serial kitchen

DELIKATESSEN (24ore Clandestino) – 2 parte

Antonella Clerici amalgama gli ingredienti della pasta frolla salata per fare il pane con i ciccioli, insieme a quella rompicoglioni che le sta accanto, quella che ha una voce odiosa come lei e come quell’altro vecchiaccio pensionato che, ci ho fatto caso, durante la trasmissione si tocca sempre i testicoli o si aggiusta il pacco. Io mangio lo yogurt sempre stravaccato sul divano, il segaossa è nel pieno della sua attività a quest’ora, tocca con quelle sue manacce la carne cruda e nuda e me lo immagino quello che pensa lui, davanti a queste ignare casalinghe in periodo pre pasquale, il porco.
Sono tentato di lanciargli un coltello dalla finestra, da questa distanza lo beccherei senz’altro. Oppure vado sul tetto e gli butto una busta di piscio direttamente nel suo atelier pieno di gente all’ora di punta.
Le fossette ai bordi della bocca della Clerici mentre parla mi piacciono tantissimo, mentre parla e impasta e fa le pallette per i panini. È un po’ chiatta però è tanto simpatica, questa beniamina delle casalinghe, quelle che a mezzodì stanno abbioccate davanti alla tivvù compreso me e mia madre. Solo che a mia madre non gliene fotte un cazzo, a me meno di lei. Io la guardo perché non c’ho un cazzo da fare e non voglio fare un cazzo.
La mia migliore amica mi ha fatto un prestito di cinquecento euri, e ieri mattina sono andato in banca a depositarli. Una settimana fa mi hanno chiamato per dirmi, stimatissimo cliente, sono otto mesi che il suo conto vede solo numeri che diminuiscono, eppure le sue entrate erano considerevoli, cosa è successo? Come mai? C’è stato qualche problema? I nostri servigi non la soddisfano più? Io rispondo in un tono alquanto formale che ho fatto degli investimenti, che è tutto sotto controllo, non si preoccupi signora, signorina prego, mi scusi, vedrà che entro la settimana prossima ricomincerò a rimpinguare la pancia delle vostre casse, allora la aspetto, vogliamo fissare un appuntamento? No grazie, brutta troiona, potrei sodomizzarti schiacciandoti la testa contro il muro, poi mi telefoneresti in continuazione per ripetere ancora questo amplesso immaginifico che dopo di te, lo sai, nessuno riuscirà mai più a soddisfarmi.
Così sono andato in banca e per entrare ho dovuto mettere nello sportellino soldi, cintura con borchie in metallo di quando eravamo tutti punk, il portatile pc, le chiavi e anche le scarpe con punta di ferro che suonava in continuazione l’allarme e mi risputava fuori, ecchecazzo! voi mi conoscete, ogni volta la stessa trafila. Per fortuna in banca non ci vado mai. Allora entro dentro questo siluro dai vetri trasparenti e la vocina mi dice: guardare dritto nella telecamera fino a che il viso non appare sullo schermo. Mettere il dito che più vi piace per il riconoscimento delle impronte digitali sull’apposito sensore. Attendere prego. Operazione conclusa. Grazie. Al che, entrando finalmente nella sala, mentalmente mi chiedo se siamo ancora nell’anno corrente, oppure ci troviamo nel futuro e io non me ne sono accorto…sembra di stare in uno di quei film tipo Blade Runner o Minority Report o nelle pagine di Nathan Never. Il signore che mi precede mi guarda dalla testa ai piedi, proprio ai piedi che sono con i calzini si, ma senza scarpe. E si fa una risatina. Cazzo ti ridi imbecille, gli dico mentalmente, sorridendo mentre lui mi guarda serio dopo che ha incrociato il mio sguardo eloquente, uno di quegli sguardi che devono avere i serial killer quando incontrano la loro prossima vittima. Così si gira e non ci pensa più, insieme a tutti gli altri deficienti in fila, imbarazzati dai miei piedi poco vestiti.
Il cassiere è sempre lo stesso, da quando mi servo di questa banca è sempre lui. Gli altri possono cambiare ma lui rimane sempre, con i baffetti, gli occhiali, e questo riporto unto e imbecille di capelli che farebbe meglio a tagliarseli e buonanotte. Gli mostro l’assegno. Lo giro con una firma che quello rimane a guardarla un po’. Il numero del suo conto prego? Mi dispiace ma non me lo ricordo. Ed è inutile che ridi, chiedimi il nome e cercalo, che sei pagato anche per fare questo, gli dico mentalmente. Non c’è problema, il suo nome prego? Il mio nome. Nato a? Nato a… il. Scorre la lista, arriva al mio conto, lo guarda, mi guarda. Prende l’assegno, ne taglia l’angolo, lo passa in una macchinetta che mi sono sempre chiesto a cosa servisse, segna l’ammontare sul computer, mi guarda ancora, sorride, sorrido. Mi guarda ancora mentre aspetta la ricevuta dalla stampante. Con i gomiti si appoggia sul bancone.
– Io ti conosco da tanto tempo, mi vuoi dire cosa ci fai con i soldi?
Guardo dietro di me. Non c’è nessuno. Appoggio i gomiti sul bancone come lui. Sento il suo alito puzzolente da dopo caffè stantio.
– Mi faccio i cazzi miei, stronzo! – in tono pacato e gentile. Mi distacco da lui. Lui rimane così, che forse non se l’aspettava ma sti cazzi, io riprendo la mia posa dritta e il sorriso tranquillo. Lui mi dà la ricevuta. Io la prendo. La ringrazio, arrivederci. E me ne vado osservato dagli altri clienti che prima guardavano i piedi e ora non li guardano più, mi guardano per intero ora.
Di nuovo nel siluro cyberpunk, all’uscita c’è la guardia giurata e giuro a me stesso che se si avvicina e mi dice qualcosa, prendo la cintura e mentre la infilo nei passanti dei pantaloni, gli spacco i denti con la fibbia e lo lascio lì, magari gli incastro la testa nella porta elettronica del siluro con la vocina guardare dritto nella telecamera fino a che il viso compare sullo schermo bip infilare un dito qualsiasi per il riconoscimento delle impronte digitali sull’apposito sensore bip…Ma io le braccia gliele lascio fuori, gliele…
Sorrido anche a lui mentre mi rivesto. Anche lui mi sorride, divertito dalla cosa dicendomi: che ci vuoi fare, basta che mettono i computerini…!
Io non sono violento ma questa volta ti sei salvato, bello. E io, quando mi sveglio con il cazzo storto, come dice la mia amica, sono pericoloso.

Con il cappotto grigio e il portatile nella destra, ma chi mi credo di essere? I carabbinieri hanno parcheggiato la loro bella volante sul marciapiede, proprio davanti al portone, e io non ci posso passare. Divieto di sosta. E lo so dove stanno, nel segaossa amico loro a dire cazzate invece di difendere la patria dai clandestini extracomunitari rapinatori, o aiutare le vecchiette ad attraversare la strada.
È una bella giornata.
Scianga sta seduto sulla sua automobile. Con le stampelle devi uscire, lo vuoi capire si o no che devi uscire con le stampelle che l’altra volta ti ho dovuto raccogliere da terra, non te lo ricordi? E stai sicuro Scianga, che la prossima volta non ti raccolgo, anzi, ti lascio lì e ti passo pure sopra, e se c’è la mia amica mi faccio pure fare una fotografia tipo cacciatore con la sua preda, con il piede appoggiato sul tuo costato. Quanto mi fai incazzare…proprio non ti vuoi bene? E a me non ci pensi che mi fai spaventare quando ti vedo steso per terra che mi sembri uno scarafaggio che tenta di rovesciarsi sulle zampe e non ci riesce?
Scianga si fuma la sua sigaretta, storpio sul cofano della sua automobile bianca. Scianga mi guarda mentre guardo lui e non gli dico niente, neanche buongiorno ti dico stamattina, Scianga. E la prossima volta che ti trovo per terra, Scianga, ti lascio lì. E Scianga mi guarda e non dice niente mentre entro nel segaossa dopo aver graffiato la fiancata della volante con la chiave del portone, e mi spiace dover interrompere i vostri discorsi senza dubbio interessanti e molto importanti, se avete lasciato la vostra volante sul marciapiede davanti al portone deve essere senza dubbio urgente, ma io non riesco a passare e devo ritirarmi nel mio appartamento, grazie.
Ed ecco che si avvicina lui, il più grosso, strafottente carabbiniere dalle fasce rosse laterali senza cappello, non lo sai che non puoi stare senza cappello o con la divisa in disordine se sei in servizio? Perché tu adesso mi stai dicendo che sei venuto a fare una notifica al qui presente segaossa, quindi sei in servizio e io devo stare attento al mio fornitore di carni perché voi state mattina e sera qua dentro, a fare notifiche al segaossa qui presente…Vediamo di mantenere la calma, e intanto alzi il tono della voce perché sei un carabbiniere ma la tua divisa è in disordine, te lo faccio presente e tu ti innervosisci di più perché tu sei nel pieno esercizio delle tue funzioni, quindi io devo stare attento, anche lei sig. carabbiniere numero di matricola XXX, perché se lei è nell’esercizio delle sue funzioni dovrebbe uscire da questo segaossa qui presente e dovrebbe essere sulle strade, rombante, a preservare il suol natìo da atti vandalici e criminosi, e non parcheggiato in divieto di sosta laddove non è concesso neanche ai tutori dell’ordine a meno che non siano in stato d’emergenza, e non credo che quattro chiacchiere con il qui presente segaossa siano un emergenza.
Rapido movimento della mano sulla fondina, e il segaossa qui presente fa il paciere.
– …dai su! Ha ragione il ragazzo, abita di sopra, vi vede tutti i giorni. Dai su, fate i bravi!
Ebbravo segaossa, mi sei piaciuto. E il carabbiniere fa dietro front che io non mi sono neanche spostato. Così, esco dal sega ossa qui presente e passo stringendomi tra la volante sfregiata e il portone. Scianga storpio sta ancora lì, Michele il pazzo si è avvicinato incuriosito alla scena. È un mondo difficile, gli faccio a Scianga, mentre il fresco e umido portone mi risucchia nel suo ventre.

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Antonio Bufi nasce in quel di Molfetta, una ridente cittadina che si affaccia sull’Adriatico, una manciata di anni fa. Dopo aver provato a far volare dal balcone aeroplanini fatti con i fogli su cui scriveva i sui pensieri imberbi, rimane folgorato come Paolo sulla via di Damasco dalla buccia di limone che sua madre usa per la crema pasticcera...

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Valentina Pelizzetti nasce in quel di Torino, una verde cittadina attraversata dal Po, pochi anni dopo Antonio. Dopo aver sognato invano di essere la Carla Fracci de' noiartri si scrive ad architettura...