serial kitchen

DELIKATESSEN (24ore Clandestino) – 6 parte

Riprendo in mano il foglietto su cui ho ricopiato il disegno delle mensole, e mi accorgo che dietro il portapenne giace un mucchietto non ben identificato di foglietti accuratamente piegati e dimenticati: la bolletta del telefono, la bolletta della luce, la rata della spazzatura, il bollo della macchina, estratto conto della carta di credito, estratto conto di quello che rimane sul mio conto in banca, una lettera da parte della assicurazione di mancato pagamento delle ultime due rate perché la banca, che stamattina mi ha telefonato perché voleva i soldi, ha fatto un po’ di confusione con alcuni documenti, e per finire la rata invernale del gas. Ad uno ad uno ripasso tra le dita quei bollettini come fossero le figurine dei calciatori Panini. Me n’ero dimenticato, preso da tutt’un’altra serie di cose e pensieri, avevo accumulato tutte quelle bollette e le avevo messe lì, consciamente o no le avevo nascoste dietro il portapenne lasciandole fermentare ed ora è giunto il momento della resa dei conti: fra due giorni scade il termine di pagamento di bollo e telefono, fra tre il gas e fra quattro luce e spazzatura. Le rate della assicurazione è meglio non calcolarle, tanto ci pensa la banca che sicuramente fra un paio di giorni mi ritelefonerà per invitarmi un’altra volta al suo cospetto.
Che fare?
Guardo l’orologio, sono le cinque meno un quarto e se mi sbrigo faccio in tempo ad arrivare in posta, pure a piedi se alzo il passo. Infilo le mani in tasca per vedere quanti soldi ho: pochi. Apro la mia cassettina porta risparmi casalinga: pochi anche qua dentro. Devo comunque passare da qualche sportello bancomat per fare un prelievo, così la banca mi ritelefona domani stesso, altro che fra un paio di giorni. Già che ci sono passo pure dal vetraio, così gli faccio vedere il disegno e sento lui cosa dice, se si può fare la cosa oppure no.
Faccio un caffè. Ho tempo pure per quello. Senza pensarci accendo una sigaretta e mentre la aspiro mi prende il panico perché ora, la combinazione tra caffeina e nicotina mi procurerà un effetto indesiderato allo stomaco che mi costringerà, come al solito a quest’ora, a correre nella toilette. Vabbè, ormai è fatta. Finisco la sigaretta. Intanto il caffè è uscito e lo bevo. Come da programma, corro nel bagno. Mentre assolvo alle mie funzioni corporali, maledico qualcuno perché devo correre e sono già sudato e non ce la faccio più a rincorrere il tempo che non vorrei essere suo schiavo, però il fatto è questo: o scendi a compromessi con la vita e cominci a correre anche tu e ti metti a fare le file ai vari sportelli pubblici, oppure mandi tutto a farsi fottere e te ne vai a vivere nei boschi, che mi sa che è meglio.
Seduto sul water.
Di fronte ho lo specchio che riflette la mia immagine. A dire il vero la riflette sempre, ogni volta che mi siedo. Ogni volta guardo il mio viso assumere pose sgraziate e le vene sulla fronte gonfiarsi, e la fronte stessa che diventa rossa e gli occhi che strabuzzano…oh Signore benedetto! Suonano alla porta, cazzo, ALLA PORTA! Ma perché? Mi viene quasi da piangere. Perché? Perché? Perché? Mi alzo, mi lavo e mi sciacquo il viso, è già tardi.
– Un attimo – grido dal bagno.
Apro la porta. Donata, una delle donne che abitano nel palazzo di fronte, forse la persona più tranquilla che mi capita di incontrare per strada quasi tutti i giorni.
– Ciao professò, che ti disturbo? – mi chiede incuriosita dal mio aspetto trafelato.
– No Donata, tu non disturbi mai, lo sai – le dico mentendo. – Stavo uscendo per andare a fare dei servizi, sai, le bollette – .
– Eh! Sono diventate un vero guaio, queste bollette. Non le reggo più, poi da quando ci sta questo euro, mi sa che ce l’hanno buttato tutto al culo…- diventa rossa in viso e si porta la mano alla bocca. – Scusa professò, e che adesso a mio marito l’hanno messo in cassa integrazione e ci sono i bambini che vanno a scuola e crescono e come devo fare, mannaggia!-
Ti prego Donata, non fare così, non metterti a piangere, cerca di trattenere le lacrime, ho fretta, ti prego non farlo.
– Su Donata, non fare così, vedrai che le cose si sistemeranno prima o poi – cerco di rassicurarla mentendo anche questa volta.
– Senti professò, il piccolo deve andare ad una festa di compleanno di un suo amichetto di classe e allora ti volevo chiedere se mi scrivevi un bigliettino per il regalo che io avrò tanto sentimento, ma proprio l’italiano non lo so scrivere – .
Benedetta Donata! Ti prenderei le guance a morsi, quanto sei tenera.
– Entra Donata, entra – e mentre le prendo il bigliettino e ci scrivo sopra qualcosa, lei mi confida -…che la figlia dei grezzoni che abitano sul pianerottolo, la piccola, quella brutta che sembra PippiCalzeLunghe con quel cesso di fidanzato, è al sesto mese! – .
Rimango un attimo fermo e spiazzato da quella notizia.
– Davvero?
– Si, davvero! E che non si vede?
– E no che non si vede, scusa. Non vedi come ci sono rimasto? E poi dove l’avranno concepito, nel portone?
– Forse!
– E adesso? Già fanno casino così, figuriamoci ora che ci sarà un altro inquilino…e poi dove si metteranno, che a malapena entrano così come sono, in quell’appartamento?
– Bho! E che ti devo dire io, professò…non pagano neanche l’affitto, non pagano!
– Ma come fate ad essere sempre così informate di tutto e di tutti? – le dico restituendole il bigliettino. – E chissà quante ne dite su di me, brutte pettegole che non siete altro! –
– Ma no professò, che su di te non abbiamo mai avuto niente da dire, tranne che fai le ore piccole con quell’amica tua bella, che è proprio bella…ma che per caso siete fidanzati?
– Senti Donata, vedi un po’ se ti va bene il bigliettino? Sai com’è, avrei un po’ di fretta – le dico con un sorrisino glissando sull’argomento. Lei lo legge e quasi le vengono i lucciconi agli occhi.
– Grazie professò, veramente. Non so come sdebitarmi!
– Ma tu non ti devi sdebitare. Basta che mi tieni informato sui vicini.
– Si professò, ci vediamo allora. Buona giornata!
– Buona giornata a te!
E speriamo.

Questo piccolo imprevisto mi fa spostare la mia tabella di marcia, devo passare dalla banca, la posta chiude alle sei. Infilo pantaloni grigi e magliettina gialla, maglione slabbrato nero, il cappotto, capelli schizzati, occhi nel panico…ricomincio ad incazzarmi. Chiudo la porta dopo aver preso carta di credito, bancomat e bollette. Scendo in strada. Sulla mia sinistra, la solita macchina parcheggiata del tipo che abita di fronte. Sembra che lui abbia un qualche diritto di proprietà su questo marciapiede perché la parcheggia sempre qui la macchina, mattina, pomeriggio e sera, e poi il vecchio contadino lambrettato viene a scassare le palle a me che lascio la mia di macchina per cinque minuti sul marciapiede. Vabbè, lasciamo stare. Scianga è appoggiato alla sua macchina, senza stampelle. Scianga, Scianga, mi sa che un giorno di questi fai una brutta fine, cadi per terra e ti spacchi il muso, guarda che io ti ho avvisato! Il segaossa è già aperto, sento il rumore che ho sentito stanotte nel sogno: l’acciaino sfregato dalla lama del coltello. Un brivido sottile mi sale lungo la schiena.
È tardi.
A passo spedito vado al primo bancomat che sta proprio a cinquanta metri dal portone e faccio due conti. Con i soldi che ho in tasca e il massimo che posso prelevare dallo sportello arrivo a racimolare la splendida somma di trecentoventieuri. Non mi bastano, ce ne vogliono almeno quattrocentocinquanta se voglio pagare più o meno tutto lasciando perdere il bollo. Allora decido di fare due prelievi, uno con il bancomat e l’altro con la carta di credito. Infilo prima la carta. Digito il codice. Duecentocinquantaeuri che vengono sputati fuori in cinque pezzi da cinquanta. Desidera lo scontrino? No grazie, troppi ricordi poi. Ritirare la carta entro trenta secondi, prego. Non preoccuparti, neanche la bocca devi aprire. Ripeto l’operazione con il bancomat. Digitare il codice, prego. Digito il codice. Digitare il codice, prego. Ridigito il codice. Lo schermo si fa grigio. Sento un rumore arrivare da qualche parte dietro il video. Una scritta rossa. Spiacente, la sua carta è stata catturata. Per informazioni rivolgersi al proprio sportello. Grazie. Cazzo! Cazzo, cazzo, cazzo! Perché? Se mollo un cazzotto allo sportello lo sfondo. Dietro di me c’è un signore che tossisce, spazientito. Cazzo, cazzo, cazzo! Mantengo la calma. Guardo il video. Intravedo la mia sagoma riflessa dietro la scritta lo sportello è pronto per una nuova operazione. Ma vaffanculo, va! Devo essere bello incazzato perché quando mi giro, il signore alle mie spalle si allontana spaventato.
Mi dirigo alla posta. Ormai è andata così, domani devo passare dalla banca un’altra volta e oggi sono costretto a pagare solo telefono, luce e gas. Alla spazzatura e al bollo ci penso domani, se mai ne avrò voglia e tempo.

Annunci

Archiviato in:Senza categoria, , , , , , , , , , , , , , , , ,

DELIKATESSEN (24ore Clandestino) – 5 parte

Chi l’ha detto che il miglior amico dell’uomo è il cane?

Io, per esempio, ho un pesciolino che non so che tipo di pesce è ma quando l’ho visto nel negozietto di animali, che nuotava insieme ad una miriade di altri pesci, me ne sono innamorato. Perché ha una bella coda, morbida, fluttuante, quasi in contrasto con il suo corpo piccolo e panciuto e che assomiglia tantissimo ai capelli della mia migliore amica. Lo tengo in una boccia trasparente sopra la televisione, è l’unica presenza della casa oltre a me e ai moscerini che da un po’ di tempo svolazzano indisturbati, e non ho ancora capito da che parte vengono fuori. Il pesce si chiama Stanley.

Stanley è educato, non sporca e non parla mai a sproposito. Mangia poco e io gli dedico poche attenzioni, inoltre non devo portarlo a spasso la sera per fargli fare la pipì e non mi riempie la casa di peli. In compenso lui fa delle cacche che certe volte mi chiedo da dove gli vengono fuori, visto che raggiungono la lunghezza di quasi dieci centimetri. Però, a pensarci bene, lui di parlare parla  eccome. Nella boccia gli ho messo, al posto dei soliti sassolini da acquario, delle pietre colorate, quelle di vetro che si vendono nei negozietti ex tutto millelire. E lui sembra contento perché c’è un po’ di colore. Allora di notte lo sento, mentre sono a letto, che le sposta facendo rumore. E mi piace pensare che stia declamando delle poesie futuriste a modo suo, mute ma rumorose. Ed è bello perché mi fa compagnia, mi fa sentire meno solo. Anche quando ha fame sembra che parli, perché si avvicina al vetro della boccia e apre la bocca di più, ritmicamente, e sembra che dica TEN GO  FA ME, come sta facendo adesso che sono sul divano e lo guardo. Così ripiego il fascicolo sulla riforma e prendo il barattolino del mangime, lo apro e come al solito un accidente di puzza mi assale le narici. Ma come fai a mangiare questa robaccia liofilizzata che assomiglia a dei coriandoli? Galleggia pochissimo sulla superficie dell’acqua perché Stanley ci si butta a pesce, della serie. Metto un po’ di musica.

Non so che fare.

Da tempo il lato destro della parete di fronte a me è vuoto. Su quello sinistro ho appeso una tela della mia amica che rappresenta un sole, che una persona ha detto che sembra un leone, e un’altra ha detto “che cosa è, un drago?”. Ma dove lo vedi il drago? I misteri dell’arte, ognuno ci vede quello che vuole… 

Invece Erika, la mia nipotina, quando l’ha visto ha detto “chebbellozzioilssoleddentrocasatua…”. Ah, beata innocenza fanciullesca! E la mia, di innocenza, dove è andata a finire?

“Dove sono i miei sogni d’oro e tutto quello che di luminoso avevano promesso in coro?” cantano i Madrigali Magri quando ogni tanto si ricordano di cantare.

Guardo ancora il lato destro del muro fissandolo. Penso che ci vorrebbe una libreria ma non c’è spazio dentro casa. Ho da poco finito di pitturarla. Non lo facevo da quando sono venuto a vivere qui, cioè da sette anni. I muri erano diventati di un bianco opaco ed era rimasto il segno dei mobili che c’erano prima e che ho regalato ad un mio amico. Invece mi sono fatto restaurare una credenza del 1900 di una mia zia che è morta, e mi diceva sempre quando ti sposi te la regalo, e io invece non mi sono sposato mai.

Che bella che è la credenza.

Mio padre mi ha dato una scrivania dello stesso periodo che lui usava nel suo studio, ma era diventata troppo piccola per lui e per la sua mania di distribuire fogli e documenti dappertutto. Allora me la sono presa io. Una volta che ho tirato via tutti i mobili, non sapevo dove mettere la televisione. Così ho pensato che per il momento poteva rimanere appoggiata su un cassettone di quelli uguali ai forzieri dei pirati. Fosse stato per me, pure per terra ma non sarebbe stato carino, visto che come dice Beppe, il mio amico chitarrista, sono uno strappone. 

I muri andavano assolutamente pitturati un’altra volta. Amica mia, ti andrebbe di pitturare insieme a me i muri di questa casetta che un giorno te la regalo?

– Assolutamente no! Io non so pitturare e le spennellate mi vengono fuori una chiavica. E poi non ho tempo – mi rispose la mia amica con i capelli coda di pesce.

Così chiesi l’aiuto ad un mio amico, tale Lapis, che si dimostrò davvero entusiasta fino a che, di punto in bianco, a mezzogiorno in punto del secondo giorno di pitturazione, mi mise il pennellone in mano e mi disse:

– Guarda, mi dispiace ma ho un appuntamento IN DE RO GA BI LE – si girò aprendo la porta e andò via. E non si fece più vedere lasciando qui un cartone che ho buttato con scarpe da ginnastica, tuta e occhiali.

E chi finì per darmi una mano? La mia amica con le pennellate che erano una chiavica ma che alla fine la casa è venuta proprio bene, con i muri color giallino, e l’incasso della finestra e della porta arancione, stesso colore di una piccola parete, quella che sta tra il bagno e le scale che portano al soppalco sulla quale ci ho appeso un quadretto portato dal Vietnam. Naturalmente, quanto mi è costato tutto ciò? La promessa di una cena a lume di candela in quel di Senigallia, e la promessa di lasciare a lei in eredità la mia macchinina che non ha niente di speciale ma le piace tanto, la casa, tutti i libri e tutti i fumetti.

Ma intanto questi benedetti libri che ora sono nei cartoni dove li metto, che la credenza è già piena e una libreria non entra? Per questo guardo la parete facendomi un’idea di come potrebbero stare delle mensole in vetro, che poi lo spazio è pure poco perché sul lato destro ci sta un ingombrante comò a cassettiera per metterci maglioni, asciugamani e ammennicoli vari destinati alle pubenda. Allora prendo un foglietto e faccio uno schizzo, metro da muratore alla mano, mentre squilla il telefono.

– Ma tu sei mio figlio, oppure ti sei dimenticato della nostra esistenza?

– Mamma…

– Si, mamma…quando ti conviene e quando non riesci a farti da mangiare…

Mia madre è così, passa da momenti di estrema dolcezza, a momenti di estremo scazzo con una facilità che neanche il mago Silvan è così veloce a mischiare le carte.

– Che fai? Non passi più da casa, tuo padre è preoccupato, ha il diabete, chiede sempre: Ma noi ce l’abbiamo un figlio? Eppure io ricordo di si. E io sempre a coprirti, a dirgli che stai passando un periodaccio, che tu sei sempre stato così, ma mica può andare avanti ancora per molto sai? Noi siamo vecchi, e tra un po’ ce ne andremo e voglio vedere come fai…

– Mamma, ho trentaquattro anni e sono dieci anni che vivo da solo.

– E che c’entra? Che ti sembra una scusa questa?

Alzo gli occhi al cielo, dopo dieci anni passati a cercare una risposta da darle a questa domanda, non so più che dirle. Diciamo che ho ormai perso la fantasia.

– Ma dove siete tu e papà, che sento un bordello bestiale? – le chiedo quando sento le urla di alcuni bambini in sottofondo.

– Io e tuo padre ci godiamo la vita davanti al golfo di Sorrento, mica come te con quella scuola lì che ti sta facendo impazzire. Non esci quasi mai, stai sempre in casa a studiare e te ne freghi di quello che ti gira intorno. Noi invece ce la spa…

E’ caduta la linea. I miei genitori hanno deciso di spendere tutti i loro beni derivati dal loro titolo nobiliare investendoli in turismo enogastronomico da colesterolo marcio, non ho capito bene se per abbreviare la loro marcia in questo mondo terreno, o semplicemente per addolcire i loro ultimi giorni. Comunque fanno bene. Potessi farlo io, che ho rifiutato tutto per fare l’alternativo dei miei coglioni!

La parete non mi convince. Non riesco a capire se è troppo piccola, se c’è poco spazio e devo spostare di nuovo il comò a cassettoni, comincio a stancarmi e mi viene voglia di buttare tutto dalla finestra. Dopo vari tentativi riesco a trovare una forma da dare alle mensole in vetro, che stiano bene sul muro senza dare fastidio e senza spostare di nuovo i mobili. Sul foglietto a quadretti ci sono linee perfettamente dritte che dovrebbero incastrarsi l’una con l’altra, formando tre livelli differenti, ci sono numeri che dovrebbero essere lunghezze, altezze e profondità, ma più le guardo e più dubito che il vetraio riesca a farmele come le ho disegnate, le mensole. Guardo il foglio. Guardo il muro. La mente è vuota e sento quel prudore sulla fronte tipico di quando sto per scoppiare, che mi sento non proprio sulla fronte, ma sotto la corteccia cerebrale che gratta gratta per uscire fuori. Comincio a grattarmi. La musica alla quale non facevo più caso, adesso mi inietta tutta la sua selvaggia prepotenza nelle dita “it’s  a sensation a bankrupt corpse on the garbage grasses with the crutches and forks”… staffilata di chitarre, le dita graffiano e Stanley comincia a nuotare nervoso in tondo nella boccia, apre e chiude la bocca, tra un po’ sto per disintegrare la radio non so ancora come.

Il campanello della porta, un trillo che mi riporta con uno scatto alla realtà, in altre parole io con il foglio in mano mezzo stropicciato e le unghie conficcate sulla fronte.

Spengo la radio con garbo.

Apro la porta.

Una signora sui quarantacinque con il grembiule da casalinga e le mani che puzzano di varechina. La figlia della signora Carlomagno, la vicina ottantenne.

– Sono la figlia della signora Carlomagno.

– Si, lo so. Buongiorno.

– La radio…

– L’ho spenta.

– Bene.

– E meno male.

– Arrivederci.

Si gira stizzita e sparisce dentro casa sua. Io rimango come un deficiente con la porta in mano e penso. Penso che tu, gentile figlia della vicina, alle ore 16 più o meno, irrorata di un persistente profumo di varechina hai per un attimo sospeso le faccende domestiche per venire a suonare alla mia porta per chiedermi di abbassare la radio, quando invece non ti degni nemmeno di andare a rompere i coglioni ai signori dirimpettai che hanno un juke box di canzoni napoletane, al posto di una radio qualunque, perché hai paura di non trovare la tua macchina stasera e io non so cosa mi trattiene dal venirti a sfasciare la porta, perché io lo so che tu ora sei dietro allo spioncino per vedere la mia reazione.

Mi avvicino allo spioncino.

Mi ci piazzo proprio davanti.

Apro la bocca.

La vedi l’ugola?

La vedi la lingua?

Questi sono gli occhi.

E vaffanculo.

 

 

Sigaretta.

Guardo fuori dalla finestra. Attraverso la tenda il palazzo di fronte con la signora che stende i panni. Un po’ di sole, ma per carità, solo per una mezz’oretta…

Mi viene in mente una canzone di Bugo “quando mi butto giù, non faccio le flessioni/non guardo neanche la tv, però mi rompo i coglioni…” . mi sento così, vorrei buttarmi un po’ giù ma non riesco a vedere il fondo, ho paura ad uscire fuori ma non per me, sto diventando un po’ troppo pericoloso per gli altri; per quanto riguarda me, non c’è nessun problema, posso farmi male quanto voglio che tanto è lo stesso.

Rientro dentro e riguardo il foglio a quadretti con linee e misure un po’ astratte. Ricopio il tutto su un altro foglietto, giusto per dare una forma più comprensibile al tutto, che sennò assomiglia troppo a quel gioco che c’era sulla Settimana Enigmistica, Questo l’ho fatto io, in cui in un quadratino ti davano un accenno di un disegno che tu dovevi completare nella speranza di vincere uno du quei meravigliosi premi che corrispondevano a televisori, videoregistratori, telecamere, phon per capelli e oggetti vari. Io mi ricordo sempre il paginone centrale, il Bartezzaghi, che io e mio padre facevamo a gara a chi lo finiva prima e ci compravamo sempre due copie. Io non vincevo mai, troppo lento. A volte davo delle definizioni alle domande troppo fantasiose, che magari entravano uguale nelle caselle e avevano anche lo stesso significato.

Accendo la tv.

Il Gambero Rosso Channel.

Mi fa venire una fame a me questo canale! Un primo piano su un tavolo con una tovaglia a quadri coperta da una scelta di formaggi che io li guardo e se fossi lì, a quest’ora non sarebbero più interi. Ci sono due tipi che aprono bottiglie di vino e mangiano formaggio facendo abbinamenti, e man mano che vanno avanti il loro occhio diventa sempre più lucido e tendente al sorriso, mentre la parlantina si fa più disarticolata. Si, questi due si stanno ubriacando marci, i vini che versano sono quasi tutti rossi e a giudicare dalla consistenza dei formaggi devono anche essere belli tostarelli. Il tipo che apre vino è rosso in viso, i suoi movimenti si fanno più lenti al contrario del suo collega che incomincia a tagliare formaggio e a masticarlo più velocemente, e beve vino con la bocca ancora piena e quasi ci manca un bel ruttazzo etilico mentre, sempre il formaggiaio, tira fuori non so bene da dove un vassoio con salumi che dovrebbero essere la finocchiona, la mortadella, il culatello che tagliano con fantasia e accanimento e ci sono i primi piani di queste due bocche che fagocitano tutto come i langolieri di Stephen King, “…ed è interessante riscoprire il perlage di questo barrique paglierino confrontato con la sapidità del culatello e la mortazza con il provolone è la morte sua io lo abbinerei ad una bella birra olandese magari trappista o anche chiara e leggera l’importante che sia fresca ora ne apro una e anche il polpo crudo sullo scoglio d’estate ma dai! E le cozze crude? Le fave novelle lo Stilton la Toma d’alpeggio in foglie di noce e questo stupendo rosso che io mi sono ordina…”

Ho spento. Questi due stavano davvero cominciando ad andare un po’ troppo fuori di testa. Il bello che li pagano pure per sparare cazzate e per mangiare e per sembrare un po’ trendy, che adesso la cucina è diventata trendy e tutti fanno corsi di cucina trendy, tutti fanno corsi da sommelier per fare i trendy con le ragazze, il cuoco è diventato un personaggio trendy, che prima quello del cuoco era considerato un lavoro sporco per fannulloni scolastici, invece ora fa la rockstar in televisione ed ha un bel viso pulito da fotomodello.

 

Archiviato in:Senza categoria, , , , , , , , , , , , , , , , ,

Antonio Bufi

Antonio Bufi nasce in quel di Molfetta, una ridente cittadina che si affaccia sull’Adriatico, una manciata di anni fa. Dopo aver provato a far volare dal balcone aeroplanini fatti con i fogli su cui scriveva i sui pensieri imberbi, rimane folgorato come Paolo sulla via di Damasco dalla buccia di limone che sua madre usa per la crema pasticcera...

Valentina Pelizzetti

Valentina Pelizzetti nasce in quel di Torino, una verde cittadina attraversata dal Po, pochi anni dopo Antonio. Dopo aver sognato invano di essere la Carla Fracci de' noiartri si scrive ad architettura...