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DELIKATESSEN (24ore Clandestino) – 6 parte

Riprendo in mano il foglietto su cui ho ricopiato il disegno delle mensole, e mi accorgo che dietro il portapenne giace un mucchietto non ben identificato di foglietti accuratamente piegati e dimenticati: la bolletta del telefono, la bolletta della luce, la rata della spazzatura, il bollo della macchina, estratto conto della carta di credito, estratto conto di quello che rimane sul mio conto in banca, una lettera da parte della assicurazione di mancato pagamento delle ultime due rate perché la banca, che stamattina mi ha telefonato perché voleva i soldi, ha fatto un po’ di confusione con alcuni documenti, e per finire la rata invernale del gas. Ad uno ad uno ripasso tra le dita quei bollettini come fossero le figurine dei calciatori Panini. Me n’ero dimenticato, preso da tutt’un’altra serie di cose e pensieri, avevo accumulato tutte quelle bollette e le avevo messe lì, consciamente o no le avevo nascoste dietro il portapenne lasciandole fermentare ed ora è giunto il momento della resa dei conti: fra due giorni scade il termine di pagamento di bollo e telefono, fra tre il gas e fra quattro luce e spazzatura. Le rate della assicurazione è meglio non calcolarle, tanto ci pensa la banca che sicuramente fra un paio di giorni mi ritelefonerà per invitarmi un’altra volta al suo cospetto.
Che fare?
Guardo l’orologio, sono le cinque meno un quarto e se mi sbrigo faccio in tempo ad arrivare in posta, pure a piedi se alzo il passo. Infilo le mani in tasca per vedere quanti soldi ho: pochi. Apro la mia cassettina porta risparmi casalinga: pochi anche qua dentro. Devo comunque passare da qualche sportello bancomat per fare un prelievo, così la banca mi ritelefona domani stesso, altro che fra un paio di giorni. Già che ci sono passo pure dal vetraio, così gli faccio vedere il disegno e sento lui cosa dice, se si può fare la cosa oppure no.
Faccio un caffè. Ho tempo pure per quello. Senza pensarci accendo una sigaretta e mentre la aspiro mi prende il panico perché ora, la combinazione tra caffeina e nicotina mi procurerà un effetto indesiderato allo stomaco che mi costringerà, come al solito a quest’ora, a correre nella toilette. Vabbè, ormai è fatta. Finisco la sigaretta. Intanto il caffè è uscito e lo bevo. Come da programma, corro nel bagno. Mentre assolvo alle mie funzioni corporali, maledico qualcuno perché devo correre e sono già sudato e non ce la faccio più a rincorrere il tempo che non vorrei essere suo schiavo, però il fatto è questo: o scendi a compromessi con la vita e cominci a correre anche tu e ti metti a fare le file ai vari sportelli pubblici, oppure mandi tutto a farsi fottere e te ne vai a vivere nei boschi, che mi sa che è meglio.
Seduto sul water.
Di fronte ho lo specchio che riflette la mia immagine. A dire il vero la riflette sempre, ogni volta che mi siedo. Ogni volta guardo il mio viso assumere pose sgraziate e le vene sulla fronte gonfiarsi, e la fronte stessa che diventa rossa e gli occhi che strabuzzano…oh Signore benedetto! Suonano alla porta, cazzo, ALLA PORTA! Ma perché? Mi viene quasi da piangere. Perché? Perché? Perché? Mi alzo, mi lavo e mi sciacquo il viso, è già tardi.
– Un attimo – grido dal bagno.
Apro la porta. Donata, una delle donne che abitano nel palazzo di fronte, forse la persona più tranquilla che mi capita di incontrare per strada quasi tutti i giorni.
– Ciao professò, che ti disturbo? – mi chiede incuriosita dal mio aspetto trafelato.
– No Donata, tu non disturbi mai, lo sai – le dico mentendo. – Stavo uscendo per andare a fare dei servizi, sai, le bollette – .
– Eh! Sono diventate un vero guaio, queste bollette. Non le reggo più, poi da quando ci sta questo euro, mi sa che ce l’hanno buttato tutto al culo…- diventa rossa in viso e si porta la mano alla bocca. – Scusa professò, e che adesso a mio marito l’hanno messo in cassa integrazione e ci sono i bambini che vanno a scuola e crescono e come devo fare, mannaggia!-
Ti prego Donata, non fare così, non metterti a piangere, cerca di trattenere le lacrime, ho fretta, ti prego non farlo.
– Su Donata, non fare così, vedrai che le cose si sistemeranno prima o poi – cerco di rassicurarla mentendo anche questa volta.
– Senti professò, il piccolo deve andare ad una festa di compleanno di un suo amichetto di classe e allora ti volevo chiedere se mi scrivevi un bigliettino per il regalo che io avrò tanto sentimento, ma proprio l’italiano non lo so scrivere – .
Benedetta Donata! Ti prenderei le guance a morsi, quanto sei tenera.
– Entra Donata, entra – e mentre le prendo il bigliettino e ci scrivo sopra qualcosa, lei mi confida -…che la figlia dei grezzoni che abitano sul pianerottolo, la piccola, quella brutta che sembra PippiCalzeLunghe con quel cesso di fidanzato, è al sesto mese! – .
Rimango un attimo fermo e spiazzato da quella notizia.
– Davvero?
– Si, davvero! E che non si vede?
– E no che non si vede, scusa. Non vedi come ci sono rimasto? E poi dove l’avranno concepito, nel portone?
– Forse!
– E adesso? Già fanno casino così, figuriamoci ora che ci sarà un altro inquilino…e poi dove si metteranno, che a malapena entrano così come sono, in quell’appartamento?
– Bho! E che ti devo dire io, professò…non pagano neanche l’affitto, non pagano!
– Ma come fate ad essere sempre così informate di tutto e di tutti? – le dico restituendole il bigliettino. – E chissà quante ne dite su di me, brutte pettegole che non siete altro! –
– Ma no professò, che su di te non abbiamo mai avuto niente da dire, tranne che fai le ore piccole con quell’amica tua bella, che è proprio bella…ma che per caso siete fidanzati?
– Senti Donata, vedi un po’ se ti va bene il bigliettino? Sai com’è, avrei un po’ di fretta – le dico con un sorrisino glissando sull’argomento. Lei lo legge e quasi le vengono i lucciconi agli occhi.
– Grazie professò, veramente. Non so come sdebitarmi!
– Ma tu non ti devi sdebitare. Basta che mi tieni informato sui vicini.
– Si professò, ci vediamo allora. Buona giornata!
– Buona giornata a te!
E speriamo.

Questo piccolo imprevisto mi fa spostare la mia tabella di marcia, devo passare dalla banca, la posta chiude alle sei. Infilo pantaloni grigi e magliettina gialla, maglione slabbrato nero, il cappotto, capelli schizzati, occhi nel panico…ricomincio ad incazzarmi. Chiudo la porta dopo aver preso carta di credito, bancomat e bollette. Scendo in strada. Sulla mia sinistra, la solita macchina parcheggiata del tipo che abita di fronte. Sembra che lui abbia un qualche diritto di proprietà su questo marciapiede perché la parcheggia sempre qui la macchina, mattina, pomeriggio e sera, e poi il vecchio contadino lambrettato viene a scassare le palle a me che lascio la mia di macchina per cinque minuti sul marciapiede. Vabbè, lasciamo stare. Scianga è appoggiato alla sua macchina, senza stampelle. Scianga, Scianga, mi sa che un giorno di questi fai una brutta fine, cadi per terra e ti spacchi il muso, guarda che io ti ho avvisato! Il segaossa è già aperto, sento il rumore che ho sentito stanotte nel sogno: l’acciaino sfregato dalla lama del coltello. Un brivido sottile mi sale lungo la schiena.
È tardi.
A passo spedito vado al primo bancomat che sta proprio a cinquanta metri dal portone e faccio due conti. Con i soldi che ho in tasca e il massimo che posso prelevare dallo sportello arrivo a racimolare la splendida somma di trecentoventieuri. Non mi bastano, ce ne vogliono almeno quattrocentocinquanta se voglio pagare più o meno tutto lasciando perdere il bollo. Allora decido di fare due prelievi, uno con il bancomat e l’altro con la carta di credito. Infilo prima la carta. Digito il codice. Duecentocinquantaeuri che vengono sputati fuori in cinque pezzi da cinquanta. Desidera lo scontrino? No grazie, troppi ricordi poi. Ritirare la carta entro trenta secondi, prego. Non preoccuparti, neanche la bocca devi aprire. Ripeto l’operazione con il bancomat. Digitare il codice, prego. Digito il codice. Digitare il codice, prego. Ridigito il codice. Lo schermo si fa grigio. Sento un rumore arrivare da qualche parte dietro il video. Una scritta rossa. Spiacente, la sua carta è stata catturata. Per informazioni rivolgersi al proprio sportello. Grazie. Cazzo! Cazzo, cazzo, cazzo! Perché? Se mollo un cazzotto allo sportello lo sfondo. Dietro di me c’è un signore che tossisce, spazientito. Cazzo, cazzo, cazzo! Mantengo la calma. Guardo il video. Intravedo la mia sagoma riflessa dietro la scritta lo sportello è pronto per una nuova operazione. Ma vaffanculo, va! Devo essere bello incazzato perché quando mi giro, il signore alle mie spalle si allontana spaventato.
Mi dirigo alla posta. Ormai è andata così, domani devo passare dalla banca un’altra volta e oggi sono costretto a pagare solo telefono, luce e gas. Alla spazzatura e al bollo ci penso domani, se mai ne avrò voglia e tempo.

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DELIKATESSEN (24ore Clandestino) – 3 parte

Sul pianerottolo è venuta ad abitare un’allegra famigliola che non ti dico, di un’educazione e un bon ton che sfiorano il limite della ragionevolezza.

La mattina fanno la sveglia con caffè e dosi abbondanti di Gigi d’Alessio a volume sparatissimo, all’ora di pranzo evito di guardare il telegiornale, che tanto ascolto il loro, evidentemente saranno audiolesi, il pomeriggio fanno merenda con le canzoni napoletane sempre sparate a massimo volume e la sera, qualsiasi cosa io guardi in televisione, tengo il volume basso che tanto è inutile, il loro è più alto del mio. Dulcis in fundo: hanno un cucciolo di cane che ha tanta voglia di crescere e abbaia in continuazione, ma caro il mio cucciolo, mi sa che un bel giorno tu non ritornerai mai più a casa, schiacciato sotto le scarpe ignare dalla punta di ferro del tuo vicino di casa o dai pneumatici della mini automobile, sempre del tuo vicino di casa di cui sopra. Che io gliel’avevo detto alla mia amica, guarda che stanno affittando l’appartamento accanto al mio, a te che t’interessa, ti do il numero di telefono, chiama e muoviti che l’affitto è bassissimo e andrà a ruba.

Infatti così è stato.

Lei ha telefonato in continuazione per una settimana senza che nessuno rispondesse, poi, il giorno in cui non ha chiamato perché doveva andare a fare la ceretta, un altro cristiano, l’attuale inquilino, ha telefonato accaparrandosi l’appartamento alla comoda somma di 150 euri mensili, aggiudicato! Ma io ti voglio dire questo, amica mia, ma perché sei andata a farti la ceretta che sei bellissima così? Se proprio ci tenevi alla ceretta, te la facevo io la ceretta, gratis. Che tanto il dolore che potevo infliggerti non era niente in confronto alla comodità di cui entrambi avremmo potuto godere nell’abitare vicini. Che ne so, avremmo pranzato e cenato insieme, avremmo bevuto vino e thè indiano insieme, avremmo ascoltato la musica insieme, e magari ti avrei anche pitturato la casa, insieme. Invece no, mi tocca sorbirmi questi vicini che forse è una punizione divina che qualche Gesù Cristo vuole infliggerci, a me e agli altri del pianerottolo. E che diamine, io quaranta giorni nel deserto a fare la fame e a subire le tentazioni del Diavolo, e voi nemmeno Gigi d’Alessio? E vabbè, che ti devo dire…

La figlia dei vicini è un tipetto che assomiglia a Pippicalzelunghe versione magra, quindi immaginatevi un po’, sui 15 o 16 anni, non saprei dire, che di solito la sera si stravacca sul pavimento del portone per farsi una ricca pomiciata con il ragazzo, simile a lei, con la mascella da mastino e le pose plastiche da culturista mancato che lui crede di fare paura, invece fa solamente ridere. Io li beccavo abbastanza spesso prima, adesso evidentemente gli altri inquilini devono aver detto qualcosa perché io non li trovo più, o forse hanno cambiato ora. Insomma, una volta litigavano dietro la mia porta e sentivo che lui sbatteva lei urlando in dialetto sullo stendi biancheria che avevo messo fuori la mattina con il bucato profumoso steso, che era un piacere per il naso arrivare al pianerottolo, allora l’ho aperta la porta e gli ho detto che ero stanco, per favore, potete andare a farvi i cazzi vostri da un’altra parte oppure ad un’altra ora che adesso non mi sembra il caso, e scusate tanto… Al che lui mi ha guardato dicendomi con gli occhi pieni di rabbia, povero ventenne imberbe, tu non sai chi sono io, io ti ammazzo, e intanto non si avvicinava, io lo sguardo appannato dal sonno della controra pomeridiana, hai capito, tu non sai chi sono io, io ti ammazzo. Ma sti cazzi, e gli ho chiuso la porta in faccia mentre la piccola Pippicalzelunghe mi guardava come volesse dirmi: hai visto quanto è forte e quanto mi ama il mio boy friend? Ma andate a cagare tutti e due…

Allora sono andato in cucina e ho scelto con cura il coltello che poteva andare bene per l’occasione. Sapete, ogni coltello ha il suo utilizzo, voglio dire, non è che con quello che si usa per tritare il prezzemolo si può trinciare di netto la giugulare di una persona, non sarebbe il caso. Così, ho preso quello giapponese da sashimi, bellissimo e taglientissimo, talmente affilato da fare paura anche a me. Mi sono avvicinato alla porta e mi sono messo a origliare ma non sentivo più nulla. Ho aperto la porta e…niente, non c’era più nessuno. Peccato, mi sono detto guardando il coltello, sarà per la prossima volta.

Ora, dopo aver simpaticamente disquisito con i carabbinieri, chi mi trovo davanti che scende le scale mentre io le salgo? Indovinato, il bulletto con un ghigno trucido sulla faccia e la sua girl al seguito. Mastico un Cristo tra i denti e ci aggiungo pure ci mancava quest’altro oggi. Lui è al centro delle scale e, secondo le regole del galateo e della buona educazione, bisognerebbe spostarsi per lasciare libero il passaggio, specialmente tu che scendi dovresti avvantaggiare me che salgo cedendomi un po’ di spazio. Invece niente, io mi sposto e lui rimane lì dov’è urtandomi con forza con la spalla come a dire “questa scala è troppo piccola per tutti e due, gringo”, e scende con le gambe molli alla pistolero del far west. Mi urta, e so che ha provato una soddisfazione immensa nel farlo, e la rabbia che non ho ancora sfumato mi ribolle nel cervello, la sento che sale in maniera così prepotente da farmi fermare un attimo a testa in giù, sto per girarmi e dargli un calcio in faccia ma non lo faccio. Allora guardo la fidanzatina Pippicalzelunghe che mi sorride e quanto sei brutta, poi mi giro a guardare lui che continua a scendere e lo sento che sghignazza.

Respiro profondamente. Ho il portatile e potrebbe rovinarsi, così lascio stare e riprendo a salire e finalmente apro la porta, appena in tempo per vedere la Clerici riccioli d’oro che pesa la farina mentre canta Le Tagliatelle di Nonna Pina. E meno male che ci sei tu, cara la mia Clerici.

 

 

Di professione faccio il maestro di scuola elementare, in un quartiere molto ma molto malfamato del capoluogo di provincia di appartenenza della città in cui vivo. Ogni mattina mi faccio ventisette chilometri in macchina impiegandoci  più o meno dodici minuti. Della serie, non faccio in tempo a partire che già sono arrivato. La sera vado a dormire tardi e sinceramente la mattina, non ho proprio molta voglia di staccarmi dal letto. Non è che io abbia il sonno pesante, anzi, alle 6 di solito sono già sveglio, certe volte anche prima perché la strada è infestata da trattrici agricole e saracinesche che si aprono e vociare di contadini che si recano al lavoro e cani al seguito che abbaiano. In più, proprio sotto la mia abitazione, abita un signore anziano che la mattina anche lui va “alla cambagna”, come ebbe modo di farmi notare una sera che lasciai un attimo la macchina davanti alla sua porta per salire di sopra, a prendere una cosa che avevo dimenticato. Sovrappensiero, mi sentii spaventato da un rauco e incazzoso “giovanò, vedi che togli la macchina di qqua che addomani devo che andare a raccogliere le oliveeeee…”. Ma veramente salgo e scendo, non si preoccupi “allora non ci hai capito che la devi togliere che addomani qqui ci devo tirare fuori la lambretta che ci devo andare a raccogliere le olive in cambagna” e come te lo devo dire che salgo e scendo in un attimo mentre il tuo volpino mi abbaia da dentro la porta e poi perché cazzo non te ne vai a dormire che addomani ti devi svegliare presto eccheccazzo, ti dico che salgo e scendo, e poi mettici un passo carrabile davanti alla tua porta “uèèèèèèèèèè, ma che ssi scemmm ssi…che a mme già non mi ci basta la penzione mò pure il passo carraio ci devo stare a mettere, ‘uagliò…mè, vedi che togli la macchina di qqua prima che te la faccio sparire…”.

E porca di quella puttana…! Ma perché sono venuto ad abitare qui? Pure le minacce adesso, che a quest’ora ero già salito e sceso e la macchina l’avevo tolta e l’uomo se n’era ritornato a dormire.

– Allora senti, senza che ti incazzi ulteriormente, io ora lascio la macchina qui per nemmeno cinque minuti, salgo un attimo, prendo quello che devo prendere che a te non interessa e ridiscendo subito. E se trovo un minimo graffio sulla macchina o uno sputo o una semplice cacata di uccello, io prendo chiodi e martello, ti muro qua, dentro casa tua, e mi vado a fregare le olive che devi andare a raccogliere tu domani mattina lambrettato alla cambagna,  come dici tu, e mi ci faccio l’olio per condire l’insalata, che dici? – glielo dico calmo e sereno che io comunque, provo un grandissimo rispetto per quest’uomo che a malapena arriva a fine mese con la pensione che il “faccione” gli propina ogni due mesi, e ogni mattina si sveglia presto per andare a raccogliere un po’ di frutta e verdura da vendere al mercato.

Mi guarda in silenzio.

Io da mò che ero già salito e sceso.

– Evabbè, stavo a giocare…vabbè, vabbè, basta che mi fai uscire addomani…

– Non ti preoccupare, un attimo e vado via…- un soffio di sollievo. Con la dolcezza si ottiene tutto.

Così, non proprio tutte le mattine ma quasi, il lambrettato mi sveglia con una bella slambrettata che la mattina non si mette bene in moto la lambretta, forse per l’umidità notturna, forse perché è un po’ vecchiotta, e spernacchia all’inverosimile fino a quando il motore non carbura e lui se ne va. Ma io, nonostante tutto sono contento che mi svegli perché vedo l’alba, che a me l’alba piace. Se non ci fosse il palazzo davanti…

 

 

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DELIKATESSEN (24ore Clandestino) – 1 parte

“Qui è un macello
mille cose si accavallano
questo è il bello
se non hai niente da fare
Ti sembra strano che
non me lo ricordo mai
che quando siamo stanchi
c’è il rischio
di dire le stronzate…”

Bugo

Prima di tutto c’è il buio.
Un buio sudato, che comunque non riesco ad aprire gli occhi nonostante questo sia, adesso, il mio desiderio più urgente. Non riesco a capire come mai senta così tanto caldo. Poi sento un rumore lontano che all’inizio non so definire, ma so che mi è familiare, lo conosco bene. Mi giro e mi rigiro dentro questa dannata sensazione di caldo, c’è il buio e ancora questo rumore che adesso so cosa è: la lama di un coltello sfregata sul dorso di un acciaino.
Finalmente apro gli occhi e non sono più steso ma sto camminando, un corridoio lungo e bianco, con piastrelle pulitissime ai muri, anche sul soffitto, quasi l’ambiente fosse asettico, come un obitorio.
Ma non è un obitorio.
Non ci sono finestre, e neanche luci, eppure è tutto luminosissimo e bianco, bianchissimo.
Mi accorgo che alla mia sinistra ci sono dei portelloni bianchi con una maniglia nera, tutto il corridoio ne è pieno. Sono celle frigorifere in fila fino al fondo del corridoio, che non vedo ma so che è lì, da dove mi arriva all’orecchio il rumore del coltello e delle voci ora, insieme a risatine. È tutto perfettamente pulito.
Provo ad aprire le celle ma non ci riesco, una dopo l’altra il loro interno mi è negato.
Una dopo l’altra tento di aprirle in questo corridoio che sembra non finire mai, eppure le voci che adesso riconosco si avvicinano sempre di più, insieme al rumore della lama sull’acciaino. Piastrelle anche sul pavimento. Guardo per terra e vedo i miei piedi nudi, ma solo quelli, non il resto del corpo. Quindi non so se sono nudo o vestito, né tanto meno se quello che sta camminando sono realmente io, o i miei occhi sono nel corpo di un’altra persona.
Un gatto sta accucciato sulle zampe posteriori e si lecca quelle anteriori, umide se le passa sulla testa, sul muso, si contorce in un modo che solo i gatti sanno fare quando devono lavarsi. La coda è nervosa, si muove in continuazione e sembra non fare caso al mio passaggio, furtivo perché non voglio farmi sentire. Anche il gatto è bianco e ha gli occhi rossi. Si lava. Come se non ci fossi. Adesso che mi è vicino noto che non è bianco ma trasparente, vedo i suoi organi interni e il suo piccolo cuore che pulsa. Bianco anch’esso. Il gatto è un insieme intricato di nervi e vene e muscoli, come fossero fili elettrici in un sistema di illuminazione, gli occhi i fari.
Ma non è così, anche se provo pietà per lui, in questo momento so che è un gatto e nient’altro perché tutto ciò non è irreale, ma la normalità.
Irreali mi sembrano invece quell’insieme di voci e risatine che adesso sono dietro ad una porta che non avevo visto, il fondo del corridoio che ora mi appare dopo che il gatto mi aveva distratto. Una porta che in realtà una porta non è, bensì un altro portellone uguale a quello delle celle frigorifere alla mia sinistra nel corridoio.
Adesso riconosco le voci, anche se non distinguo quello che dicono.
Ridono.
Mi avvicino piano.
Rumore di acciaino sfregato.
“Questo qui neanche per il brodo è buono”.
Risatine.
“Lo spacci per agnellino?”
Risatine.
“Quasi quasi, magro com’è…con le braccia ci faccio il macinato…”
Cazzo…!
“Guarda il cazzo…”
Risatine.
Acciaino.
“Questo lo do al gatto…”
Risatine.
Il gatto…mi giro a guardarlo. Miao mi fa, poi continua la sua toeletta.
“Le costolette sono troppo magre, forse a Pasqua riesco a venderle per scottadito…”
Cercando di non fare rumore, apro il portellone. Ora le voci mi arrivano più nitide, insieme all’acciaino sfregato e ad una zaffata di aria freddissima, quasi di frigorifero.
“Il cervello me lo faccio fritto oppure glielo do a Mimì…sai come si fa intelligente?”
Risatine.
Il segaossa in camice bianco, poi i due sbirri attorno ad un tavolo. Il segaossa, è lui che sfrega la lama sull’ acciaino, mentre i due sghignazzano e fanno commenti. Improvvisamente si girano verso di me, niente affatto sorpresi. Il loro girarsi apre uno spiraglio che fa si che io veda cosa c’è steso sul tavolo.
Sono io nudo con un foro sul petto.
I tre si rigirano verso il mio corpo.
“Peccato che il cuore sia inutilizzabile…”
Risatine.
Il gatto si sta strusciando sui miei calcagni, ora.
Mi giro a guardarlo.
Miao mi fa, leccandosi i baffi, che già sa lui che tra un po’ ci sarà una bella cenetta.
Mi rigiro a guardare i tre.
Mi sveglio sudatissimo e con la bocca impastata, quasi avessi bevuto piscio la sera prima.

Prima sigaretta.
Il canale della telepromozione fa vanto dei suoi coltelli che tagliano pure la cassaforte della Bank of AmeriKa, mattina e sera me la trovo sempre sullo schermo. Ma li comprano mai questi coltelli? E tagliano sul serio? Solo per l’imbonitore, che acrobaticamente propone il suo spettacolo di ananassi tagliati al volo, uno dovrebbe comprarseli, per lo meno per vedere se poi tagliano davvero, gli ananassi al volo. E sicuramente, per premiare la voce del doppiatore che non c’entra mica tanto con le espressioni facciali del venditore mascherato da cuoco. A sentirla bene, quella voce sembra di uno stitico che cerca di svuotarsi senza riuscirci e che intanto prende tempo sulle convulsioni intestinali sdoppiando, in tutti i sensi, quella televendita di merda. Eppure continuo a guardarla, indefesso. Mattina e sera. E mentre la cenere della sigaretta ha di che urlare per il suo precario equilibrio sul bordo della brace, mi guardo alle spalle pensando ai miei di coltelli, quelli che fanno bella mostra di sé nella cucina, agganciati ad una calamita, quasi sopra il ceppo in legno di ciliegio che forse è l’unica cosa elegante e degna di nota, in mezzo a quella confusione in cui mi ostino a vivere in questi giorni. Che poi la confusione mica è tanto evidente. Il fatto è che, lasciare un po’ di piatti sporchi e tazzine del caffè nel lavello di una cucina lunga tre metri e larga, dal muro ai fornelli, solo sessanta centimetri, fa il suo bell’effetto boemio rancido.
Poi non sono riuscito a togliere quelle macchie insistenti dell’ultimo caffè dal muro bianco, sintomo di una precarietà urlante che appena entro in cucina la mattina mi morde con i suoi denti affilati. A dire il vero ci sono anche delle altre macchie, però quando guardo quelle non mi danno molto fastidio perché mi ricordano una cosa piacevole che i miei coltelli mi regalano di tanto in tanto. Allora li guardo e sorrido abbagliato dal loro perfetto scintillio sotto la luce del lucernario. In culo ai coltelli della televendita!
Naturalmente, che fine poteva fare la cenere della sigaretta mentre mi faccio le pippe mentali? Naturalmente sulla maglietta bianca che uso per dormire e che poi spazzolo con la mano, in modo tale da spandere ancora di più la cenere come un bambino rincoglionito. Ma non si era detto che la cenere faceva diventare bianca la bianca biancheria? Se è per questo, la cenere fa bene anche alle piante se la metti nel terreno, come la posa del caffè.
In questo momento, per esempio, so che la posa del mio caffè galleggia agonizzante nel lavello, come un pesce rosso in fin di vita, ma sinceramente mi auguro che l’acqua sia andata giù dal buco, anche se non ci spero più di tanto.
Guardo la finestra.
La luce mi arriva un po’ sbiadita, filtrata dalla tenda color panna pesante e offuscata dall’ombra del palazzo di fronte. C’è fumo adesso, quindi per forza di cose devo abbandonare l’idea di rimanere ancora un attimo svaccato sul divano, con sotto una marea di cuscini che il più delle volte tendo a buttare dietro lo schienale, per terra. Di sotto c’è il macellaio che ha cominciato il suo lavoro di segaossa e taglio di parti animali già da un bel tot di tempo.
Già so che ad una certa ora, se mi riaffaccio, lo vedo lì, appoggiato all’entrata con il suo assistente in camice bianco a fare niente, a guardare il marciapiede e le persone che passano in questa strada fin troppo stretta e fin troppo alla portata del mio balcone, così tanto da farmi imprecare il pomeriggio o la notte, quando passano le macchine o i motorini spernacchianti, che io già lo so che i motorini hanno quelle marmitte così per rompere i coglioni alle persone nelle ore più improbabili, che poi fanno suonare pure gli allarmi delle automobili. Già che ci sono vado a farmi pure il caffè, ma devo pescare nel lavello le tazzine del giorno prima e del giorno prima ancora, o almeno questo è il processo mentale che elaboro nel breve tragitto che mi separa dalla finestra alla cucina.
L’acqua, nonostante la posa del caffè, è andata giù per fortuna. Lavo le tazzine, tre per la precisione. Tolgo via i rimasugli di molliche e altro dal lavello e metto la Bialetti sul fornello.
Seconda sigaretta.
La televisione è ancora accesa, c’è sempre lui che armeggia con i suoi formidabili coltelli con questa voce italiana improbabile e allora cambio canale, i capelli arruffati, in piedi in mezzo alla stanza che poi è quasi tutto l’appartamento. Ora vendono la scarpiera e su un altro canale gli attrezzi ginnici e su un altro ancora la vaporella ad aria compressa che ti fa anche il bidet e il cappuccino e ti pittura la casa senza che tu ti alzi dal letto, caro il nostro gentile acquirente.
La cenere fa ancora una volta bella mostra del suo equilibrio precario e mi cerco un posacenere che ricordo di non avere, maledicendomi mentre cade per terra. Se non altro, non mi cade sulla maglietta. Il caffè comincia ad uscire, in cucina abbasso la fiamma sotto la Bialetti, poi chiudo il coperchio e spengo la fiamma, aspetto un attimo e con la caffettiera ancora gorgogliante lo verso nella tazzina e lo bevo. Amaro e bollente all’inverosimile in piedi sotto il lucernario.
Dovrei andare a lavorare ma non è che ne abbia molta voglia.

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Antonio Bufi

Antonio Bufi nasce in quel di Molfetta, una ridente cittadina che si affaccia sull’Adriatico, una manciata di anni fa. Dopo aver provato a far volare dal balcone aeroplanini fatti con i fogli su cui scriveva i sui pensieri imberbi, rimane folgorato come Paolo sulla via di Damasco dalla buccia di limone che sua madre usa per la crema pasticcera...

Valentina Pelizzetti

Valentina Pelizzetti nasce in quel di Torino, una verde cittadina attraversata dal Po, pochi anni dopo Antonio. Dopo aver sognato invano di essere la Carla Fracci de' noiartri si scrive ad architettura...