serial kitchen

CERASE

ieri avevo voglia di vederti.

Davvero.

Da quando mi hai chiesto di andare a  bere qualcosa insieme, niente è più stato lo stesso.

Ti vedevo entrare in libreria con quella barba e i capelli ricci, lo sguardo intrigante. Non puoi nemmeno immaginare quanto ho desiderato che tu mi chiedessi di uscire insieme a te o qualsiasi altra cosa. Invece ero io che mi avvicinavo a te, con il mo solito sorriso e la voglia di baciarti. Ti chiedevo se potevo esserti utile e tu mi rispondevi allargando le braccia che “andavi a braccio”, e mi guardavi con quel gesto che voleva abbracciare tutta la libreria e mio Dio!, quanto desideravo che tu abbracciassi me, lì davanti a tutta la gente e i libri, che mi spogliassi e cominciassi a baciarmi dappertutto.

Invece tu niente.

Quanto tempo sei venuto in libreria? Un anno? Forse di più? Ogni volta la stessa storia. E io che mi sentivo una merda, cazzo dimmi qualcosa!

Ho cominciato io, contro la mia volontà, perché più forte era il desiderio di sentire il tuo corpo che nascondevi sotto quei jeans consumati e il giubbotto di pelle. E quando era estate, ti sbirciavo le braccia tatuate, e il tuo fondoschiena sodo nel quale avrei voluto infilzare le mie unghie mentre immaginavo il tuo sesso entrarmi dentro.

Mi chiedevi dei libri e io mi inventavo storie sulla bellezza di quello che avevi scelto tu, fingevo che non erano in libreria e che bisognava ordinarli, per costringerti a ritornare il più possibile, prova a venire domani, ti dicevo. E dopodomani e ancora dopo.

Fino a che hai cominciato a prendere i libri di Jonathan Carroll. Tutti questi titoli strani e queste strane copertine sono state motivo di discussione tra noi, e tu, che ci mettevi pochissimo tempo a leggerli, ritornavi ogni settimana a prenderne un altro fino a Mele Bianche. Quello non c’è, ti ho detto. Bisogna ordinarlo.

E così, ancora una volta, ti ho costretto a ritornare. E gironzolandoti attorno, come un fulmine a ciel sereno, ti sei girato verso di me e mi hai invitata a bere qualcosa. Eccoti qui finalmente, c’era bisogno di tutto questo tempo? Non potevi chiedermelo prima?

E la sera ci siamo visti che faceva veramente caldo, siamo andati al mare con in mano due birre che si sono riscaldate prima del tempo e tu mi parlavi, mi parlavi fino a che non ho resistito e ti ho baciato. Ho lasciato entrare impetuosamente la mia lingua nella tua bocca stringendoti la testa, non volevo che ti staccassi. Piuttosto, te l’avrei staccata quella lingua portandola a casa come trofeo. E mi sono lasciata toccare dalle tue mani e mi sono fatta baciare, ti ho lasciato entrare dentro di me godendo del tuo orgasmo e premendo il mio ventre contro il tuo, sentendo le tue labbra appiccicate sui miei capezzoli e i denti che mi affondavano nella nuca. E siamo rimasti così per parecchio tempo, lasciandoci avvolgere dal rumore della risacca e dalla salsedine.

Non ti ho chiesto di venire a dormire da me perché immaginavo che non l’avresti fatto. Non sei il tipo e tanto meno ho voglia di costringerti. Anche se un rapimento sarebbe stata una buona idea.

Poi sono passata a trovarti sul lavoro il giorno dopo e abbiamo mangiato il gelato insieme. Non so perché, non me lo hai detto, in tasca avevi un cucchiaino che mi hai regalato. Per ogni volta che mangi un gelato, mi hai detto. Così ti ricordi di me. Ed ho pensato a quanto tu fossi strano e unico, con quel cucchiaio che mi ha disorientata.

Come ti dicevo, ieri avevo voglia di vederti.

Così ti ho mandato un messaggio in cui ti dicevo che alle sette sarei stata ai giardinetti, e che se ti andava potevi raggiungermi perché avevo troppa voglia di baciarti. Sono partita molto tempo prima da casa, volevo assaporare ogni singolo momento della mia attesa di te, respirare un po’ di aria immaginandoti e prolungando ancora di più il desiderio. Da un banchetto ho preso un sacchetto di ciliegie e mi sono seduta ad una panchina, ho pensato che tu ne avessi un po’ voglia e che le avremo mangiate insieme ridendo e sputandoci i noccioli addosso. Immaginavo che tu mi toccassi con le ciliegie, facendomi venire i brividi. Le passi sui miei capezzoli, sulle mie labbra, sul mo clitoride. Le infili dentro di me e poi le succhi, e le mastichi insieme al mio sapore e mi fai sentire viva. E la stessa cosa fai con il tuo cucchiaino, Dio che voglia che mi fai venire… Vorrei sentirlo lungo la mia schiena, freddo sulla mia pelle calda, che scende giù fino ad arrivare…lo sai dove, non c’è bisogno che te lo dica. E ancora ciliegie, ciliegie, ciliegie dappertutto. Tra le mie labbra, le tue labbra, sul tuo corpo schiacciate e poi leccate, dolci e sapide del tuo sudore.

Ma sono già le otto e tu non sei arrivato, e io le ciliegie le ho già finite.

Così mi alzo e compro un gelato alla pesca e zafferano. Mi risiedo sulla panchina con il mare di fronte e comincio a mangiarlo con il tuo cucchiaino. Chiudo gli occhi e sorrido, mentre sento un lungo, piacevole rivolo che mi cola tra le gambe.

 

 

Cheesecake alle ciliegie 

 

500 gr di ciliegie Anella

500 gr di robiola

1 uovo intero e 1 tuorlo

150 gr di zucchero

50 gr di burro

1 banana matura

1 bicchierino di porto rosso

il quantitativo giusto di pasta frolla per foderare una tortiera

 

Fate sciogliere il burro con lo zucchero in una padella e aggiungete le ciliegie snocciolate. Bagnate con il porto e fate cuocere ancora per una decina di minuti (potete aggiungere, se lo volete, un po’ di pepe nero pestato e due chiodi di garofano; magari anche della cannella). Lasciate riposare inclinando la padella per raccogliere il succo poi. In un mixer, frullate la robiola con le uova, la banana e il succo delle ciliegie. Foderate uno stampo per crostate con la pasta frolla e dategli una precottura di 10 minuti. Poi sul fondo disponete le ciliegie cotte e  versateci il composto ottenuto con la robiola. Cuocere in forno a 160° per una ventina di minuti, lasciatela raffreddare e buon appetito.

 

Archiviato in:Senza categoria, , , , , , , , , , , , , ,

DELIKATESSEN (24ore Clandestino) – 4 parte

Così, mentre faccio l’amore con il sapore dello yogurt sul divano stravaccato, e guardo la Clerici con i suoi riccioli d’oro, squilla il telefono.
– Ciaooooooo tessoroooooo, che faiiiiiiiiiiiiiiiii?
Svetlana, una delle mie colleghe un po’ zoccola che lei non sa quanto mi dà fastidio il suo modo di parlare, e che di nome vero fa Teresa ma guai a chiamarla così. A scuola viene sempre vestita che sembra debba andare a fare una sfilata di moda, alta, tacchi a spillo e scollatura che, estate o inverno, mette in mostra il suo seno caparbio e allegro nonché prominente. Truccatissima e acconciata come una diva, una bella donna, non c’è che dire, indossa sempre delle collane con pendente che fanno cadere gli occhi proprio lì, che secondo me a lei piace farsi guardare e sapere che gli uomini in generale le sbavano dietro. Tutti tranne me. E’ forse per questo che in continuazione mi dà una caccia senza quartiere. Nonostante la sua bellezza è anche intelligente e abbastanza furba, il che la rende ancora più affascinante. Unico difetto: appunto, mi dà la caccia e io voglio solo essere suo amico, e poi ha quel modo di allungare le finali che io non la sopporto proprio e adesso alzo gli occhi al cielo, cucchiaino in mano e risotto agli asparagi in formato catodico negli occhi.
– Ciao Svetlana, come va?
– Ma come vai tuuuuu…sai, oggi a scuola non ti ho vistoooooo e allora mi sono chiesta chissà che cosa gli è successo all’amico mio belloooooo…
E cosa vuoi che mi sia successo, cara la mia collega un po’ zoccola che io lo so perché mi hai chiamato?
– Di un po’, ma non è che mi hai chiamato perchè te l’ha detto la direttrice?
– Ma nooooo, ma che vai a pensareeeeeee…è stata una mia iniziativa, volevo sincerarmi che stavi beneeeeee, eddaiiiiiii. Io quando non ti vedo mi preoccupoooooo…sai come sono vestita oggiiiiiiii?
Oddio, oddio, oddio…eccola che comincia. Ma cosa vuoi che mi freghi come stai vestita? Dimmi piuttosto com’è andata a scuola oggi, con tutti i casini che ci sono e le riunioni che io ancora devo studiarmi il fascicolo della nuova riforma scolastica.
– Oggi c’è un bel sole allora mi sono messa un bel maglione nero aderente scollatooooo, poi dei bei pantaloni gessati neriiiiiii che vedessi che bel culooooo, eppoi le scarpe col tacco alto alto color rosso cardinaleeeee, se mi vedessiiiiiiiii…
Non ti vedo ma ti immagino.
– E la collana?
– La collana è una bella collana con un pendente in madreperlaaaaa, che bellooooo…
– Vabbè Svetlà, dimmi un po’ come è andata a scuola oggi?
E qui parte in quarta che quando parla di scuola, chissà com’è perde l’uso delle frasi allungate.
– Guarda, a scuola oggi non me ne parlare beato te che non ci sei venuto oggi. Questi marmocchi maleducati mi fanno impazzire non ce la faccio più questa scuola di merda e poi tutti a sbavarmi dietro pure i bambini e i bidelli. Maestra di qua, maestra di là, ma che volete da me, io c’ho una casa e c’ho pure da preparare da mangiare mica posso stare sempre a pensare a voi eppoi questa riforma del cazzo guarda non ce la faccio più che adesso dobbiamo andare pure a fare i corsi di perfezionamento la mattina, guarda, per fortuna che sono pagati e pure il pomeriggio dobbiamo rimanere che io già torno a casa distrutta la sera che subito arriva il giorno dopo e io non ce la faccio più. Eppoi la direttrice, Svetlana qua, Svetlana là, facciamo questo, facciamo quello e si chiude nel suo ufficio poi viene a scassare i coglioni che dobbiamo fare gli incontri con gli ingegneri delle ecostrutture, mafiosi bastardi che quando abbiamo scoperto l’amianto sotto i pavimenti si sono cacati sotto, con tutto il casino che è venuto fuori e poveri bambini, che adesso ci sono pure queste mense di merda che gli fanno mangiare il prosciutto avariato e i piselli rinsecchiti e pure io devo mangiare queste fetenzierie? Ma che sei matto? Che io c’ho una linea da mantenere, mica posso mangiare queste schifezze che meno male mi porto la Fiesta a scuola e lo yogurt…
Lo yogurt. Il cuoco catodico intanto ha finito di fare il risotto, lo sta impiattando. Poi l’altro ha fatto una frittata con mozzarella e spigola e una specie di spezzatino alla paprika, cazzo che fame!
– Senti Svetlana, lo so che c’è tutto questo bordello a scuola però adesso è ora di pranzo e sinceramente non ho avuto una bella giornata…
– Scusaaaaaa, tessorooooo…lo sai che mi faccio prendereeeeee…
Lo so io dove ti vuoi far prendere tu, cara la mia Svetlana!
– E tu che faiiiiii?
– Ho appena finito di mangiare lo yogurt e adesso penso di mettermi a studiare questa benedetta riforma…
– Lo yooooogurt…a me piace taaaaaanto lo yooooogurt, sai che bello a mangiarlo insiemeeeeeee?
– Si Svetlana, un’altra volta ok? Adesso ti devo lasciare che ho il risotto agli asparagi che mi aspetta. Ciao!
E chiudo il telefono. Respiro. Il pomodoro e il peperone si danno battaglia. Il vecchio toccapaccocatodico mangia sbavando. La Clerici sui trampoli salta da un piatto all’altro e sorride, sorride…e quanto sei bella, cara la mia Clerici.
Ma la mia migliore amica è più bella di te. Mi dispiace, ma quando ci vuole, ci vuole.

Svetlana non lo sa che i corsi di perfezionamento io li ho già fatti, e già, lei era assente perché è stata per una settimana fuori, è tornata a casa sua nelle Marche che lei mi dice sempre vieni a trovarmi qualche volta, andiamo al mare. Quasi quasi un pensierino ce lo faccio, che io vorrei andare a Senigallia a mangiare in un ristorantino niente male. Mi sa che organizzo uno di questi giorni insieme alla mia migliore amica. Sti cazzi, Svetlana…
A dire il vero, io di questa riforma ci ho capito poco quanto niente. Sono andato per tre giorni in un’altra scuola in cui tenevano questi corsi tenuti da altri docenti che, pensavo io, sicuramente ne sapevano molto più di me. All’entrata dell’auditorium c’era un grande poster con un arcobaleno disegnato che usciva da una nuvola, e dei bambini che facevano un girotondo tenendosi per mano sotto una grande scritta “LA SCUOLA CRESCE, PROPRIO COME TE”. Incominciamo bene!
Il corso è tenuto da un certo professor Linguetti, un uomo alto, magro, capelli bianchi, dentiera che grida a gran voce tutta la sua posticcità, sorriso finto da venditore di materassi a molle, tono della voce da imbonitore delle folle o dimostratore dei prodotti della Tupperware e atteggiamento di uomo che cavalca l’onda evolutivo-ministeriale, che gli porterà in tasca un po’ di quattrini aggiuntivi al suo stipendio di dipendente statale frustrato.
Attorno a me un’orda di insegnanti di sesso femminile in grande tenuta di maestre con tailleur o pellicciotto poco ecologico e filo di perle quando andava bene, tutte impettite e odorose di stantio che mi ricordavano tutte la mia maestra della scuola elementare, che ai miei tempi ce n’era una per classe, oggi invece ce ne sono minimo tre. Tre giorni di delirio puro. Tre giorni in cui dei concetti semplicissimi sono stati enunciati in una lingua così aulica che io sono ritornato al mio lavoro convinto di non saper parlare l’italiano. Infatti io gliel’ho detto ai miei alunni: ragazzi, guardate che vi state sbagliando, il vostro maestro la lingua mica la conosce.
Ora, seduto sempre sul mio divano accanto alla finestra, mi rileggo l’intervento del professor Linguetti cercando di capire se c’è qualcosa che mi è sfuggito, armato del mio fedelissimo Devoto-Oli, che magari lui qualche risposta sa darmela.
“…la riforma presuppone cambiamenti sostanziali, non risolvibili in un supplemento di conoscenze. Come leggiamo nel Profilo Educativo, Culturale e Professionale in uscita dal Primo ciclo, . Questo è il principale motivo per cui i docenti che aderiscono alla sperimentazione devono utilizzare un insegnamento nel quale chi insegna “ COGLIE LA PARTE NEL TUTTO E IL TUTTO NELLA PARTE (OLOGRAMMA),…”. I docenti dovranno utilizzare un approccio OLISTICO nel senso richiamato nelle indicazioni e nelle raccomandazioni, sia per quanto riguarda il versante epistemologico dei contenuti sia per il versante organizzativo: creare situazioni di apprendimento coerenti con il principio dell’unitarietà dell’apprendere, senza trascurare il PRINCIPIO OLOGRAMMATICO che coglie IL TUTTO NELLA PARTE, RICORDANDO SEMPRE CHE LA PARTE NON ESISTE SENZA IL TUTTO.”
Allora, caro il mio professor Linguetti, c’era bisogno di fare tutto questo giro di parole per dirmi che nella società in cui viviamo, velocissima e rapidissima nel creare e distruggere e mutare a suo piacimento senza tener conto della massa idiota e imbecille di cui anch’io faccio parte, le generazioni prossime e future hanno bisogno di un insegnamento totale in cui la matematica serve non solo a fare una semplice addizione fine a sè stessa, ma quella addizione serve anche a far quadrare il bilancio familiare a fine mese, oppure a stare attento a fare la spesa al supermercato per avere poi la possibilità di andare al cinema la sera oppure a mangiare un semplice gelato? C’era bisogno di parlare di ologrammi vari che io non riesco neanche a vedere le immagini nascoste, quelle magiche che devi avvicinare agli occhi strabici e poi, allontanandole lentamente, come per magia ti appare tutt’altro?
E io ai bambini che gli dico, che loro fanno parte di un ologramma? Ma se non sanno neanche che differenza passa tra sale grosso e sale fino? Ma se neanche hanno voglia di studiare, i bambini che frequentano la scuola di cui io sono uno degli insegnanti, sita in uno dei posti più malfamati della grande città, in cui la sera, se giri dopo le nove rischi di essere sparato alle gambe per sbaglio, oppure la mattina arrivano con qualche livido perché sono stati picchiati dal padre ubriaco? Che gli dico io a questi bambini che tra un po’ arrivano a scuola con la pistola? Che gli dico io a questi bambini che devi stare pure attento a scrivergli una nota sul quaderno da far leggere ai genitori, che sennò la mattina mi arrivano come tanti San Sebastiano?
LA SCUOLA CRESCE, PROPRIO COME TE.
A me, sinceramente, fa crescere qualcos’altro, la scuola…oltre alla rabbia dentro.

Archiviato in:Senza categoria, , , , , , , , , ,

SERIAL KITCHEN – FINALE E TITOLI DI CODA

17. MESTIERI CHE SI INVENTANO

– Sai chef? Volevo cambiare mestiere…
– Ma dai, davvero? Pensa che da ragazzino volevo fare l’architetto, adesso vorrei aprire un tabaccaio o un negozietto di quelli che vendono tutto, le scope, le bacinelle di plastica, i salvagente, i palloni Supersantos…sai che pace! E tu? Che vorresti fare?
– Il pornostar!
– Davvero?! E perché?
– Come perché…e quelli scopano sempre, stanno sempre pieni di belle fighe…noi invece, a voglia a cucinare spaghetti, tutti i giorni!

“La verità è nascosta.
Bisogna avere coraggio, per cercarla”.

Gualtiero Marchesi

18. QUALCOSA DA DICHIARARE

Ci sono delle cose che si possono spiegare facilmente.
Ci sono delle altre invece, come questa per esempio, che non hanno bisogno di nessuna spiegazione, accadono e basta. Posso stare qui seduto anni a chiedermi il perché, pensa Barberi, così come possono passare anni a chiedermelo delle altre persone, ma non potrei dare nessuna spiegazione convincente. A nessuno, tantomeno che a me stesso.
E quindi?
E quindi, si fuma una sigaretta che uno dei due signori seduto di fronte a lui gentilmente gli offre.
Da questo momento in poi può dire di essere stato un bravo cuoco.
Magari, lavorerà nella mensa della prigione.

Sicuramente, si sentirà molto più sereno…

“Che è la vita?
Un’illusione, solo un’ombra, una finzione.
La vita è un sogno,
e i sogni,
sogni sono”.

Calderòn de la Barca

Il succo del discorso

Questa è la storia più o meno veritiera di sei ragazzi che avevano un unico desiderio: far godere le persone attraverso il cibo e le sensazioni che si provano nella sua trasformazione da materia prima a prodotto finito. In mezzo c’è tanta passione, sudore, testardaggine, lavoro, lacrime, risate, parole dette a bassa voce, parole urlate, frigoriferi ammaccati da cazzotti sordi, notti passate in bianco per la rabbia, per un bicchiere di vino in più o per pensare all’elaborazione di una difficilissima ricetta.
Ci hanno creduto.
Ce l’hanno fatta.
Si sono persi per strada.
Ma i loro cuori non si sono mai separati.

Cotugno: quando mangiavano qualcosa preparata da lui, ai ragazzi venivano le lacrime. Era così basso che per schiumare il fondo bruno doveva salire su una cassa per le bottiglie. Ora fa il professore di cucina in una scuola alberghiera e medita di costruirsi un laboratorio personale sotto casa sua.

Il Miluzzi: lui e Barberi hanno continuato a lavorare insieme e qualche volta hanno continuato a mangiare le salsicce di fegato sott’olio. Doveva fare solo “n’anno d’Erasmus a Loeven, in Belgio. Così imparo le lingue!”
Invece ci è rimasto. In casa ha un materasso gonfiabile che di notte si sgonfia.

Saulle: è stato uno dei primi ad andare via. Si è trasferito a Londra dove vive insieme alla moglie, lavora nel ristorante di suo fratello e ha una pancia che fa spavento.

Il Punk: ritornato nel sud dell’Italia, recentemente si è fatto scattare una foto con una zampa di maiale delle Murge attaccata alla gamba, come Achab di Moby Dick (solo che la sua era di legno). Di sicuro non ha mai perso la mano nel confezionamento del carciofo.

Stefoni: presto diventerà un bravo chef, con le mani d’oro che si ritrova. E sicuramente un sacco di clienti gli faranno i complimenti. Ha imparato a fare il pane, nel frattempo.

Molinaro: probabilmente adesso è diventato fisioterapista o qualcosa del genere in onore del suo vero amore: la bicicletta. Le poche volte che lui e Barberi si sentono per telefono, è un fiume in piena di parole. E sempre pensano alle loro ore passate distesi su un tappeto, ad ascoltare musica elettronica e a parlare di “filosofia” spicciola.

Lo Russo: maitre bello oltre che bravo, imitava davvero il Benigni de La Vita è Bella quando passava dalla cucina per andare in sala. Di lui non si sa più nulla.

Fiorentino: una meteora all’interno della brigata, con la sua minestra di patate ha fatto sognare Barberi, anche se questa può sembrare una stupidaggine. Memorabili le sue finte chips di aglio. Anche di lui si sono perse le tracce.

Gazzola: l’uomo con il sorriso a settantadue denti, tutti bianchissimi. L’ultima volta che lui e Barberi sono stati insieme, rovesciava il contenuto di alcune padelle direttamente nei piatti di un ristorante di Parigi.

Sandro e Rhavi: gli dovrebbero fare una statua, per tutto quello che fanno. Mai assaggiato un couscous più piccante di quello che preparavano loro.

Pippo Todisco: il suo nome tra queste righe appare solo ora, ma la sua figura è imprescindibile, visto che è stato il maestro di tutti questi ragazzi. A lui Barberi deve un ringraziamento fuori del comune, visto che non è mai riuscito a farglielo di persona.

Il Nano e il Lungo: chitarrista e amico ritrovato l’uno e piccolo imprenditore l’altro, con loro Barberi ha passato davvero dei bei momenti, spastici, sereni, alcolici, silenziosi… fino a tarda notte, fino a che gli occhi glielo consentivano, fino a che non avevano più le energie se non quelle di ritornare a casa.

Gualtiero Marchesi: grande Maestro della cucina italiana, è stato il sogno di Barberi sin da quando aveva 14 anni. Dopo vent’anni ha avuto la fortuna di lavorare nel suo ristorante, anche se per un breve periodo.

Il tataki di tonno con la conditella è un omaggio a Moreno Cedroni.

Barberi e Renzo in realtà erano grandi amici. Avevano entrambi un forte orgoglio e un rispetto reciproco inusitato. Di Renzo si sono perse le tracce. Sperando che nessuno gli abbia lanciato sul serio qualche coltello dietro.

Di Barberi non si sa più nulla. Dicono che sia andato all’estero e che sia diventato famoso, alcuni dicono che sia diventato molto amico di Iggy Pop o addirittura abbia smesso di fare il cuoco aprendosi finalmente quel famoso spaccio di palloni Supersantos e bacinelle di plastica che meditava di fare da secoli. Non ha mai ammazzato nessuno e non è mai stato in prigione.

E infine tutti quelli che in queste pagine non sono menzionati, ma che hanno fatto parte della storia di questi ragazzi: il Fittipaldi, Andrea “skandalo”, il Sabatini e i suoi spaghetti psichedelici all’humus di astice, Matteo, Brattoli, e sicuramente tutti quelli dimenticati…ma non è stato fatto intenzionalmente, davvero!

È passato un po’ di tempo ragazzi, ma alla fine ecco la vostra storia.

“At the end of the day, it’s just food, isn’t it?
Just food.”

Marco Pierre White – White Heat

Archiviato in:serialkitchen, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

SERIAL KITCHEN – 8 PUNTATA

15. UN SORRISO A COLAZIONE

– A Stefò, ma la mattina quando vieni a fare le colazioni, non potresti essere più gentile e salutare, che so, anche dire solo buongiorno e basta?
– E’ che non ce la faccio, davvero, gli occhi non mi si aprono, pure la bocca…sembra che me so magnato er mastice la sera prima! Ma perché, t’hanno detto quarcosa?
– Lo sai com’è, le cose che si dicono in giro, quando la gente non c’ha un cazzo da fare e pensa ai cazzi degli altri. A me non me ne frega niente, lo dico per te, fai un po’ come ti pare…almeno dì buongiorno alla Talpa…
– La Talpa? Mò ho capito, la Talpa…no, la Talpa no. Non ce la faccio.
– Ma perché? Che t’ha fatto?
– Ma non l’hai vista? È brutta…bruttaaaaaaaaaaaaaaaa!

“Una volta che una cena squisita è stata preparata e servita,
che il segreto tepore del vino e il solletico delle spezie percorrono i sentieri del sangue
e la sola imminenza delle carezze già arrossa la pelle,
è il momento di trattenersi qualche minuto o di procastrinare l’incontro
per potersi regalare una storia o una poesia,
come nelle più raffinate tradizioni orientali.”

Isabel Allende – Afrodita

16. L’IRREPARABILE

A ritmo frenetico le comande cominciano ad accumularsi sul pass. I ragazzi si muovono veloci, a vederli dal pass sembrano dei ballerini, degli anarchici, degli amanti che fanno l’amore con il cibo, creando qualcosa di concreto che nel giro di un attimo verrà fagocitato, assimilato, dando un senso di compiuto al loro lavoro.
Il ritmo è serrato, non c’è spazio per altro se non per il silenzio e la musica che riempie l’aria insieme al fumo, al vapore, al sudore.
I camerieri sgambettano tra la cucina e la sala, i piatti vengono portati fuori come fossero reliquie, bottiglie vengono aperte, tappi annusati. Gli occhi di tutti sono come delle schegge impazzite, Barberi controlla tutto, dà indicazioni e guarda l’orologio appeso al muro in attesa che Renzo entri per avvisarli dell’arrivo della signora Gassier.
Intanto sono tutti sudati, Sandro è dietro la macchina lavapiatti con il suo cappellino in testa e la magliettina bianca che fa risplendere la pelle nera come la sua barba. Barberi pensa a Shiva, Ganesh e tutti i santi che ci sono nel cielo. Anche Sandro sicuramente pensa alla stessa cosa.
Saulle sta soffrendo dietro la griglia insieme a Cotugno basso e tozzo e chiappe dure come il granito, la pelata sudata e luccicante sotto la luce del neon.
Miluzzi batte il forchettone a ritmo di musica, lo sguardo allucinato, il Punk spadella carbonare e salse e sistema nei piatti le millefoglie di pasta fresca.
Stefoni si vede poco, nascosto com’è dal forno che separa la sua postazione dal resto della cucina. Solo le mani e la testa, e questo basta.
Barberi riempie le comande con strisce azzurre, cancella quello che esce fuori, cambia la loro posizione, calibra il tempo di chiamata delle suites, guarda tutti, osserva, sta in silenzio come gli altri, suona il campanellino.
E alla fine entra Renzo.
– La signora è arrivata. Dieci minuti e cominciamo.
Ecco, ci siamo. Tutto può succedere adesso, mentre sistema nei piattini gli appetizer, i piccoli soufflè con le uova di spigola. Tutto può succedere, ora che le danze si aprono per davvero.

E quello che succede poi, è qualcosa che nessuno aveva assolutamente programmato. Intanto che gli appetizer vengono portati al tavolo della signora Gassier e del suo ospite, entra un gruppo di venti persone senza preavviso.
Renzo rientra in cucina completamente nel panico. Il maitre lo insegue farfugliando parole senza senso, dà disposizioni ai camerieri per arrangiare i tavoli, chiede a Barberi se hanno tutto o se c’è qualcosa di particolare da offrire. Renzo sparisce ancora una volta in sala e lo chef guarda i ragazzi, loro guardano lui restando in silenzio. Mentre tutti cercano di rimanere il più possibile calmi. Quell’alone di nervosismo che galleggiava nell’aria, adesso sta diventando una coltre fitta e pesante. La musica alla radio si fa più tachicardica, il Punk suda copiosamente mentre si avvicina al pass con le millefoglie in mano e dice a Barberi:
– Siamo nella merda, uagliò!
Siamo nella merda, e quella è l’ultima parola che Barberi avrebbe voluto sentire in quel momento.
Stefoni gli avvicina l’occorrente per il carpaccio di seppia che comincia ad assemblare nei piatti mentre Renzo rientra dando cinque minuti di tempo per uscire con i due antipasti. Barberi mette le uova nella bastardella e va a montare lo zabaione a bagnomaria nel bollitore, si avvicina a Miluzzi che batte il tempo sul bordo della cucina con il forchettone. Si guardano. La frusta si agita veloce nel composto, i camerieri sono spariti tutti, non c’è anima viva. Si riapre la porta, Renzo entra nervoso.
– Dai, dai…dammi questi due antipasti, veloce!
Barberi lo guarda e non dice nulla, assaggia lo zabaione, aggiunge l’aceto al dragoncello, continua a sbattere, si avvicina ai piatti. Renzo appoggiato al bancone.
– E’ assurdo, è assurdo…- farfuglia.
Versa lo zabaione sul carpaccio, una macinata di pepe e lo lascia andare via. Ma lui prende i piatti e mentre si gira, uno dei camerieri, entrando dalla sala di corsa gli va a sbattere contro facendogliene cadere per terra uno.
– PORCODDIOOO! – urla schiantando accanto al piatto rotto, quello che gli era rimasto in mano.
Non ci posso credere… non ci posso credere… devo mantenere la calma, pensa Barberi. Urla a Sandro di raccogliere immediatamente i cocci da terra, Renzo continua a bestemmiare dietro al cameriere.
– Sei un testa di cazzo! Dove cazzo credi di essere, merda… ma chi cazzo ti ha fatto venire a lavorare qui.
– Scusa… scusa… devo prendere il vino… scusa…
Renzo si gira a guardare Barberi.
– Non dire niente, stronzo! Stai zitto. Non guardarmi, vai a fare in culo in sala e ritorna fra cinque minuti – gli inveisce dietro mentre scende giù nella cucina centrale a prendere le altre seppie.
Risale rapido, taglia le seppie a lamelle sottili e le condisce con il succo d’arancia e un goccio di aceto; risistema i finocchi sui piatti dopo averli asciugati, li copre con i veli di seppia, monta ancora una volta lo zabaione a bagnomaria. Questa volta Miluzzi apre la bocca.
– Sta’ carmo, Barbè… nun ne vale la pena.
E rientra Renzo.
– Sono pronti gli antipasti? Dai, dammi gli antipasti, merda… c’è un bordello fuori!
E Barberi si riavvicina ancora una volta al bancone con lo zabaione, finisce i piatti e questa volta gliela apre lui la porta della sala. E contemporaneamente si affaccia per vedere.
La musica classica incornicia la sala in una specie di atmosfera bucolica. Il gruppetto di venti persone si sta accomodando ai posti che nel giro di un quarto d’ora gli altri camerieri hanno sistemato. Il maitre si sta preparando a portare loro i menù, la signora Gassier dall’altro lato, assapora serena insieme al suo ospite i due antipasti.
Renzo sgambetta, sembra non abbia niente da fare.
Rientra in cucina, è tempo di cominciare a preparare il secondo antipasto e aspettare che Lo Russo rientri con le ordinazioni della tavolata.
Intanto uno dei camerieri entra in cucina con un’ordinazione di due calzoni alla barese che il Punk chiede di poter fare, visto che per un attimo i primi sono in stand by. E poi c’è Miluzzi. Barberi dice a Cotugno di cominciare a cuocere i tataki di tonno, intanto che Renzo rientri. Anche perché hanno bisogno di riposare un attimo e di perdere le ultime gocce di sangue dal loro interno.
Così, rientra Renzo senza nessun piatto in mano, nervosissimo.
– Mi dici quando posso cominciare a marciare con gli altri antipasti?
– Cosa cazzo vuoi ancora…ma non hai visto che fuori c’è il bordello? E poi chi ti credi di essere… mi avete rotto il cazzo, tu con la tua brigata dei miei coglioni… andate affanculo!
È per questo che Barberi comincia a non capire più nulla, mentre prende il coltello da sashimi appoggiato sul banco, lo guarda, ne saggia il peso, lo stringe forte in mano fino a farsi male e prima che nessuno si renda conto di quello che sta succedendo, si avvicina a Renzo lentamente mentre comincia a indietreggiare contro il muro, lo blocca con la mano sinistra e glielo infila con rabbia e forza decisa nello stomaco.
E Renzo lo guarda con uno sguardo sorpreso, mentre spalanca la bocca e non dice nulla. Guarda Barberi che continua a spingere il coltello dentro, annaspa con la bocca spalancata e quegli occhi che sembrano chiedergli perché, guarda il buco al centro del suo corpo che sta irrorando di sangue la sua camicia. Di nuovo guarda Barberi con una strana smorfia negli occhi, accenna qualche parola che non esce. Poi si accascia per terra, appoggia la testa al muro e lì rimane, mentre lo chef ritorna ai fornelli.
– Allora? Che cosa avete? Non è successo niente, continuate il vostro lavoro. Cotù, il tuo tataki si sta cuocendo troppo. I clienti aspettano.
Ma da loro Barberi non aveva ottenuto risposta se non un mutismo e un immobilismo tale che lo lasciano un po’ perplesso. Era la prima volta che i suoi ragazzi gli disobbedivano. Era la prima volta che i suoi ragazzi disattendevano ad un comando del loro chef. Il tataki continuava a sfrigolare nelle padella e stava cominciando a perdere quella che lui chiamava “unghia”, vale a dire lo spessore di tre millimetri tra la parte esterna perfettamente cotta e di colore marrone, e la parte interna, quella centrale, completamente cruda e rosso sangue.
Guarda ancora Cotugno con aria di stizza. Uno sguardo che è un rimprovero mentre lui continuava a rimanere fermo, anche gli altri erano fermi. Miluzzi si avvicina, è stato il primo a muoversi. Prende la padella e la sposta dal fuoco.
– Tè stai de fori, a Barbè! – gli dice arrotolando il filetto di tonno nella carta assorbente. Poi lo passa nel pepe nero, lo taglia a fettine e lo mette nel piatto attorno al riso con la conditella. Erba cipollina e un goccio di olio extravergine.
– Cottura perfetta! – gli fa Barberi mentre appoggia il piatto sul pass e lo finisce con la gelatina allo sherry e la caramella alla menta.
Renzo è steso per terra. Il sangue comincia a formare un rigagnolo che si avvicina allo scarico della cucina, quello che serve per raccogliere i liquidi quando lavano per terra.
Barberi suona il campanellino per chiamare i camerieri.
– Che dici, dovemo chiamà qualcuno? – gli fa Cotugno.
– Per me può anche rimanere lì – gli risponde.
Intanto si apre la porta della sala. Stefoni e Saulle si avvicinano al pass, il Punk continua a fare i calzoni alla barese, versione riveduta e corretta dalle loro menti criminali.
– Aò, ma se pò sapè ‘ndò cazzo stà Renzo? – urla sbracciandosi Lo Russo il maitre – mò m’ha proprio rotto li…
La sua frase rimane spezzata a mezz’aria quando gira la testa e lo vede accasciato per terra, la testa chinata sul petto e piegata leggermente da un lato, la camicia sotto la giacca con una macchia rossa di sangue enorme e il liquido color ruggine sul pavimento.
Barberi si pulisce le mani nello strofinaccio mentre guarda Lo Russo. Lui guarda Barberi.
– Sono cose che succedono – gli dice.
Lo Russo non dice una parola. È diventato in un attimo bianco. Barberi ritorna dietro ai suoi fornelli, sul pass si sono accumulate le comande e bisogna far uscire gli altri piatti della signora Gassier. Anche gli altri ritornano dietro ai fornelli, un filino soddisfatti della cosa, li conosce bene. Lo Russo sparisce da dove era venuto probabilmente sparato a chiamare la polizia o qualcosa del genere.
Si gira a guardare il Punk che ricambia il suo sguardo, poi ritorna al suo lavoro scuotendo la testa con un sorriso sulle labbra.
Ormai quello che è fatto è fatto e non si può più tornare indietro. Tanto vale continuare a cucinare in attesa delle sirene.
Photek on the air.

Dissolvenza in nero.

Archiviato in:serialkitchen, , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

SERIAL KITCHEN – 7 PUNTATA

13. PATATE MANTECATE

– Sig. S. buonasera. Mi ha fatto chiamare?
– Ah…lei è lo chef! Venga, si accomodi pure. Posso offrirle un bicchiere di vino?
– La ringrazio, ma io non bevo mai quando lavoro.
– Allora vuol dire che recupera tutto insieme quando non lavora…scherzo! Ma lei è così giovane, quanti anni ha?
– Quasi trenta.
– Non li dimostra, sa? Davvero. E comunque volevo farle i complimenti, bravo davvero. Lo vede? Sono commosso… le sue patate mantecate… mi hanno ricordato mia madre… mi hanno fatto tornare a quando ero bambino… grazie davvero!
– Sono molto onorato, sig. S. Questo è il più bel complimento che abbia mai ricevuto.
– Non è un complimento, è qualcosa di più! Vede? Sto piangendo…grazie…
– Sono senza parole… ritorno in cucina… le auguro una buona serata.
– Grazie, buon lavoro. Ah! Qual è il suo nome?
– Barberi.
– Non lo dimenticherò!

– Aò, il sig. S. s’è messo a piagne.
– Davvero!? E perché?
– Per le patate. Dice che gli ricordano sua madre.
– Anvedi sto cojone…davvero?
– Eh!
– Mah!
– Boh… beato lui che se l’è magnate le patate. Io è da stamattina che non mangio un cazzo!

“Il mio primo pensiero fu che fosse un pervertito…
ma subito rammentai a me stesso che è qualcosa di assai peggiore:
è un assassino spietato, nonché – come mi ricorda spesso – un grande chef”.

David Madsen – Confessioni di un cuoco eretico

14. LE ULTIME BOCCATE DI ARIA FRESCA

La mensa è meglio che non ne parliamo. Mentre gli altri salgono su, Barberi scende nell’altra cucina a preparare da mangiare ai gatti, spezzatino di pollo con peperoni. Pure disossato gliel’ha fatto, con il rosmarino fresco. E pensa che loro mangiano meglio di lui. Versa tutto dentro una bacinella ed esce fuori. È bellissimo vederli tutti lì in fila e appena lo vedono, corrono da tutte le parti e si saltano addosso e si aggrappano al suo grembiule…non sembrano gatti ma cavallette un po’ cresciute. Li guida con il fischio fino al solito punto, lontano dall’entrata di servizio che sennò poi comincia la solita solfa che i gatti sono molesti. Ma sarete molesti voi, non i gatti! Lascia tutto lì, distribuisce carezze e respira una delle ultime boccate di aria fresca prima di rientrare in cucina.
Per fare questo sale dalla scala antincendio, così entra dal retro e si ferma davanti all’oblò per vedere i ragazzi dentro che sgambettano e finiscono di sistemare la linea per il servizio. Visti da lì, sembrano personaggi di un film guardato da un posto per privilegiati, oppure come sbirciare dal buco della serratura.
Entra in cucina. Sistema sul pass il piattino con il campanellino regalo di Molinaro e il pennarello blu per cancellare le suites sulle comande. La radio è già accesa, Morgan e le sue Canzoni dell’Appartamento.
– Però, siamo in sei stasera…- fa Barberi rivolto agli altri.
– Infatti, volevo dì se stasera ce possiamo distribuì meglio, che dici sciefff! – gli dice Saulle con quel suo accento strano accentuando la parola chef, che lui lo sa che Barberi non vuole che lo si chiami così.
– Allora, Miluzzi e il Punk ai primi, Stefoni antipasti e dessert, e tu…- rivolgendosi a Saulle – con me ai secondi che ti faccio fare un culo così che ti ho beccato a fumare in ufficio…
– Ma pcchè? E che ci stavo solo io a fumare? Marooooooo…pure con te ai secondi…tu mi fai fare un culo bestiale…e Miluzzi? Perché Miluzzi niente?
– Perché scusa, Miluzzi non si farà il culo ai primi? E poi al Miluzzi ci penso io stanotte…
– Infatti, se non me sto attento a questo, ‘na notte me lo trovo dentro ar letto! – fa eco Miluzzi.
– E io che faccio? – fa Cotugno.
– Facciamo così, tu stai ai secondi con Saulle e io mi metto al pass. Poi faccio qualcosa per la Gassier durante il servizio.
Si apre la porta della sala.
– Maestro buonasera!
Eccolo Renzo, con la sua bella faccia da cazzo e il suo sorriso odioso, ma l’unico che riesce a proporre ai clienti i piatti più strambi e curiosi del menù, l’unico richiesto da tutti i clienti per la sua dote affabulatoria fuori dal comune.
Lo guardano tutti dalla testa ai piedi. Le sue scarpe dalla suola bucata fanno ridere, il suo sorriso senza denti da un lato…

– Allora come vanno le cose, chef? Tutto pronto per la Gassier? Immagino di si, guarda che squadrone stasera!
Così esordisce Renzo, preludio di una serata battagliera. E c’è dell’ironia nella sua voce, come sempre. Un’ironia mal celata che comincia a indisporre tutti quanti. I ragazzi sono nervosi, come tutte le sere. Prima del servizio serale c’è sempre quell’adrenalina sospesa nell’aria che rende tutti quanti schizzati. Le mani cominciano a muoversi a ritmo della musica, i passi si fanno più veloci e si attende la prima comanda, quella che darà il via alla serata.
– Tutto bene, Renzo, tutto bene. Immagino tu voglia sapere quale sarà il menù, no? Per la mise en place e per i vini.
– Sei un grande, non per questo ti chiamano Maestro!
– Ma che sta’ a dì, ma statte zitto, statte – gli fa eco Miluzzi mentre mette il sale nel bollitore.
E Barberi si gira a guardarlo, con lo sguardo gli fa cenno di smetterla, prima che la cosa degeneri perché se conosce bene Renzo…
– Senti, ma che qualcuno ti ha interrogato? Perché non controlli con il dito la temperatura dell’acqua, che è quello che sai fare meglio? – lo provoca Renzo.
– Vabbè, che ne dite di smetterla tutti e due? Questo è il menù – e gli passa il fogliettino e lui se lo legge muovendo le labbra, come per farselo rimanere bene impresso in mente. Quando ha finito lo ripassa a Barberi, guardandolo con un’aria di soddisfazione. Lo chef lo appende al muro con il nastro adesivo e gli chiede:
– Che ne dici? Si può fare?
– Certo che si può fare! Sai la signora come sarà contenta, poi sarà con un ospite quindi, dobbiamo fare per forza bella figura. Che dici, per l’abbinamento dei vini ci penso io?
– Se ti va, puoi anche chiedere al maitre. Il menù mi sembra un po’ complesso.
– E che ti credi che io non ne sono capace?
– E’ giusto per avere un confronto, no? Poi fai un po’ come ti pare, basta che gli abbinamenti li fate giusti.
– Ma lo sai tu il maitre com’è, non è che gli interessi più di tanto…vabbè, mò vediamo.
E va via sgambettando con quelle scarpe consumate.
Il Punk sta sistemando le ultime cose, Barberi si avvicina allo stereo e mette un cd di Photek, drum’n’bass spinta, giusto per entrare un po’ con la ritmica nel servizio.

Archiviato in:serialkitchen, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

SERIAL KITCHEN – 6 PUNTATA

11. NON BRUCIARTI!

– Dai, muovi ‘ste cazzo di dita, dai…che cazzo prendi la paletta…
– Ma me brucia…
– Te devi brucià, frocio! Te devi abituà…così, porcoddue. Quando ti fai le canne non ti bruciano le dita…daje su, tanto c’hai altre otto dita.

“Dio creò il cibo. Ma di certo il Diavolo ha creato i cuochi.”

James Joyce – Ulisse

12. IL MENU’

Carpaccio di seppia e finocchio crudo con zabaione al dragoncello e salsa al prezzemolo
Tonno scottato al pepe nero e vialone nano croccante con conditella, gelatina allo sherry e caramella alla menta
Parmigiana di melanzane e merluzzo con burrata e pesto leggero al basilico
Chitarra alla carbonara e triglie
Ricciola scottata e minestra fredda di pomodori
Maccheroni di Gragnano e polpo croccante al cipollotto fresco
Sebadas e marmellata di sedano
After Eight al cardamomo

Cotugno butta fuori il fumo della sigaretta. Guarda Barberi restando in silenzio. Anche Miluzzi rimane in silenzio. Il Punk suda. Fa caldo. Pure in ufficio c’è l’oblò, ma non serve a granchè. Bussano alla porta. La voce di Renzo chiede se può entrare.
– Si accomodi.
– State fumando, eh?
Una pausa e sguardi assassini che si girano a guardarlo.
– Stiamo facendo il menù.
– Allora fai tutto tu.
– Si, facciamo tutto noi, non ti preoccupare. Ciao.
Un invito più che eloquente accompagnato dalla spinta dello chef sulla porta che si chiude.
– Allora diamoci da fare – spezza Cotugno. – Che fate tu e Miluzzi, ve n’annate?
– Non penso. Milù? Che fai tu?
– Rimango qua, è logico. Oggi ce divertimo un po’, famo ‘na cannetta e via!
– E allora falla ‘sta canna…

Da un po’ di tempo a questa parte, a Barberi gli è presa la fissa del gelato, il pomeriggio. Un po’ perché gli viene fame, ma non gli va alle sedici postmeridiam di mettere sul fuoco acqua e padelle per fare un po’ di pasta, non gli sembra né il luogo e né il caso, visto il caldo aberrante che sta sconvolgendo Roma e quello che c’è da fare nel pomeriggio.
Prima dell’estate Barberi si comprava i vasetti da mezzo chilo di crema allo yogurt Muller, quello che fai l’amore con il sapore, al gusto di frutti di bosco con i frutti dentro. Lo apriva e se ne faceva fuori subito quasi metà vasetto, poi nel rimanente ci aggiungeva muesli e frutta a pezzettini soprattutto banane, e se lo finiva. Adesso invece, gelato.
Vicino casa c’è un gelataio che lo fa artigianale il gelato, ed è pure buono, pensa Barberi. Di sera è sempre pieno e fare la fila diventa un’impresa, però a quest’ora ce n’è poca di gente, più che altro persone anziane o mammine con i figli (che non sa perché ma gli sembrano tanto diverse dalle mammine che la mattina gli fanno da sveglia); poi è piacevole andare lì e staccare un attimo il cervello dai pensieri, seduto su una di quelle panchine ad un angolo abbastanza ventilato di quella strada trafficata di questa città che non è sua, lui con in mano un mega cono da tre euri e dieci al gusto di doppia panna ribes frutti di bosco e yogurt bianco e se vuoi un po’ di granella, con il biscottino e il cono piccolo colorato compreso nel prezzo insieme al sorriso della gelataia che solo quel sorriso lì, basterebbe a non farti alzare dalla panchina in legno squassato. Invece dalla panchina, lui si deve alzare che scherzando e ridendo come al solito si fanno le cinque e deve ritornare a casa, almeno si butta un po’ sul letto.
Ma il letto è una palude di lenzuola in cui annega, tiepida e stropicciata che gli si appiccica addosso come un sudario. Come diavolo fa il rustico Miluzzi ad addormentarsi? Lui lo sente pure che i suoi occhi vorrebbero chiudersi, ma proprio non ci riesce, fa troppo caldo. E poi i motorini che passano, e nel bar di sotto gli uomini che prendono il posto delle donne la mattina, che tra l’altro fra di loro ci sta uno che a seconda del tasso alcolico presente nelle sue vene, intona a squarciagola stornelli che io non ce la faccio più… pensava preparando i due dolci della sera, l’infuso di cardamomo e la gelatina allo sherry. Con una bacinella con il cioccolato bianco a bagnomaria, sul tavolo la gelatina e nell’angolo una pentola con la zuppa degli scarti del pesce. Mette il sale di Maldon su una sottile caramella di zucchero e menta mentre Cotugno sta facendo la salsa passpartout, una cazzo di salsa stronza che usavano dappertutto fatta con vino, aceto balsamico, cioccolato, cannella, arance e qualche altra amenità, che una volta terminata aveva il sapore del mosto di vino, un qualcosa di antico. Miluzzi farcisce i maccheroni di Gragnano con il ragout di polpo e il Punk fa la crema fredda di pomodoro. Stefoni mette sotto vuoto il pesce sporzionato e intanto finisce la linea per il ristorante. Tanto più tardi arriverà Saulle e per quell’ora dovrebbero farcela, almeno se lo augurano. C’è silenzio. Tutti quanti lavorano senza dirsi nulla, Barberi ogni tanto fa un giro, assaggia, tira qualche cazzotto fino a che la tensione cala perché anche lui è nervoso e Cotugno, ancora una volta, lo guarda e schiocca il medio e il pollice delle due mani contemporaneamente.
Lo chef guarda l’orologio. Versa il cioccolato in un bicchiere, fa sottili strati di cioccolato fondente croccante con l’infuso al cardamomo freddo, poi ripete l’operazione. Vanno a guardarlo. Il Punk gli propone i suoi riccioli, lui gli dice che non ne vale la pena, visto il caldo. Mette la mousse in frigo insieme alla gelatina allo sherry che ha tagliato in due cubi e ritorna al brodo. È pronto, lo filtra e lo versa in un pentolino. Prima del servizio, lo rimetterà sul fuoco un’altra volta.

Intanto si fanno le sei.
Arriva Saulle tutto trafelato casco in mano con la mano aperta e il braccio teso.
– Uè scieff! Allora stasera ci sta la Gassier, è o’ver?
Barberi lo guarda con un po’ di sorpresa mentre gli stringe la mano.
Il figlio di puttana sapeva sempre tutto in anticipo. Veniva da Mondragone Saulle, dove facevano la mozzarella di bufala e i pomodori erano buonissimi. Figlio di un ristoratore, cresciuto a suon di mazzate del fratello dentro una cucina, era riuscito ad andare in giro sempre a testa alta, veloce sul suo scooter, maniaco in cucina, e diabolico quando sorrideva. Anche quando per sbaglio Barberi quasi gli ruppe il naso con un piatto di vetro diretto a Renzo.
– Ebbene si, abbiamo la Gassier. Il menù comunque sta già pronto, tu vatti a cambiare e vai su ad accendere che poi ti dico.
– Vabbuò! Allora ci vediamo su.
E sparisce nel corridoio.
Barberi intanto finisce di preparare l’appetizer per la cena, una specie di creme caramel piccolissimo con dello zenzero e le uova del merluzzo che servirà freddo con una salsa al prezzemolo, una cosa semplice e sfiziosa.
Stefoni e il Punk stanno finendo di preparare il carrello della roba da portare su, canticchiano e gli fanno vedere la crema al mascarpone, consistenza e sapore sono perfetti. Non si vede il Miuzzi, chissà che fine avrà fatto.

Barberi sale su. Miluzzi e Saulle insieme imboscati nell’ufficio a fumare.
– Sta tutto acceso già, Barbè. Che fai tu, vieni a magnà? – gli fa Saulle mezzo in dialetto romano e mezzo in dialetto di Mondragone. Lo guarda e lui già sa che gli sta dicendo “che testa di cazzo”, così lo anticipa fintando una manata sulle parti intime. Un cazzotto nei fianchi e via, così per scherzare.
– Arrivo, arrivo…- e va in cucina a sistemare la sua postazione. Aspetta che i ragazzi scendano in mensa per rimanere solo, poi butta un rametto di rosmarino sulla griglia per annusarne l’odore, gli ricorda i nonni davanti al braciere con i carboni sui quali buttavano le bucce di mandarino. I coltelli e le pinze, tutto quello che gli occorre per il servizio è al suo posto.
E che Dio ce la mandi buona, pensa Barberi.

Archiviato in:serialkitchen, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

SERIAL KITCHEN – 5 PUNTATA

9. UN GOCCIO DI SALSA

A Cotù, ma che stà a fà?
– E sto a schiumà er fondo bruno!
– Sulla cassa delle bottiglie…
– E nun c’arrivo…so basso, so…
– E potevi salì su sto cazzo! Te posso toccà er culo? Me sembrano du pagnotte!
– Sta bbono su, che me devo concentrà… bbono, sta bbonoooooo…cazzo, m’è caduto er mestolo dentro!”

…e se mio padre m’avesse
m’avesse insegnato
a fare il fotografo
di matrimoni…”

Ivan Graziani

10. FORSE FA CALDO

Tonio o’ pesciarolo non è ancora arrivato, il che rende Barberi piuttosto nervoso.
Se non arriva il pesce nel giro di una mezz’ora, sarà nella merda. Perché non riuscirà mai a pulirlo e a sporzionarlo prima di mezzogiorno. Va avanti e indietro quasi sclerando, continua il più possibile a preparare la linea mentre in giro regna l’anarchia assoluta e lo scazzo generale lo si sente addosso come una coltre pesante e sudata. Comincia a preparare il tortino di ricotta e scommette con se stesso che nel bel mezzo della preparazione arriverà Tonio, con il suo andare claudicante settantenne e il suo accento mezzo meridionale mezzo romanesco, che cercherà in tutti i modi di dimostrargli che il suo pesce è freschissimo, quasi vivo, guarda l’occhio uè!
E infatti è quello che accade. Tonio arriva proprio quando Barberi sta mettendo tutti gli ingredienti nel cutter e deve interrompere per andare a controllare, pesare, guardare l’occhio del pesce per farlo contento, a Tonio. Che poi gli chiede se c’è qualcosa da mangiare e gli da pure una birra, a Tonio. E naturalmente c’erano anche cinque spigole in più e un merluzzo da cinque chili come al solito. Però è tardi. Nel pomeriggio dovrebbe arrivare anche Cotugno.
Finisce il tortino. Intanto il pesce è sul lavandino e la ricotta nel forno. Miluzzi continua a preparare la linea. Barberi affila il sottile coltello per il pesce. Saluta il tonno, come sempre toccandogli la testa e guardandolo negli occhi. È un onore che si concede per primo. Infila la punta della lama nell’attaccatura della testa, e comincia a tagliare.

Intanto si fa mezzogiorno.
Lui e Miluzzi come al solito hanno saltato il pranzo. A parte che la mensa è il solito trionfo di pasta con il pomodoro e spinacine della Amadori che non ne possono più, che si ripresenteranno la sera insieme all’acidità di stomaco.
Il tonno è tutto tagliato, attacca con la ricciola e comincia a pensare che è tardi. Bisogna salire su ad aprire il ristorante e almeno lui, pensa di essere nella merda. Va a controllare il tortino. Non è ancora pronto, deve cuocere lentamente altrimenti rimane troppo bagnato. Miluzzi gira in cucina con il carrello come se fosse il vespino. Ha lo sguardo spiritato, la testa pelata che fuoriesce dalla bandana azzurra legata sulla fronte. Suda. E guarda Barberi facendogli cenno che comincia a salire. Poi una testa piccola e ugualmente pelata si affaccia sulla porta e dice:
– Buongiorno!
E sorride e fa ciao con la mano e si avvicina a Barberi e mentre se la stringono, quella testa fa con la voce un po’ bassa, tipo complice:
– Buongiorno maestro, come va?
– Com’a stu cazz! – gli risponde Barberi abbracciandolo e dandogli una pacca sulla schiena, più bassa di parecchio, ma forte come quella di un bulldog. Cotugno, il cane da combattimento privato di Barberi.
La prima volta che si sono incontrati, Cotugno aveva le mani infilate in una vasca enorme con una trentina di chili di macedonia, era lì che affondava, quasi spariva. Ma stava lì, con quella faccia da mastino sorridente a rimestare, e si accorge che Barberi è fermo con lo sguardo su di lui e gli fa:
– Qualcuno deve pur fare il lavoro sporco. E io ho una missione da compiere!
– Infatti, e vedo che tu ci metti parecchia buona volontà.
Ma Cotugno fece finta di niente e continuò a mescolare la macedonia.
Sicuramente se Cotugno fosse nato vent’anni prima, sarebbe stato un “sorcino”, appassionato com’era della musica di Renato Zero. Che poi la definizione gli sarebbe pure calzata a pennello, vista la sua statura. E lui altra musica non ne ascoltava. Spesso in giro in macchina a bere vino e mangiare formaggi marci, tutti e due si portavano dietro un sacchetto di sale grosso e rosmarino fresco perché quando in qualche locale chiedevano il “ciccio”, mancavano sempre di questi due ingredienti fondamentali. E poi masticavano liquirizia ascoltandosi le cassettine di Renato, che a Cotugno ogni tanto gli usciva fuori una lacrimuccia per l’emozione, che due cose lo facevano incazzare: i camerieri durante il servizio e se qualcuno gli toccava il suo cantante preferito (addirittura era in possesso di album come Artide e Antartide , introvabile!). Non era comunque vero che Cotugno ascoltava solo Lui: infatti era il primo che quando iniziava il servizio al ristorante, infilava nello stereo i cd di drum’n’bass sfregandosi le mani dicendo “daje che stasera ce divertimo!” .
Cane da combattimento, Cotugno. Spesso Barberi lo sguinzagliava alla ricerca di qualcosa in giro per Roma, o andavano insieme a comprare piatti e coltelli. Oppure lo faceva stare al pass durante il servizio, in questo modo nessun cameriere si permetteva di fiatare altrimenti lui abbaiava e mordeva…

– Oh! Ma che te sei tajato i capelli?
– Noooooo… li ho legati.
Un attimo di pausa.
– Allora mi vado a cambiare. È arrivato il pesce?
– E che, non si vede? – gli fa Barberi mostrandogli il grembiule di plastica sporco di sangue di tonno e squame in genere.
– Lo sto finendo di pulire, come al solito c’era qualcosina in più, diciamo un merluzzo e delle spigole.
– Allora siamo nella norma.
– Miluzzi è già su. Io rimango a finire il pesce e controllo il tortino di ricotta.
Poi lo vede che sparisce e ritorna alla ricciola.
Il merluzzo, oltre ad avere un bel fegato, ha anche le uova. Le separa delicatamente per non romperle e le mette in una ciotolina pensando che se le mangera scottate in padella. Invece no, non andrà a finire così perché intanto…
– Barberi! Dove sta il vostro “maestro”?
– Cosa cazzo vuoi!
– Oh! Dove cazzo stai!
– Sto facendo il pesce.
– Posso venire?
E intanto Renzo va lo stesso, con le sue scarpe slabbrate e la sua faccia di cazzo da cameriere che però si vogliono bene, anche se qualche volta si tirano le cose dietro.
– Cazzo, ti sei tagliato i capelli…
Barberi lo ignora.
– Senti, stasera c’è a cena la signora Gassier con un ospite. Mi ha detto di avvisarti e se potevi preparare un menù come al solito, quel cazzo che ti pare.
La signora Gassier, una cliente francese che una volta è andata a cenare al ristorante e Renzo le disse che se voleva la sera successiva, visto che alloggiava in albergo, potevano farle un menù personale. Lei accettò. Loro pure.
Questo significava rimanere in cucina, inventare un menù, e fare i conti con il servizio serale che aveva molte possibilità di diventare un inferno.
Mentre Renzo gli parla, Barberi continua a far scorrere la lama contro la spina centrale del merluzzo e separa le due parti lasciandole attaccate alla pancia. Poi dà l’ultimo taglio sotto la gola e stacca completamente le spine tirando su la testa e dando un taglio alla spina centrale. La lisca rimane intera. Separa la testa dal resto della lisca e la spacca a metà. Gli servirà per fare una zuppa. La lisca insieme alle altre spine la userà per fare il brodo di pesce. Si gira verso Renzo che intanto era rimasto a guardare.
– A che ora arrivano?
– Verso le nove, come al solito.
– Va bene.
Lo guarda contento e se ne va.
Barberi ritorna sul pesce.
Le spigole.

– Cotugno! – urla Miluzzi quando scende giù e incontra Cotugno che sale dallo spogliatoio. Arrivano insieme mentre Barberi finisce le ultime spigole. Cotugno tira fuori il tortino dal forno e lo fa vedere. Poi lo tocca e lo stacca dalle pareti. Il suo viso si allarga in un sorriso enorme e li guarda.
– Perfetto! – fa.
Barberi non lo tocca perché è lurido. Miluzzi guarda il merluzzo e dice:
– Sopra sta tutto acceso. Mò so venuto a prenne l’insalata che sopra è finita. Che ce sta qualche altra roba da preparà?
– Stasera c’è la Gassier con un ospite.
Cotugno si gira di scatto. Scuote la mano come a dire “me cojoni!”.
– E che je famo!
– E che je famo, a’ Cotù, mò vediamo, tanto abbiamo un casino di roba. Basta che mi tolga davanti il pesce e dopo ci penso io.
– Vabbè, sei tu lo chef! Allora io vedo se c’è qualcosa da fà e poi me sto su. È arrivato il tonno?
Barberi gli risponde di si.
– C’è da mettere su un po’ di zuppa e da fare la passparout che sta finendo. Magari stasera alla signora le facciamo assaggiare quella nuova – mentre mette l’ultimo filetto nel contenitore e ad una ad una, ha tolto le spine con la pinzetta. – Al brodo ci penso io, e pure alla Gassier. Tu vai sopra e controlla tutto. Poi vi raggiungo.
Loro annuiscono e se ne vanno. Cotugno si porta dietro il tortino poi si gira, e schioccando il pollice con il medio di tutte e due le mani, fa:
– Maaaaa…
– Dopo Cotugno, dopo.
E se ne vanno.

Barberi mette le bacinelle forate con il pesce in cella per farlo asciugare e sale su, mentre nella testa continua a macinare quello che possono preparare stasera. Il guaio adesso è il caldo.
A quest’ora il termometro comincia ad avvicinarsi ai quaranta gradi. La cappa funziona, il fatto è che non ha il motore ed è attaccata al sistema di aerazione dell’albergo quindi, potenza di aspirazione vicina allo zero.
Lo scorso anno, dopo varie minacce di autosospensione dal lavoro da parte di tutti i cuochi del ristorante nei confronti delle alte cariche della struttura, si sono visti entrare in cucina l’Operation Manager con due ridicolissimi ventilatori, per ovviare al caldo, disse.
Ma vaffanculo!
Hanno trovato una più felice collocazione volando via dalla scala antincendio.
In ascensore incontra Miluzzi che intanto era sceso a prendere i pomodori e gli chiede se ha pensato all’appetizer. L’altro lo guarda e gli dice:
– Avrei pensato di fare una bella spuma di cervello d’agnello con sguardo fiero!
E Barberi gli risponde:
– E lo sguardo fiero che cosa sarebbe?
– L’occhio candito appoggiato nel piattino oppure messo sulla spuma nel bicchiere, come una ciliegina! Oppure, te la immagini una confettura di occhi che ti guardano tutti attraverso il boccaccio? La servi così, sul tavolo dei clienti, con una bella selezione di formaggi, magari un bel Pecorino o il Cacio del nonno tutto marcio de vino, sennò un lonzino de maiale che ha sgozzato mio zio quest’anno che ci stanno ancora le salsicce de fegato secche sott’olio, poi dobbiamo organizzà ‘na cena a casa, sai ‘na cosa così tra intimi, un bel bicchiere de vino rosso, quello rustico che te lo senti che stà a scenne, ‘na cannetta e dopo possiamo pure ritornà a lavorà, no? Che dici?
Lo guarda. Miluzzi prima rimane serio, poi si mette a ridere e gli fa:
– Barberiiiiiiiiiii!
E ridono.
Fottuto rivoluzionario del cazzo!

Quasi tutti i giorni a pranzo, dovevano preparare da mangiare per l’equipaggio di una compagnia aerea, una manica di rompicoglioni che dovevano andare via alle 14’00, e che all’una arrivava al ristorante.
Alle 13’45 dovevano gia aver mangiato. Nessun problema per loro, anche in quindici minuti riuscivano a farli mangiare, merda cucinata bene, ma pur sempre merda. La pasta la mangiavano scotta e stracondita con Parmigiano, se la chiedevano piccante ci mettevano un sacco di peperoncino e aglio e prezzemolo tritato; la bistecca era un bordello perché era l’unica cosa che mangiavano in quantità industriale con le patate fritte o al forno, e la cucina diventava quella di una steak house in cui il fumo, grazie al condotto d’aspirazione che non funzionava, stagnava e si poteva tagliare con un coltello, e per farlo andare via ci volevano buoni dieci minuti di oblò e porta aperti. Poi come dessert, macedonia a volontà e tiramisù surgelato. Ogni dieci minuti ne arrivava uno o in coppia. Erano in sette, a volte in otto. E se arrivavano contemporaneamente clienti alla carte o il direttore a pranzo con degli ospiti, oppure c’erano anche colazioni di lavoro, diventavano una vera scocciatura. Se un equipaggio veniva alle 13’00, automaticamente ce n’era un’altro che arrivava alle 15’00 e anche questo non era mai puntuale. Si presentava a volte alle 15’30 abbondanti costringendo così i cuochi ad allungare la loro permanenza in cucina, e nell’ultimo periodo tutti quanti volevano uscire il prima possibile.

Anche oggi nessuna eccezione. Alle 13’00 arriverà l’equipaggio e c’è pochissimo tempo per finire di preparare la linea. Miluzzi va subito in ufficio a prendere la macchina del gelato, la sistema sul piano vicino al banco di lavoro di Barberi e la accende. Ha già preparato il composto per quello che era il dessert più gettonato del ristorante: Sorbetto di limone al Moscato e aceto di lamponi che ottenevano mettendo a macerare per una settimana dei frutti di bosco freschi con la grappa che Barberi furtivamente prelevava dai camerieri perché costava troppo, dicevano. Nel succo di limone che usavano per il sorbetto mettevano, oltre che i fiori di lavanda o di rosmarino, anche la buccia tagliata a brunoise in modo tale che diventasse ghiacciata e croccante; poi al momento in cui lo chiedevano, frullavano il sorbetto con un goccio di spumante, una foglia di menta, una di basilico, l’aceto di lamponi e uno dei frutti di bosco macerato nella grappa. Dissetante e stuzzicante, era uno dei dessert che faceva brillare gli occhi quando sentivano sulla punta della lingua l’effetto frizzantino che ne risultava dalla combinazione di tutti quegli ingredienti.
Nel frattempo Barberi comincia a sistemare la sua roba nei frigoriferi: la carne, le verdure, il ricambio delle erbe che a malapena respirano ancora, visto il caldo, e poi va fuori ad innaffiare i quattro vasi di erbe, due con il timo e due con la maggiorana. Lo Russo come sempre sale dalla mensa e per andare in sala passa dalla cucina. “Che maitre!” lo sfotte Miluzzi. E lui, parafrasando il Benigni di La vita è bella, fa una giravolta su se stesso aprendosi la giacca nera e mettendo in mostra i muscoli in tensione sotto la camicia perfettamente bianca, e dice:
– Ma dove lo trovate un maitre più bello de me! Sono bellissimo! Stupendissimo! – con la voce stridula.
Mentre la bossa nova di Nicola Conte comincia a saltellare nell’aria, Miluzzi mette a posto la sua, di roba: la misticanza, le salse, i desserts e il reparto dei formaggi e delle mostarde. Mostarde di cipolla rossa, o peperoni e arance, e quella di pomodori camone, oppure quella di cocomero. Non si parlano, se ne stanno in silenzio a canticchiare con i loro pensieri. Ogni tanto si lanciano quello che capita: zucchine, padelle, mestoli, pinze, per vedere se i riflessi sono pronti, per far scattare l’adrenalina, perché a volte la cucina sviluppa un’agilità di movimenti che neanche un karateka si sognerebbe. Questo si agitava nella loro testa.
Si apre la porta.
– Allora ragazzi, come va?
È il nuovo direttore, il risanatore economico di questo albergo che per poco non sprofonda nel limbo delle aziende presenti nelle liste nere di tutti gli uffici di collocamento, comprese le agenzie interinali. Barberi gli si avvicina con un grandissimo sorriso e la mano tesa.
– Buongiorno signor Gioioso – e gli stringe la mano in maniera energica. Alto, ben piazzato, con una leggera pinguedine e le guance gonfie, venne soprannominato Poldo come il mangiatore di panini di Popeye. E in effetti dà quell’impressione: entra in cucina che ha sempre fame e mangia tutto quello che gli capita sotto tiro, a stento Barberi si è trattenuto dall’amputargli una mano con uno dei suoi coltelli.
– Io, quando entro dentro questa cucina, sto bene! Perché voi lavorate tanto e siete sempre sorridenti e sereni, si vede che vi piace fare quello che fate – fa lui dall’altra parte del pass.
Poi si gira e ritorna da dove era venuto.
– Ma che ha detto? – chiede Miluzzi.
– Ha detto che gli fa piacere che lavoriamo, che è contento che pure noi siamo contenti.
– Ma che s’è rincojonito?

Si sono fatte le tre del pomeriggio. Intanto arrivano il Punk e Stefoni, poi alle 18,00 attaccherà Saulle.
Stefoni, un ragazzone alto e grosso, o quasi. Prima di arrivare in questa cucina la scorsa estate, lavorava in una mensa in cui raccontava di aver contribuito ad uccidere una capra in un modo alquanto macabro e crudele insieme al suo datore di lavoro. In fondo alla cucina in cui lavorava, c’era un portellone che dava su uno spiazzo dove c’erano delle bestie, pecore e galline, e il suo datore di lavoro, un certo Giuliani, decise che era ora di preparare un ragù di capra. Così aprì a mezzo il portellone attirando la povera bestia con del cibo fino a quando la testa non si venne a trovare dentro la cucina. Fu in quel momento che Giuliani, senza perdere un attimo, chiuse con violenza il portellone rompendo l’osso del collo all’animale. Stefoni assicurava che le urla si potevano sentire fino al Vaticano. Ecco la persona adatta a lavorare qua dentro.
Il Miluzzi durante il servizio ha pensato all’appetizer che stasera sarà Petalo di pomodoro candito con crema Guacamole e pasta fresca croccante, il tutto con una goccia simpatica di salsa passpartout. Intanto arriva il secondo equipaggio.
Barberi sta pensando ancora al menù della signora Gassier, cosa fare per renderlo interessante. In cucina ci sono fuoco e fiamme. Un calore insopportabile e il fumo delle bistecche che la cappa proprio non ce la fa. Arrivano i camerieri del secondo turno, passano casse di vino e acqua da una parte all’altra mentre piatti si riempiono di bistecche e patate cotte nella maniera più becera possibile nel senso buono del termine, il pane pucciato nel sangue che si accumula nei vassoi d’acciaio. Il Punk si avvicina a Barberi, piercing sulla lingua, già sudato che gli stringe la mano e gli fa con un gesto della mano libera:
– Ma com’è tutto questo bordello! – con l’accento biscegliese e Barberi che non risponde.
– Oh! Ma ti sei tagliato i capelli…uagliò, tu non sei normale – e ride.
– Che cazzo ti ridi?
– Niente, così.
Stefoni altissimo.
– A chef, che c’è da fa?
– La signora Gassier, due persone.
– Sti cazzi! – fa lui ridendo e mettendosi la bandana. – Allora ce sta da menà le mani stasera…ma ce sta pure Renzo?
– E secondo te, se non ci fosse stato Renzo…- gli risponde Cotugno.
– Quanto me sta sur cazzo quello chef, guarda te giuro che se lo pijo fra le mani…
– Ma che cazzo devi fare tu, imbecille! Guai a voi se vi permettete – risponde stizzito lo chef. – Voi dovete fare quello che dico io e basta, cioè dovete lavorare e non rompere i coglioni.
– Barbè, ma che stà a dì! – il buon Miluzzi.
Li guarda un po’.
– Andiamo in ufficio, và! Che vi dico il menù.

Archiviato in:serialkitchen, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

LA CIAMBELLA ALLO YOGURT DI MARIA LAURA

Per le persone che conosco Maria Laura è molto famosa. Per alcuni clienti lo è per la sua Minestra di Tubettini e Patate con alloro che per un certo periodo ho proposto in un ristorante in una versione un po’ più moderna. Oppure per il suo Ragù di Polpo che poi ho fatto mio rivisitandolo (anche lui come la Minestra di Patate). Per i miei amici è famosa per le cose che preparava da mangiare quando tornavo dalle mie stagioni altrove, e mi ritrovavo a casa mia con loro…quelli di sempre: tavole imbandite di ogni ben di Dio, cibi semplici e gustosi! I vicini di casa sono sempre andati da lei per avere consigli, oppure lei chiedeva loro delle ricette e poi le modificava. Per i miei colleghi è famosissima perché io continuo a raccontare che se non ci fosse stata la sua buccia di limone per la crema pasticcera, io a quest’ora nella vita avrei fatto altro.

c’è una cosa che non riesco proprio a concepire: come diavolo fa a far venire bene la sua ciambella allo yogurt!

Maria Laura è molto più di una musa ispiratrice, è una certezza incrollabile per me, quando non ne posso più di tutto quello che mi sta intorno, mi rifugio da lei nella sua cucina (ma a lei questo non l’ho mai detto…forse pensa che io lo faccia semplicemente perché sono suo figlio).

C’è una cosa però  che non riesco proprio a concepire e che mi tortura: come diavolo fa a far venire bene la ciambella allo yogurt!
Leggi il seguito di questo post »

Archiviato in:serialrecipe, , , , , , , , , , , , ,

Antonio Bufi

Antonio Bufi nasce in quel di Molfetta, una ridente cittadina che si affaccia sull’Adriatico, una manciata di anni fa. Dopo aver provato a far volare dal balcone aeroplanini fatti con i fogli su cui scriveva i sui pensieri imberbi, rimane folgorato come Paolo sulla via di Damasco dalla buccia di limone che sua madre usa per la crema pasticcera...

Valentina Pelizzetti

Valentina Pelizzetti nasce in quel di Torino, una verde cittadina attraversata dal Po, pochi anni dopo Antonio. Dopo aver sognato invano di essere la Carla Fracci de' noiartri si scrive ad architettura...