serial kitchen

DELIKATESSEN (24ore Clandestino) – 1 parte

“Qui è un macello
mille cose si accavallano
questo è il bello
se non hai niente da fare
Ti sembra strano che
non me lo ricordo mai
che quando siamo stanchi
c’è il rischio
di dire le stronzate…”

Bugo

Prima di tutto c’è il buio.
Un buio sudato, che comunque non riesco ad aprire gli occhi nonostante questo sia, adesso, il mio desiderio più urgente. Non riesco a capire come mai senta così tanto caldo. Poi sento un rumore lontano che all’inizio non so definire, ma so che mi è familiare, lo conosco bene. Mi giro e mi rigiro dentro questa dannata sensazione di caldo, c’è il buio e ancora questo rumore che adesso so cosa è: la lama di un coltello sfregata sul dorso di un acciaino.
Finalmente apro gli occhi e non sono più steso ma sto camminando, un corridoio lungo e bianco, con piastrelle pulitissime ai muri, anche sul soffitto, quasi l’ambiente fosse asettico, come un obitorio.
Ma non è un obitorio.
Non ci sono finestre, e neanche luci, eppure è tutto luminosissimo e bianco, bianchissimo.
Mi accorgo che alla mia sinistra ci sono dei portelloni bianchi con una maniglia nera, tutto il corridoio ne è pieno. Sono celle frigorifere in fila fino al fondo del corridoio, che non vedo ma so che è lì, da dove mi arriva all’orecchio il rumore del coltello e delle voci ora, insieme a risatine. È tutto perfettamente pulito.
Provo ad aprire le celle ma non ci riesco, una dopo l’altra il loro interno mi è negato.
Una dopo l’altra tento di aprirle in questo corridoio che sembra non finire mai, eppure le voci che adesso riconosco si avvicinano sempre di più, insieme al rumore della lama sull’acciaino. Piastrelle anche sul pavimento. Guardo per terra e vedo i miei piedi nudi, ma solo quelli, non il resto del corpo. Quindi non so se sono nudo o vestito, né tanto meno se quello che sta camminando sono realmente io, o i miei occhi sono nel corpo di un’altra persona.
Un gatto sta accucciato sulle zampe posteriori e si lecca quelle anteriori, umide se le passa sulla testa, sul muso, si contorce in un modo che solo i gatti sanno fare quando devono lavarsi. La coda è nervosa, si muove in continuazione e sembra non fare caso al mio passaggio, furtivo perché non voglio farmi sentire. Anche il gatto è bianco e ha gli occhi rossi. Si lava. Come se non ci fossi. Adesso che mi è vicino noto che non è bianco ma trasparente, vedo i suoi organi interni e il suo piccolo cuore che pulsa. Bianco anch’esso. Il gatto è un insieme intricato di nervi e vene e muscoli, come fossero fili elettrici in un sistema di illuminazione, gli occhi i fari.
Ma non è così, anche se provo pietà per lui, in questo momento so che è un gatto e nient’altro perché tutto ciò non è irreale, ma la normalità.
Irreali mi sembrano invece quell’insieme di voci e risatine che adesso sono dietro ad una porta che non avevo visto, il fondo del corridoio che ora mi appare dopo che il gatto mi aveva distratto. Una porta che in realtà una porta non è, bensì un altro portellone uguale a quello delle celle frigorifere alla mia sinistra nel corridoio.
Adesso riconosco le voci, anche se non distinguo quello che dicono.
Ridono.
Mi avvicino piano.
Rumore di acciaino sfregato.
“Questo qui neanche per il brodo è buono”.
Risatine.
“Lo spacci per agnellino?”
Risatine.
“Quasi quasi, magro com’è…con le braccia ci faccio il macinato…”
Cazzo…!
“Guarda il cazzo…”
Risatine.
Acciaino.
“Questo lo do al gatto…”
Risatine.
Il gatto…mi giro a guardarlo. Miao mi fa, poi continua la sua toeletta.
“Le costolette sono troppo magre, forse a Pasqua riesco a venderle per scottadito…”
Cercando di non fare rumore, apro il portellone. Ora le voci mi arrivano più nitide, insieme all’acciaino sfregato e ad una zaffata di aria freddissima, quasi di frigorifero.
“Il cervello me lo faccio fritto oppure glielo do a Mimì…sai come si fa intelligente?”
Risatine.
Il segaossa in camice bianco, poi i due sbirri attorno ad un tavolo. Il segaossa, è lui che sfrega la lama sull’ acciaino, mentre i due sghignazzano e fanno commenti. Improvvisamente si girano verso di me, niente affatto sorpresi. Il loro girarsi apre uno spiraglio che fa si che io veda cosa c’è steso sul tavolo.
Sono io nudo con un foro sul petto.
I tre si rigirano verso il mio corpo.
“Peccato che il cuore sia inutilizzabile…”
Risatine.
Il gatto si sta strusciando sui miei calcagni, ora.
Mi giro a guardarlo.
Miao mi fa, leccandosi i baffi, che già sa lui che tra un po’ ci sarà una bella cenetta.
Mi rigiro a guardare i tre.
Mi sveglio sudatissimo e con la bocca impastata, quasi avessi bevuto piscio la sera prima.

Prima sigaretta.
Il canale della telepromozione fa vanto dei suoi coltelli che tagliano pure la cassaforte della Bank of AmeriKa, mattina e sera me la trovo sempre sullo schermo. Ma li comprano mai questi coltelli? E tagliano sul serio? Solo per l’imbonitore, che acrobaticamente propone il suo spettacolo di ananassi tagliati al volo, uno dovrebbe comprarseli, per lo meno per vedere se poi tagliano davvero, gli ananassi al volo. E sicuramente, per premiare la voce del doppiatore che non c’entra mica tanto con le espressioni facciali del venditore mascherato da cuoco. A sentirla bene, quella voce sembra di uno stitico che cerca di svuotarsi senza riuscirci e che intanto prende tempo sulle convulsioni intestinali sdoppiando, in tutti i sensi, quella televendita di merda. Eppure continuo a guardarla, indefesso. Mattina e sera. E mentre la cenere della sigaretta ha di che urlare per il suo precario equilibrio sul bordo della brace, mi guardo alle spalle pensando ai miei di coltelli, quelli che fanno bella mostra di sé nella cucina, agganciati ad una calamita, quasi sopra il ceppo in legno di ciliegio che forse è l’unica cosa elegante e degna di nota, in mezzo a quella confusione in cui mi ostino a vivere in questi giorni. Che poi la confusione mica è tanto evidente. Il fatto è che, lasciare un po’ di piatti sporchi e tazzine del caffè nel lavello di una cucina lunga tre metri e larga, dal muro ai fornelli, solo sessanta centimetri, fa il suo bell’effetto boemio rancido.
Poi non sono riuscito a togliere quelle macchie insistenti dell’ultimo caffè dal muro bianco, sintomo di una precarietà urlante che appena entro in cucina la mattina mi morde con i suoi denti affilati. A dire il vero ci sono anche delle altre macchie, però quando guardo quelle non mi danno molto fastidio perché mi ricordano una cosa piacevole che i miei coltelli mi regalano di tanto in tanto. Allora li guardo e sorrido abbagliato dal loro perfetto scintillio sotto la luce del lucernario. In culo ai coltelli della televendita!
Naturalmente, che fine poteva fare la cenere della sigaretta mentre mi faccio le pippe mentali? Naturalmente sulla maglietta bianca che uso per dormire e che poi spazzolo con la mano, in modo tale da spandere ancora di più la cenere come un bambino rincoglionito. Ma non si era detto che la cenere faceva diventare bianca la bianca biancheria? Se è per questo, la cenere fa bene anche alle piante se la metti nel terreno, come la posa del caffè.
In questo momento, per esempio, so che la posa del mio caffè galleggia agonizzante nel lavello, come un pesce rosso in fin di vita, ma sinceramente mi auguro che l’acqua sia andata giù dal buco, anche se non ci spero più di tanto.
Guardo la finestra.
La luce mi arriva un po’ sbiadita, filtrata dalla tenda color panna pesante e offuscata dall’ombra del palazzo di fronte. C’è fumo adesso, quindi per forza di cose devo abbandonare l’idea di rimanere ancora un attimo svaccato sul divano, con sotto una marea di cuscini che il più delle volte tendo a buttare dietro lo schienale, per terra. Di sotto c’è il macellaio che ha cominciato il suo lavoro di segaossa e taglio di parti animali già da un bel tot di tempo.
Già so che ad una certa ora, se mi riaffaccio, lo vedo lì, appoggiato all’entrata con il suo assistente in camice bianco a fare niente, a guardare il marciapiede e le persone che passano in questa strada fin troppo stretta e fin troppo alla portata del mio balcone, così tanto da farmi imprecare il pomeriggio o la notte, quando passano le macchine o i motorini spernacchianti, che io già lo so che i motorini hanno quelle marmitte così per rompere i coglioni alle persone nelle ore più improbabili, che poi fanno suonare pure gli allarmi delle automobili. Già che ci sono vado a farmi pure il caffè, ma devo pescare nel lavello le tazzine del giorno prima e del giorno prima ancora, o almeno questo è il processo mentale che elaboro nel breve tragitto che mi separa dalla finestra alla cucina.
L’acqua, nonostante la posa del caffè, è andata giù per fortuna. Lavo le tazzine, tre per la precisione. Tolgo via i rimasugli di molliche e altro dal lavello e metto la Bialetti sul fornello.
Seconda sigaretta.
La televisione è ancora accesa, c’è sempre lui che armeggia con i suoi formidabili coltelli con questa voce italiana improbabile e allora cambio canale, i capelli arruffati, in piedi in mezzo alla stanza che poi è quasi tutto l’appartamento. Ora vendono la scarpiera e su un altro canale gli attrezzi ginnici e su un altro ancora la vaporella ad aria compressa che ti fa anche il bidet e il cappuccino e ti pittura la casa senza che tu ti alzi dal letto, caro il nostro gentile acquirente.
La cenere fa ancora una volta bella mostra del suo equilibrio precario e mi cerco un posacenere che ricordo di non avere, maledicendomi mentre cade per terra. Se non altro, non mi cade sulla maglietta. Il caffè comincia ad uscire, in cucina abbasso la fiamma sotto la Bialetti, poi chiudo il coperchio e spengo la fiamma, aspetto un attimo e con la caffettiera ancora gorgogliante lo verso nella tazzina e lo bevo. Amaro e bollente all’inverosimile in piedi sotto il lucernario.
Dovrei andare a lavorare ma non è che ne abbia molta voglia.

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NEBBIA A COLAZIONE

Al bar della stazione ordino un caffè, e mi chiedono se ci devono aggiungere qualcosa di alcolico. Io rifiuto mentre alla mia destra e alla mia sinistra, ci sono rispettivamente un uomo con un bicchiere di vino bianco e un ragazzo con un bicchiere di amaro. Alle otto di mattina.
Mastico un krapfen unto alla marmellata pensando che in fondo sono contento di partire, di staccare per un attimo, di andare via da tutta questa nebbia, da questo freddo umido che mi fa tremare le gambe e annoiare la sera, tanto da avermi fatto ricominciare a destinare una parte del mio stipendio al mio pusher personale.
La gente che abita qui è tutta musona, entra a testa bassa e ti parla con questo suono gutturale che gli esce dalla bocca che sembra non si apra…si, secondo me è colpa della nebbia.
Sono ossessionato dalla nebbia.
Tempo fa mi è capitato di partecipare ad un concorso per conto di una persona che conoscevo. A Ferrara, si svolgeva questo concorso.
Anche a Ferrara c’era la nebbia. Però era profumata, sapeva di aghi di pino e foglie. E il proprietario dell’agriturismo in cui ero mi diceva che quando c’è la nebbia, lasciano aperte le finestre dove mettono a stagionare le salamele da sugo, gli insaccati, le coppate, i lardi. Che quest’uomo tutte queste cose se le faceva da solo mentre la moglie sfornava tortelli alla zucca tutti i giorni a pranzo. La sera, salamella col sugo e a pranzo, tortelli di zucca. Zucca profumata, bella carnosa e salamella che sapeva di bosco, di funghi, di muschio e umidità. Sapeva di nebbia!

Questo albergo è un vecchio albergo di lusso che hanno chiuso e adesso lo stanno riaprendo, allora per fare i fighi richiedono delle consulenze, come quella che sto andando a fare io adesso, e cioè come si fa a fare un tortello ripieno di baccalà mantecato alla vaniglia, peperone al forno e schiuma al macis. Così arrivo lì e mi infilo la mia giacca con lo stomaco in subbuglio per la sera prima e perché ha fame, entro in cucina e saluto tutti stringendo la mano allo chef. Incomincio a preparare gli ingredienti, la pasta fresca, l’olio aromatizzato alla vaniglia e via dicendo. Parlo, parlo e parlo e muovo le mani e loro mi guardano, e poi assaggiamo questo tortello che a giudicare dalle facce, loro non ci credevano che potesse uscire così e io sono contento, pivelli. Mica mi sono fatto cinquecento chilometri per niente!
Faccio un giro per Pisa scendendo il corso principale che porta al Duomo e mi guardo in giro, fermandomi al bar degli albanesi a bere un Americano con patatine e arachidi. Mi piacerebbe mangiare qualcosa di tipico ma non troppo impegnativo.
Gironzolando per i vialetti, mi imbatto in una serie di semibar focaccerie vinerie rancide che a vederle da fuori, fanno venire qualche pensiero. Ma non ho voglia di mangiare cose troppo complicate, né di seguire particolari etichette. Così entro nella prima in cui una signora dietro al bancone, con mosse sicure e un’esperienza sicuramente cinquantennale, confeziona con le sue dita tozze e lo sguardo fisso a chi gli sta di fronte, focaccine con la cecìna, una sorta di frittatina sottilissima di farina di ceci. Una per me insieme ad una Menabrea. E finalmente, dopo i primi morsi, trovo una pace che non so dire: morso dopo morso, come se una qualche tranquillità zen mi avesse pervaso e tutti i chakra si fossero aperti. Non me ne fotteva più niente di nessuno. E tutto grazie ad una birra e ad una focaccina con la cecìna e questa signora che sembra ormai un pezzo d’epoca, con quei movimenti così veloci e sicuri dietro ad un bancone lercio e davanti ad un forno a legna.
Seconda cecìna, terza, un’altra birra. Pago soddisfatto ed esco fuori, l’aria fresca e umida che respiro mi entra quasi come una liberazione. Faccio un rutto sommesso e mi fanno male le gambe.
Ritorno verso l’affittacamere con lo sguardo un po’ spento. Al punto Snai dei barboni litigano, il bar degli albanesi è ancora aperto, l’orologio della stazione segna l’una meno un quarto.
La cecìna…
Basta poco, per essere felici.

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Antonio Bufi

Antonio Bufi nasce in quel di Molfetta, una ridente cittadina che si affaccia sull’Adriatico, una manciata di anni fa. Dopo aver provato a far volare dal balcone aeroplanini fatti con i fogli su cui scriveva i sui pensieri imberbi, rimane folgorato come Paolo sulla via di Damasco dalla buccia di limone che sua madre usa per la crema pasticcera...

Valentina Pelizzetti

Valentina Pelizzetti nasce in quel di Torino, una verde cittadina attraversata dal Po, pochi anni dopo Antonio. Dopo aver sognato invano di essere la Carla Fracci de' noiartri si scrive ad architettura...