serial kitchen

DELIKATESSEN (24ore Clandestino) – 4 parte

Così, mentre faccio l’amore con il sapore dello yogurt sul divano stravaccato, e guardo la Clerici con i suoi riccioli d’oro, squilla il telefono.
– Ciaooooooo tessoroooooo, che faiiiiiiiiiiiiiiiii?
Svetlana, una delle mie colleghe un po’ zoccola che lei non sa quanto mi dà fastidio il suo modo di parlare, e che di nome vero fa Teresa ma guai a chiamarla così. A scuola viene sempre vestita che sembra debba andare a fare una sfilata di moda, alta, tacchi a spillo e scollatura che, estate o inverno, mette in mostra il suo seno caparbio e allegro nonché prominente. Truccatissima e acconciata come una diva, una bella donna, non c’è che dire, indossa sempre delle collane con pendente che fanno cadere gli occhi proprio lì, che secondo me a lei piace farsi guardare e sapere che gli uomini in generale le sbavano dietro. Tutti tranne me. E’ forse per questo che in continuazione mi dà una caccia senza quartiere. Nonostante la sua bellezza è anche intelligente e abbastanza furba, il che la rende ancora più affascinante. Unico difetto: appunto, mi dà la caccia e io voglio solo essere suo amico, e poi ha quel modo di allungare le finali che io non la sopporto proprio e adesso alzo gli occhi al cielo, cucchiaino in mano e risotto agli asparagi in formato catodico negli occhi.
– Ciao Svetlana, come va?
– Ma come vai tuuuuu…sai, oggi a scuola non ti ho vistoooooo e allora mi sono chiesta chissà che cosa gli è successo all’amico mio belloooooo…
E cosa vuoi che mi sia successo, cara la mia collega un po’ zoccola che io lo so perché mi hai chiamato?
– Di un po’, ma non è che mi hai chiamato perchè te l’ha detto la direttrice?
– Ma nooooo, ma che vai a pensareeeeeee…è stata una mia iniziativa, volevo sincerarmi che stavi beneeeeee, eddaiiiiiii. Io quando non ti vedo mi preoccupoooooo…sai come sono vestita oggiiiiiiii?
Oddio, oddio, oddio…eccola che comincia. Ma cosa vuoi che mi freghi come stai vestita? Dimmi piuttosto com’è andata a scuola oggi, con tutti i casini che ci sono e le riunioni che io ancora devo studiarmi il fascicolo della nuova riforma scolastica.
– Oggi c’è un bel sole allora mi sono messa un bel maglione nero aderente scollatooooo, poi dei bei pantaloni gessati neriiiiiii che vedessi che bel culooooo, eppoi le scarpe col tacco alto alto color rosso cardinaleeeee, se mi vedessiiiiiiiii…
Non ti vedo ma ti immagino.
– E la collana?
– La collana è una bella collana con un pendente in madreperlaaaaa, che bellooooo…
– Vabbè Svetlà, dimmi un po’ come è andata a scuola oggi?
E qui parte in quarta che quando parla di scuola, chissà com’è perde l’uso delle frasi allungate.
– Guarda, a scuola oggi non me ne parlare beato te che non ci sei venuto oggi. Questi marmocchi maleducati mi fanno impazzire non ce la faccio più questa scuola di merda e poi tutti a sbavarmi dietro pure i bambini e i bidelli. Maestra di qua, maestra di là, ma che volete da me, io c’ho una casa e c’ho pure da preparare da mangiare mica posso stare sempre a pensare a voi eppoi questa riforma del cazzo guarda non ce la faccio più che adesso dobbiamo andare pure a fare i corsi di perfezionamento la mattina, guarda, per fortuna che sono pagati e pure il pomeriggio dobbiamo rimanere che io già torno a casa distrutta la sera che subito arriva il giorno dopo e io non ce la faccio più. Eppoi la direttrice, Svetlana qua, Svetlana là, facciamo questo, facciamo quello e si chiude nel suo ufficio poi viene a scassare i coglioni che dobbiamo fare gli incontri con gli ingegneri delle ecostrutture, mafiosi bastardi che quando abbiamo scoperto l’amianto sotto i pavimenti si sono cacati sotto, con tutto il casino che è venuto fuori e poveri bambini, che adesso ci sono pure queste mense di merda che gli fanno mangiare il prosciutto avariato e i piselli rinsecchiti e pure io devo mangiare queste fetenzierie? Ma che sei matto? Che io c’ho una linea da mantenere, mica posso mangiare queste schifezze che meno male mi porto la Fiesta a scuola e lo yogurt…
Lo yogurt. Il cuoco catodico intanto ha finito di fare il risotto, lo sta impiattando. Poi l’altro ha fatto una frittata con mozzarella e spigola e una specie di spezzatino alla paprika, cazzo che fame!
– Senti Svetlana, lo so che c’è tutto questo bordello a scuola però adesso è ora di pranzo e sinceramente non ho avuto una bella giornata…
– Scusaaaaaa, tessorooooo…lo sai che mi faccio prendereeeeee…
Lo so io dove ti vuoi far prendere tu, cara la mia Svetlana!
– E tu che faiiiiii?
– Ho appena finito di mangiare lo yogurt e adesso penso di mettermi a studiare questa benedetta riforma…
– Lo yooooogurt…a me piace taaaaaanto lo yooooogurt, sai che bello a mangiarlo insiemeeeeeee?
– Si Svetlana, un’altra volta ok? Adesso ti devo lasciare che ho il risotto agli asparagi che mi aspetta. Ciao!
E chiudo il telefono. Respiro. Il pomodoro e il peperone si danno battaglia. Il vecchio toccapaccocatodico mangia sbavando. La Clerici sui trampoli salta da un piatto all’altro e sorride, sorride…e quanto sei bella, cara la mia Clerici.
Ma la mia migliore amica è più bella di te. Mi dispiace, ma quando ci vuole, ci vuole.

Svetlana non lo sa che i corsi di perfezionamento io li ho già fatti, e già, lei era assente perché è stata per una settimana fuori, è tornata a casa sua nelle Marche che lei mi dice sempre vieni a trovarmi qualche volta, andiamo al mare. Quasi quasi un pensierino ce lo faccio, che io vorrei andare a Senigallia a mangiare in un ristorantino niente male. Mi sa che organizzo uno di questi giorni insieme alla mia migliore amica. Sti cazzi, Svetlana…
A dire il vero, io di questa riforma ci ho capito poco quanto niente. Sono andato per tre giorni in un’altra scuola in cui tenevano questi corsi tenuti da altri docenti che, pensavo io, sicuramente ne sapevano molto più di me. All’entrata dell’auditorium c’era un grande poster con un arcobaleno disegnato che usciva da una nuvola, e dei bambini che facevano un girotondo tenendosi per mano sotto una grande scritta “LA SCUOLA CRESCE, PROPRIO COME TE”. Incominciamo bene!
Il corso è tenuto da un certo professor Linguetti, un uomo alto, magro, capelli bianchi, dentiera che grida a gran voce tutta la sua posticcità, sorriso finto da venditore di materassi a molle, tono della voce da imbonitore delle folle o dimostratore dei prodotti della Tupperware e atteggiamento di uomo che cavalca l’onda evolutivo-ministeriale, che gli porterà in tasca un po’ di quattrini aggiuntivi al suo stipendio di dipendente statale frustrato.
Attorno a me un’orda di insegnanti di sesso femminile in grande tenuta di maestre con tailleur o pellicciotto poco ecologico e filo di perle quando andava bene, tutte impettite e odorose di stantio che mi ricordavano tutte la mia maestra della scuola elementare, che ai miei tempi ce n’era una per classe, oggi invece ce ne sono minimo tre. Tre giorni di delirio puro. Tre giorni in cui dei concetti semplicissimi sono stati enunciati in una lingua così aulica che io sono ritornato al mio lavoro convinto di non saper parlare l’italiano. Infatti io gliel’ho detto ai miei alunni: ragazzi, guardate che vi state sbagliando, il vostro maestro la lingua mica la conosce.
Ora, seduto sempre sul mio divano accanto alla finestra, mi rileggo l’intervento del professor Linguetti cercando di capire se c’è qualcosa che mi è sfuggito, armato del mio fedelissimo Devoto-Oli, che magari lui qualche risposta sa darmela.
“…la riforma presuppone cambiamenti sostanziali, non risolvibili in un supplemento di conoscenze. Come leggiamo nel Profilo Educativo, Culturale e Professionale in uscita dal Primo ciclo, . Questo è il principale motivo per cui i docenti che aderiscono alla sperimentazione devono utilizzare un insegnamento nel quale chi insegna “ COGLIE LA PARTE NEL TUTTO E IL TUTTO NELLA PARTE (OLOGRAMMA),…”. I docenti dovranno utilizzare un approccio OLISTICO nel senso richiamato nelle indicazioni e nelle raccomandazioni, sia per quanto riguarda il versante epistemologico dei contenuti sia per il versante organizzativo: creare situazioni di apprendimento coerenti con il principio dell’unitarietà dell’apprendere, senza trascurare il PRINCIPIO OLOGRAMMATICO che coglie IL TUTTO NELLA PARTE, RICORDANDO SEMPRE CHE LA PARTE NON ESISTE SENZA IL TUTTO.”
Allora, caro il mio professor Linguetti, c’era bisogno di fare tutto questo giro di parole per dirmi che nella società in cui viviamo, velocissima e rapidissima nel creare e distruggere e mutare a suo piacimento senza tener conto della massa idiota e imbecille di cui anch’io faccio parte, le generazioni prossime e future hanno bisogno di un insegnamento totale in cui la matematica serve non solo a fare una semplice addizione fine a sè stessa, ma quella addizione serve anche a far quadrare il bilancio familiare a fine mese, oppure a stare attento a fare la spesa al supermercato per avere poi la possibilità di andare al cinema la sera oppure a mangiare un semplice gelato? C’era bisogno di parlare di ologrammi vari che io non riesco neanche a vedere le immagini nascoste, quelle magiche che devi avvicinare agli occhi strabici e poi, allontanandole lentamente, come per magia ti appare tutt’altro?
E io ai bambini che gli dico, che loro fanno parte di un ologramma? Ma se non sanno neanche che differenza passa tra sale grosso e sale fino? Ma se neanche hanno voglia di studiare, i bambini che frequentano la scuola di cui io sono uno degli insegnanti, sita in uno dei posti più malfamati della grande città, in cui la sera, se giri dopo le nove rischi di essere sparato alle gambe per sbaglio, oppure la mattina arrivano con qualche livido perché sono stati picchiati dal padre ubriaco? Che gli dico io a questi bambini che tra un po’ arrivano a scuola con la pistola? Che gli dico io a questi bambini che devi stare pure attento a scrivergli una nota sul quaderno da far leggere ai genitori, che sennò la mattina mi arrivano come tanti San Sebastiano?
LA SCUOLA CRESCE, PROPRIO COME TE.
A me, sinceramente, fa crescere qualcos’altro, la scuola…oltre alla rabbia dentro.

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DELIKATESSEN (24ore Clandestino) – 3 parte

Sul pianerottolo è venuta ad abitare un’allegra famigliola che non ti dico, di un’educazione e un bon ton che sfiorano il limite della ragionevolezza.

La mattina fanno la sveglia con caffè e dosi abbondanti di Gigi d’Alessio a volume sparatissimo, all’ora di pranzo evito di guardare il telegiornale, che tanto ascolto il loro, evidentemente saranno audiolesi, il pomeriggio fanno merenda con le canzoni napoletane sempre sparate a massimo volume e la sera, qualsiasi cosa io guardi in televisione, tengo il volume basso che tanto è inutile, il loro è più alto del mio. Dulcis in fundo: hanno un cucciolo di cane che ha tanta voglia di crescere e abbaia in continuazione, ma caro il mio cucciolo, mi sa che un bel giorno tu non ritornerai mai più a casa, schiacciato sotto le scarpe ignare dalla punta di ferro del tuo vicino di casa o dai pneumatici della mini automobile, sempre del tuo vicino di casa di cui sopra. Che io gliel’avevo detto alla mia amica, guarda che stanno affittando l’appartamento accanto al mio, a te che t’interessa, ti do il numero di telefono, chiama e muoviti che l’affitto è bassissimo e andrà a ruba.

Infatti così è stato.

Lei ha telefonato in continuazione per una settimana senza che nessuno rispondesse, poi, il giorno in cui non ha chiamato perché doveva andare a fare la ceretta, un altro cristiano, l’attuale inquilino, ha telefonato accaparrandosi l’appartamento alla comoda somma di 150 euri mensili, aggiudicato! Ma io ti voglio dire questo, amica mia, ma perché sei andata a farti la ceretta che sei bellissima così? Se proprio ci tenevi alla ceretta, te la facevo io la ceretta, gratis. Che tanto il dolore che potevo infliggerti non era niente in confronto alla comodità di cui entrambi avremmo potuto godere nell’abitare vicini. Che ne so, avremmo pranzato e cenato insieme, avremmo bevuto vino e thè indiano insieme, avremmo ascoltato la musica insieme, e magari ti avrei anche pitturato la casa, insieme. Invece no, mi tocca sorbirmi questi vicini che forse è una punizione divina che qualche Gesù Cristo vuole infliggerci, a me e agli altri del pianerottolo. E che diamine, io quaranta giorni nel deserto a fare la fame e a subire le tentazioni del Diavolo, e voi nemmeno Gigi d’Alessio? E vabbè, che ti devo dire…

La figlia dei vicini è un tipetto che assomiglia a Pippicalzelunghe versione magra, quindi immaginatevi un po’, sui 15 o 16 anni, non saprei dire, che di solito la sera si stravacca sul pavimento del portone per farsi una ricca pomiciata con il ragazzo, simile a lei, con la mascella da mastino e le pose plastiche da culturista mancato che lui crede di fare paura, invece fa solamente ridere. Io li beccavo abbastanza spesso prima, adesso evidentemente gli altri inquilini devono aver detto qualcosa perché io non li trovo più, o forse hanno cambiato ora. Insomma, una volta litigavano dietro la mia porta e sentivo che lui sbatteva lei urlando in dialetto sullo stendi biancheria che avevo messo fuori la mattina con il bucato profumoso steso, che era un piacere per il naso arrivare al pianerottolo, allora l’ho aperta la porta e gli ho detto che ero stanco, per favore, potete andare a farvi i cazzi vostri da un’altra parte oppure ad un’altra ora che adesso non mi sembra il caso, e scusate tanto… Al che lui mi ha guardato dicendomi con gli occhi pieni di rabbia, povero ventenne imberbe, tu non sai chi sono io, io ti ammazzo, e intanto non si avvicinava, io lo sguardo appannato dal sonno della controra pomeridiana, hai capito, tu non sai chi sono io, io ti ammazzo. Ma sti cazzi, e gli ho chiuso la porta in faccia mentre la piccola Pippicalzelunghe mi guardava come volesse dirmi: hai visto quanto è forte e quanto mi ama il mio boy friend? Ma andate a cagare tutti e due…

Allora sono andato in cucina e ho scelto con cura il coltello che poteva andare bene per l’occasione. Sapete, ogni coltello ha il suo utilizzo, voglio dire, non è che con quello che si usa per tritare il prezzemolo si può trinciare di netto la giugulare di una persona, non sarebbe il caso. Così, ho preso quello giapponese da sashimi, bellissimo e taglientissimo, talmente affilato da fare paura anche a me. Mi sono avvicinato alla porta e mi sono messo a origliare ma non sentivo più nulla. Ho aperto la porta e…niente, non c’era più nessuno. Peccato, mi sono detto guardando il coltello, sarà per la prossima volta.

Ora, dopo aver simpaticamente disquisito con i carabbinieri, chi mi trovo davanti che scende le scale mentre io le salgo? Indovinato, il bulletto con un ghigno trucido sulla faccia e la sua girl al seguito. Mastico un Cristo tra i denti e ci aggiungo pure ci mancava quest’altro oggi. Lui è al centro delle scale e, secondo le regole del galateo e della buona educazione, bisognerebbe spostarsi per lasciare libero il passaggio, specialmente tu che scendi dovresti avvantaggiare me che salgo cedendomi un po’ di spazio. Invece niente, io mi sposto e lui rimane lì dov’è urtandomi con forza con la spalla come a dire “questa scala è troppo piccola per tutti e due, gringo”, e scende con le gambe molli alla pistolero del far west. Mi urta, e so che ha provato una soddisfazione immensa nel farlo, e la rabbia che non ho ancora sfumato mi ribolle nel cervello, la sento che sale in maniera così prepotente da farmi fermare un attimo a testa in giù, sto per girarmi e dargli un calcio in faccia ma non lo faccio. Allora guardo la fidanzatina Pippicalzelunghe che mi sorride e quanto sei brutta, poi mi giro a guardare lui che continua a scendere e lo sento che sghignazza.

Respiro profondamente. Ho il portatile e potrebbe rovinarsi, così lascio stare e riprendo a salire e finalmente apro la porta, appena in tempo per vedere la Clerici riccioli d’oro che pesa la farina mentre canta Le Tagliatelle di Nonna Pina. E meno male che ci sei tu, cara la mia Clerici.

 

 

Di professione faccio il maestro di scuola elementare, in un quartiere molto ma molto malfamato del capoluogo di provincia di appartenenza della città in cui vivo. Ogni mattina mi faccio ventisette chilometri in macchina impiegandoci  più o meno dodici minuti. Della serie, non faccio in tempo a partire che già sono arrivato. La sera vado a dormire tardi e sinceramente la mattina, non ho proprio molta voglia di staccarmi dal letto. Non è che io abbia il sonno pesante, anzi, alle 6 di solito sono già sveglio, certe volte anche prima perché la strada è infestata da trattrici agricole e saracinesche che si aprono e vociare di contadini che si recano al lavoro e cani al seguito che abbaiano. In più, proprio sotto la mia abitazione, abita un signore anziano che la mattina anche lui va “alla cambagna”, come ebbe modo di farmi notare una sera che lasciai un attimo la macchina davanti alla sua porta per salire di sopra, a prendere una cosa che avevo dimenticato. Sovrappensiero, mi sentii spaventato da un rauco e incazzoso “giovanò, vedi che togli la macchina di qqua che addomani devo che andare a raccogliere le oliveeeee…”. Ma veramente salgo e scendo, non si preoccupi “allora non ci hai capito che la devi togliere che addomani qqui ci devo tirare fuori la lambretta che ci devo andare a raccogliere le olive in cambagna” e come te lo devo dire che salgo e scendo in un attimo mentre il tuo volpino mi abbaia da dentro la porta e poi perché cazzo non te ne vai a dormire che addomani ti devi svegliare presto eccheccazzo, ti dico che salgo e scendo, e poi mettici un passo carrabile davanti alla tua porta “uèèèèèèèèèè, ma che ssi scemmm ssi…che a mme già non mi ci basta la penzione mò pure il passo carraio ci devo stare a mettere, ‘uagliò…mè, vedi che togli la macchina di qqua prima che te la faccio sparire…”.

E porca di quella puttana…! Ma perché sono venuto ad abitare qui? Pure le minacce adesso, che a quest’ora ero già salito e sceso e la macchina l’avevo tolta e l’uomo se n’era ritornato a dormire.

– Allora senti, senza che ti incazzi ulteriormente, io ora lascio la macchina qui per nemmeno cinque minuti, salgo un attimo, prendo quello che devo prendere che a te non interessa e ridiscendo subito. E se trovo un minimo graffio sulla macchina o uno sputo o una semplice cacata di uccello, io prendo chiodi e martello, ti muro qua, dentro casa tua, e mi vado a fregare le olive che devi andare a raccogliere tu domani mattina lambrettato alla cambagna,  come dici tu, e mi ci faccio l’olio per condire l’insalata, che dici? – glielo dico calmo e sereno che io comunque, provo un grandissimo rispetto per quest’uomo che a malapena arriva a fine mese con la pensione che il “faccione” gli propina ogni due mesi, e ogni mattina si sveglia presto per andare a raccogliere un po’ di frutta e verdura da vendere al mercato.

Mi guarda in silenzio.

Io da mò che ero già salito e sceso.

– Evabbè, stavo a giocare…vabbè, vabbè, basta che mi fai uscire addomani…

– Non ti preoccupare, un attimo e vado via…- un soffio di sollievo. Con la dolcezza si ottiene tutto.

Così, non proprio tutte le mattine ma quasi, il lambrettato mi sveglia con una bella slambrettata che la mattina non si mette bene in moto la lambretta, forse per l’umidità notturna, forse perché è un po’ vecchiotta, e spernacchia all’inverosimile fino a quando il motore non carbura e lui se ne va. Ma io, nonostante tutto sono contento che mi svegli perché vedo l’alba, che a me l’alba piace. Se non ci fosse il palazzo davanti…

 

 

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DELIKATESSEN (24ore Clandestino) – 2 parte

Antonella Clerici amalgama gli ingredienti della pasta frolla salata per fare il pane con i ciccioli, insieme a quella rompicoglioni che le sta accanto, quella che ha una voce odiosa come lei e come quell’altro vecchiaccio pensionato che, ci ho fatto caso, durante la trasmissione si tocca sempre i testicoli o si aggiusta il pacco. Io mangio lo yogurt sempre stravaccato sul divano, il segaossa è nel pieno della sua attività a quest’ora, tocca con quelle sue manacce la carne cruda e nuda e me lo immagino quello che pensa lui, davanti a queste ignare casalinghe in periodo pre pasquale, il porco.
Sono tentato di lanciargli un coltello dalla finestra, da questa distanza lo beccherei senz’altro. Oppure vado sul tetto e gli butto una busta di piscio direttamente nel suo atelier pieno di gente all’ora di punta.
Le fossette ai bordi della bocca della Clerici mentre parla mi piacciono tantissimo, mentre parla e impasta e fa le pallette per i panini. È un po’ chiatta però è tanto simpatica, questa beniamina delle casalinghe, quelle che a mezzodì stanno abbioccate davanti alla tivvù compreso me e mia madre. Solo che a mia madre non gliene fotte un cazzo, a me meno di lei. Io la guardo perché non c’ho un cazzo da fare e non voglio fare un cazzo.
La mia migliore amica mi ha fatto un prestito di cinquecento euri, e ieri mattina sono andato in banca a depositarli. Una settimana fa mi hanno chiamato per dirmi, stimatissimo cliente, sono otto mesi che il suo conto vede solo numeri che diminuiscono, eppure le sue entrate erano considerevoli, cosa è successo? Come mai? C’è stato qualche problema? I nostri servigi non la soddisfano più? Io rispondo in un tono alquanto formale che ho fatto degli investimenti, che è tutto sotto controllo, non si preoccupi signora, signorina prego, mi scusi, vedrà che entro la settimana prossima ricomincerò a rimpinguare la pancia delle vostre casse, allora la aspetto, vogliamo fissare un appuntamento? No grazie, brutta troiona, potrei sodomizzarti schiacciandoti la testa contro il muro, poi mi telefoneresti in continuazione per ripetere ancora questo amplesso immaginifico che dopo di te, lo sai, nessuno riuscirà mai più a soddisfarmi.
Così sono andato in banca e per entrare ho dovuto mettere nello sportellino soldi, cintura con borchie in metallo di quando eravamo tutti punk, il portatile pc, le chiavi e anche le scarpe con punta di ferro che suonava in continuazione l’allarme e mi risputava fuori, ecchecazzo! voi mi conoscete, ogni volta la stessa trafila. Per fortuna in banca non ci vado mai. Allora entro dentro questo siluro dai vetri trasparenti e la vocina mi dice: guardare dritto nella telecamera fino a che il viso non appare sullo schermo. Mettere il dito che più vi piace per il riconoscimento delle impronte digitali sull’apposito sensore. Attendere prego. Operazione conclusa. Grazie. Al che, entrando finalmente nella sala, mentalmente mi chiedo se siamo ancora nell’anno corrente, oppure ci troviamo nel futuro e io non me ne sono accorto…sembra di stare in uno di quei film tipo Blade Runner o Minority Report o nelle pagine di Nathan Never. Il signore che mi precede mi guarda dalla testa ai piedi, proprio ai piedi che sono con i calzini si, ma senza scarpe. E si fa una risatina. Cazzo ti ridi imbecille, gli dico mentalmente, sorridendo mentre lui mi guarda serio dopo che ha incrociato il mio sguardo eloquente, uno di quegli sguardi che devono avere i serial killer quando incontrano la loro prossima vittima. Così si gira e non ci pensa più, insieme a tutti gli altri deficienti in fila, imbarazzati dai miei piedi poco vestiti.
Il cassiere è sempre lo stesso, da quando mi servo di questa banca è sempre lui. Gli altri possono cambiare ma lui rimane sempre, con i baffetti, gli occhiali, e questo riporto unto e imbecille di capelli che farebbe meglio a tagliarseli e buonanotte. Gli mostro l’assegno. Lo giro con una firma che quello rimane a guardarla un po’. Il numero del suo conto prego? Mi dispiace ma non me lo ricordo. Ed è inutile che ridi, chiedimi il nome e cercalo, che sei pagato anche per fare questo, gli dico mentalmente. Non c’è problema, il suo nome prego? Il mio nome. Nato a? Nato a… il. Scorre la lista, arriva al mio conto, lo guarda, mi guarda. Prende l’assegno, ne taglia l’angolo, lo passa in una macchinetta che mi sono sempre chiesto a cosa servisse, segna l’ammontare sul computer, mi guarda ancora, sorride, sorrido. Mi guarda ancora mentre aspetta la ricevuta dalla stampante. Con i gomiti si appoggia sul bancone.
– Io ti conosco da tanto tempo, mi vuoi dire cosa ci fai con i soldi?
Guardo dietro di me. Non c’è nessuno. Appoggio i gomiti sul bancone come lui. Sento il suo alito puzzolente da dopo caffè stantio.
– Mi faccio i cazzi miei, stronzo! – in tono pacato e gentile. Mi distacco da lui. Lui rimane così, che forse non se l’aspettava ma sti cazzi, io riprendo la mia posa dritta e il sorriso tranquillo. Lui mi dà la ricevuta. Io la prendo. La ringrazio, arrivederci. E me ne vado osservato dagli altri clienti che prima guardavano i piedi e ora non li guardano più, mi guardano per intero ora.
Di nuovo nel siluro cyberpunk, all’uscita c’è la guardia giurata e giuro a me stesso che se si avvicina e mi dice qualcosa, prendo la cintura e mentre la infilo nei passanti dei pantaloni, gli spacco i denti con la fibbia e lo lascio lì, magari gli incastro la testa nella porta elettronica del siluro con la vocina guardare dritto nella telecamera fino a che il viso compare sullo schermo bip infilare un dito qualsiasi per il riconoscimento delle impronte digitali sull’apposito sensore bip…Ma io le braccia gliele lascio fuori, gliele…
Sorrido anche a lui mentre mi rivesto. Anche lui mi sorride, divertito dalla cosa dicendomi: che ci vuoi fare, basta che mettono i computerini…!
Io non sono violento ma questa volta ti sei salvato, bello. E io, quando mi sveglio con il cazzo storto, come dice la mia amica, sono pericoloso.

Con il cappotto grigio e il portatile nella destra, ma chi mi credo di essere? I carabbinieri hanno parcheggiato la loro bella volante sul marciapiede, proprio davanti al portone, e io non ci posso passare. Divieto di sosta. E lo so dove stanno, nel segaossa amico loro a dire cazzate invece di difendere la patria dai clandestini extracomunitari rapinatori, o aiutare le vecchiette ad attraversare la strada.
È una bella giornata.
Scianga sta seduto sulla sua automobile. Con le stampelle devi uscire, lo vuoi capire si o no che devi uscire con le stampelle che l’altra volta ti ho dovuto raccogliere da terra, non te lo ricordi? E stai sicuro Scianga, che la prossima volta non ti raccolgo, anzi, ti lascio lì e ti passo pure sopra, e se c’è la mia amica mi faccio pure fare una fotografia tipo cacciatore con la sua preda, con il piede appoggiato sul tuo costato. Quanto mi fai incazzare…proprio non ti vuoi bene? E a me non ci pensi che mi fai spaventare quando ti vedo steso per terra che mi sembri uno scarafaggio che tenta di rovesciarsi sulle zampe e non ci riesce?
Scianga si fuma la sua sigaretta, storpio sul cofano della sua automobile bianca. Scianga mi guarda mentre guardo lui e non gli dico niente, neanche buongiorno ti dico stamattina, Scianga. E la prossima volta che ti trovo per terra, Scianga, ti lascio lì. E Scianga mi guarda e non dice niente mentre entro nel segaossa dopo aver graffiato la fiancata della volante con la chiave del portone, e mi spiace dover interrompere i vostri discorsi senza dubbio interessanti e molto importanti, se avete lasciato la vostra volante sul marciapiede davanti al portone deve essere senza dubbio urgente, ma io non riesco a passare e devo ritirarmi nel mio appartamento, grazie.
Ed ecco che si avvicina lui, il più grosso, strafottente carabbiniere dalle fasce rosse laterali senza cappello, non lo sai che non puoi stare senza cappello o con la divisa in disordine se sei in servizio? Perché tu adesso mi stai dicendo che sei venuto a fare una notifica al qui presente segaossa, quindi sei in servizio e io devo stare attento al mio fornitore di carni perché voi state mattina e sera qua dentro, a fare notifiche al segaossa qui presente…Vediamo di mantenere la calma, e intanto alzi il tono della voce perché sei un carabbiniere ma la tua divisa è in disordine, te lo faccio presente e tu ti innervosisci di più perché tu sei nel pieno esercizio delle tue funzioni, quindi io devo stare attento, anche lei sig. carabbiniere numero di matricola XXX, perché se lei è nell’esercizio delle sue funzioni dovrebbe uscire da questo segaossa qui presente e dovrebbe essere sulle strade, rombante, a preservare il suol natìo da atti vandalici e criminosi, e non parcheggiato in divieto di sosta laddove non è concesso neanche ai tutori dell’ordine a meno che non siano in stato d’emergenza, e non credo che quattro chiacchiere con il qui presente segaossa siano un emergenza.
Rapido movimento della mano sulla fondina, e il segaossa qui presente fa il paciere.
– …dai su! Ha ragione il ragazzo, abita di sopra, vi vede tutti i giorni. Dai su, fate i bravi!
Ebbravo segaossa, mi sei piaciuto. E il carabbiniere fa dietro front che io non mi sono neanche spostato. Così, esco dal sega ossa qui presente e passo stringendomi tra la volante sfregiata e il portone. Scianga storpio sta ancora lì, Michele il pazzo si è avvicinato incuriosito alla scena. È un mondo difficile, gli faccio a Scianga, mentre il fresco e umido portone mi risucchia nel suo ventre.

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Antonio Bufi

Antonio Bufi nasce in quel di Molfetta, una ridente cittadina che si affaccia sull’Adriatico, una manciata di anni fa. Dopo aver provato a far volare dal balcone aeroplanini fatti con i fogli su cui scriveva i sui pensieri imberbi, rimane folgorato come Paolo sulla via di Damasco dalla buccia di limone che sua madre usa per la crema pasticcera...

Valentina Pelizzetti

Valentina Pelizzetti nasce in quel di Torino, una verde cittadina attraversata dal Po, pochi anni dopo Antonio. Dopo aver sognato invano di essere la Carla Fracci de' noiartri si scrive ad architettura...