatti con i fogli su cui scriveva i sui pensieri imberbi, rimane folgorato come Paolo sulla via di Damasco dalla buccia di limone che sua madre usa per la crema pasticcera...

Valentina Pelizzetti

Valentina Pelizzetti nasce in quel di Torino, una verde cittadina attraversata dal Po, pochi anni dopo Antonio. Dopo aver sognato invano di essere la Carla Fracci de' noiartri si scrive ad architettura...