serial kitchen

CERASE

ieri avevo voglia di vederti.

Davvero.

Da quando mi hai chiesto di andare a  bere qualcosa insieme, niente è più stato lo stesso.

Ti vedevo entrare in libreria con quella barba e i capelli ricci, lo sguardo intrigante. Non puoi nemmeno immaginare quanto ho desiderato che tu mi chiedessi di uscire insieme a te o qualsiasi altra cosa. Invece ero io che mi avvicinavo a te, con il mo solito sorriso e la voglia di baciarti. Ti chiedevo se potevo esserti utile e tu mi rispondevi allargando le braccia che “andavi a braccio”, e mi guardavi con quel gesto che voleva abbracciare tutta la libreria e mio Dio!, quanto desideravo che tu abbracciassi me, lì davanti a tutta la gente e i libri, che mi spogliassi e cominciassi a baciarmi dappertutto.

Invece tu niente.

Quanto tempo sei venuto in libreria? Un anno? Forse di più? Ogni volta la stessa storia. E io che mi sentivo una merda, cazzo dimmi qualcosa!

Ho cominciato io, contro la mia volontà, perché più forte era il desiderio di sentire il tuo corpo che nascondevi sotto quei jeans consumati e il giubbotto di pelle. E quando era estate, ti sbirciavo le braccia tatuate, e il tuo fondoschiena sodo nel quale avrei voluto infilzare le mie unghie mentre immaginavo il tuo sesso entrarmi dentro.

Mi chiedevi dei libri e io mi inventavo storie sulla bellezza di quello che avevi scelto tu, fingevo che non erano in libreria e che bisognava ordinarli, per costringerti a ritornare il più possibile, prova a venire domani, ti dicevo. E dopodomani e ancora dopo.

Fino a che hai cominciato a prendere i libri di Jonathan Carroll. Tutti questi titoli strani e queste strane copertine sono state motivo di discussione tra noi, e tu, che ci mettevi pochissimo tempo a leggerli, ritornavi ogni settimana a prenderne un altro fino a Mele Bianche. Quello non c’è, ti ho detto. Bisogna ordinarlo.

E così, ancora una volta, ti ho costretto a ritornare. E gironzolandoti attorno, come un fulmine a ciel sereno, ti sei girato verso di me e mi hai invitata a bere qualcosa. Eccoti qui finalmente, c’era bisogno di tutto questo tempo? Non potevi chiedermelo prima?

E la sera ci siamo visti che faceva veramente caldo, siamo andati al mare con in mano due birre che si sono riscaldate prima del tempo e tu mi parlavi, mi parlavi fino a che non ho resistito e ti ho baciato. Ho lasciato entrare impetuosamente la mia lingua nella tua bocca stringendoti la testa, non volevo che ti staccassi. Piuttosto, te l’avrei staccata quella lingua portandola a casa come trofeo. E mi sono lasciata toccare dalle tue mani e mi sono fatta baciare, ti ho lasciato entrare dentro di me godendo del tuo orgasmo e premendo il mio ventre contro il tuo, sentendo le tue labbra appiccicate sui miei capezzoli e i denti che mi affondavano nella nuca. E siamo rimasti così per parecchio tempo, lasciandoci avvolgere dal rumore della risacca e dalla salsedine.

Non ti ho chiesto di venire a dormire da me perché immaginavo che non l’avresti fatto. Non sei il tipo e tanto meno ho voglia di costringerti. Anche se un rapimento sarebbe stata una buona idea.

Poi sono passata a trovarti sul lavoro il giorno dopo e abbiamo mangiato il gelato insieme. Non so perché, non me lo hai detto, in tasca avevi un cucchiaino che mi hai regalato. Per ogni volta che mangi un gelato, mi hai detto. Così ti ricordi di me. Ed ho pensato a quanto tu fossi strano e unico, con quel cucchiaio che mi ha disorientata.

Come ti dicevo, ieri avevo voglia di vederti.

Così ti ho mandato un messaggio in cui ti dicevo che alle sette sarei stata ai giardinetti, e che se ti andava potevi raggiungermi perché avevo troppa voglia di baciarti. Sono partita molto tempo prima da casa, volevo assaporare ogni singolo momento della mia attesa di te, respirare un po’ di aria immaginandoti e prolungando ancora di più il desiderio. Da un banchetto ho preso un sacchetto di ciliegie e mi sono seduta ad una panchina, ho pensato che tu ne avessi un po’ voglia e che le avremo mangiate insieme ridendo e sputandoci i noccioli addosso. Immaginavo che tu mi toccassi con le ciliegie, facendomi venire i brividi. Le passi sui miei capezzoli, sulle mie labbra, sul mo clitoride. Le infili dentro di me e poi le succhi, e le mastichi insieme al mio sapore e mi fai sentire viva. E la stessa cosa fai con il tuo cucchiaino, Dio che voglia che mi fai venire… Vorrei sentirlo lungo la mia schiena, freddo sulla mia pelle calda, che scende giù fino ad arrivare…lo sai dove, non c’è bisogno che te lo dica. E ancora ciliegie, ciliegie, ciliegie dappertutto. Tra le mie labbra, le tue labbra, sul tuo corpo schiacciate e poi leccate, dolci e sapide del tuo sudore.

Ma sono già le otto e tu non sei arrivato, e io le ciliegie le ho già finite.

Così mi alzo e compro un gelato alla pesca e zafferano. Mi risiedo sulla panchina con il mare di fronte e comincio a mangiarlo con il tuo cucchiaino. Chiudo gli occhi e sorrido, mentre sento un lungo, piacevole rivolo che mi cola tra le gambe.

 

 

Cheesecake alle ciliegie 

 

500 gr di ciliegie Anella

500 gr di robiola

1 uovo intero e 1 tuorlo

150 gr di zucchero

50 gr di burro

1 banana matura

1 bicchierino di porto rosso

il quantitativo giusto di pasta frolla per foderare una tortiera

 

Fate sciogliere il burro con lo zucchero in una padella e aggiungete le ciliegie snocciolate. Bagnate con il porto e fate cuocere ancora per una decina di minuti (potete aggiungere, se lo volete, un po’ di pepe nero pestato e due chiodi di garofano; magari anche della cannella). Lasciate riposare inclinando la padella per raccogliere il succo poi. In un mixer, frullate la robiola con le uova, la banana e il succo delle ciliegie. Foderate uno stampo per crostate con la pasta frolla e dategli una precottura di 10 minuti. Poi sul fondo disponete le ciliegie cotte e  versateci il composto ottenuto con la robiola. Cuocere in forno a 160° per una ventina di minuti, lasciatela raffreddare e buon appetito.

 

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SERIAL KITCHEN – 8 PUNTATA

15. UN SORRISO A COLAZIONE

– A Stefò, ma la mattina quando vieni a fare le colazioni, non potresti essere più gentile e salutare, che so, anche dire solo buongiorno e basta?
– E’ che non ce la faccio, davvero, gli occhi non mi si aprono, pure la bocca…sembra che me so magnato er mastice la sera prima! Ma perché, t’hanno detto quarcosa?
– Lo sai com’è, le cose che si dicono in giro, quando la gente non c’ha un cazzo da fare e pensa ai cazzi degli altri. A me non me ne frega niente, lo dico per te, fai un po’ come ti pare…almeno dì buongiorno alla Talpa…
– La Talpa? Mò ho capito, la Talpa…no, la Talpa no. Non ce la faccio.
– Ma perché? Che t’ha fatto?
– Ma non l’hai vista? È brutta…bruttaaaaaaaaaaaaaaaa!

“Una volta che una cena squisita è stata preparata e servita,
che il segreto tepore del vino e il solletico delle spezie percorrono i sentieri del sangue
e la sola imminenza delle carezze già arrossa la pelle,
è il momento di trattenersi qualche minuto o di procastrinare l’incontro
per potersi regalare una storia o una poesia,
come nelle più raffinate tradizioni orientali.”

Isabel Allende – Afrodita

16. L’IRREPARABILE

A ritmo frenetico le comande cominciano ad accumularsi sul pass. I ragazzi si muovono veloci, a vederli dal pass sembrano dei ballerini, degli anarchici, degli amanti che fanno l’amore con il cibo, creando qualcosa di concreto che nel giro di un attimo verrà fagocitato, assimilato, dando un senso di compiuto al loro lavoro.
Il ritmo è serrato, non c’è spazio per altro se non per il silenzio e la musica che riempie l’aria insieme al fumo, al vapore, al sudore.
I camerieri sgambettano tra la cucina e la sala, i piatti vengono portati fuori come fossero reliquie, bottiglie vengono aperte, tappi annusati. Gli occhi di tutti sono come delle schegge impazzite, Barberi controlla tutto, dà indicazioni e guarda l’orologio appeso al muro in attesa che Renzo entri per avvisarli dell’arrivo della signora Gassier.
Intanto sono tutti sudati, Sandro è dietro la macchina lavapiatti con il suo cappellino in testa e la magliettina bianca che fa risplendere la pelle nera come la sua barba. Barberi pensa a Shiva, Ganesh e tutti i santi che ci sono nel cielo. Anche Sandro sicuramente pensa alla stessa cosa.
Saulle sta soffrendo dietro la griglia insieme a Cotugno basso e tozzo e chiappe dure come il granito, la pelata sudata e luccicante sotto la luce del neon.
Miluzzi batte il forchettone a ritmo di musica, lo sguardo allucinato, il Punk spadella carbonare e salse e sistema nei piatti le millefoglie di pasta fresca.
Stefoni si vede poco, nascosto com’è dal forno che separa la sua postazione dal resto della cucina. Solo le mani e la testa, e questo basta.
Barberi riempie le comande con strisce azzurre, cancella quello che esce fuori, cambia la loro posizione, calibra il tempo di chiamata delle suites, guarda tutti, osserva, sta in silenzio come gli altri, suona il campanellino.
E alla fine entra Renzo.
– La signora è arrivata. Dieci minuti e cominciamo.
Ecco, ci siamo. Tutto può succedere adesso, mentre sistema nei piattini gli appetizer, i piccoli soufflè con le uova di spigola. Tutto può succedere, ora che le danze si aprono per davvero.

E quello che succede poi, è qualcosa che nessuno aveva assolutamente programmato. Intanto che gli appetizer vengono portati al tavolo della signora Gassier e del suo ospite, entra un gruppo di venti persone senza preavviso.
Renzo rientra in cucina completamente nel panico. Il maitre lo insegue farfugliando parole senza senso, dà disposizioni ai camerieri per arrangiare i tavoli, chiede a Barberi se hanno tutto o se c’è qualcosa di particolare da offrire. Renzo sparisce ancora una volta in sala e lo chef guarda i ragazzi, loro guardano lui restando in silenzio. Mentre tutti cercano di rimanere il più possibile calmi. Quell’alone di nervosismo che galleggiava nell’aria, adesso sta diventando una coltre fitta e pesante. La musica alla radio si fa più tachicardica, il Punk suda copiosamente mentre si avvicina al pass con le millefoglie in mano e dice a Barberi:
– Siamo nella merda, uagliò!
Siamo nella merda, e quella è l’ultima parola che Barberi avrebbe voluto sentire in quel momento.
Stefoni gli avvicina l’occorrente per il carpaccio di seppia che comincia ad assemblare nei piatti mentre Renzo rientra dando cinque minuti di tempo per uscire con i due antipasti. Barberi mette le uova nella bastardella e va a montare lo zabaione a bagnomaria nel bollitore, si avvicina a Miluzzi che batte il tempo sul bordo della cucina con il forchettone. Si guardano. La frusta si agita veloce nel composto, i camerieri sono spariti tutti, non c’è anima viva. Si riapre la porta, Renzo entra nervoso.
– Dai, dai…dammi questi due antipasti, veloce!
Barberi lo guarda e non dice nulla, assaggia lo zabaione, aggiunge l’aceto al dragoncello, continua a sbattere, si avvicina ai piatti. Renzo appoggiato al bancone.
– E’ assurdo, è assurdo…- farfuglia.
Versa lo zabaione sul carpaccio, una macinata di pepe e lo lascia andare via. Ma lui prende i piatti e mentre si gira, uno dei camerieri, entrando dalla sala di corsa gli va a sbattere contro facendogliene cadere per terra uno.
– PORCODDIOOO! – urla schiantando accanto al piatto rotto, quello che gli era rimasto in mano.
Non ci posso credere… non ci posso credere… devo mantenere la calma, pensa Barberi. Urla a Sandro di raccogliere immediatamente i cocci da terra, Renzo continua a bestemmiare dietro al cameriere.
– Sei un testa di cazzo! Dove cazzo credi di essere, merda… ma chi cazzo ti ha fatto venire a lavorare qui.
– Scusa… scusa… devo prendere il vino… scusa…
Renzo si gira a guardare Barberi.
– Non dire niente, stronzo! Stai zitto. Non guardarmi, vai a fare in culo in sala e ritorna fra cinque minuti – gli inveisce dietro mentre scende giù nella cucina centrale a prendere le altre seppie.
Risale rapido, taglia le seppie a lamelle sottili e le condisce con il succo d’arancia e un goccio di aceto; risistema i finocchi sui piatti dopo averli asciugati, li copre con i veli di seppia, monta ancora una volta lo zabaione a bagnomaria. Questa volta Miluzzi apre la bocca.
– Sta’ carmo, Barbè… nun ne vale la pena.
E rientra Renzo.
– Sono pronti gli antipasti? Dai, dammi gli antipasti, merda… c’è un bordello fuori!
E Barberi si riavvicina ancora una volta al bancone con lo zabaione, finisce i piatti e questa volta gliela apre lui la porta della sala. E contemporaneamente si affaccia per vedere.
La musica classica incornicia la sala in una specie di atmosfera bucolica. Il gruppetto di venti persone si sta accomodando ai posti che nel giro di un quarto d’ora gli altri camerieri hanno sistemato. Il maitre si sta preparando a portare loro i menù, la signora Gassier dall’altro lato, assapora serena insieme al suo ospite i due antipasti.
Renzo sgambetta, sembra non abbia niente da fare.
Rientra in cucina, è tempo di cominciare a preparare il secondo antipasto e aspettare che Lo Russo rientri con le ordinazioni della tavolata.
Intanto uno dei camerieri entra in cucina con un’ordinazione di due calzoni alla barese che il Punk chiede di poter fare, visto che per un attimo i primi sono in stand by. E poi c’è Miluzzi. Barberi dice a Cotugno di cominciare a cuocere i tataki di tonno, intanto che Renzo rientri. Anche perché hanno bisogno di riposare un attimo e di perdere le ultime gocce di sangue dal loro interno.
Così, rientra Renzo senza nessun piatto in mano, nervosissimo.
– Mi dici quando posso cominciare a marciare con gli altri antipasti?
– Cosa cazzo vuoi ancora…ma non hai visto che fuori c’è il bordello? E poi chi ti credi di essere… mi avete rotto il cazzo, tu con la tua brigata dei miei coglioni… andate affanculo!
È per questo che Barberi comincia a non capire più nulla, mentre prende il coltello da sashimi appoggiato sul banco, lo guarda, ne saggia il peso, lo stringe forte in mano fino a farsi male e prima che nessuno si renda conto di quello che sta succedendo, si avvicina a Renzo lentamente mentre comincia a indietreggiare contro il muro, lo blocca con la mano sinistra e glielo infila con rabbia e forza decisa nello stomaco.
E Renzo lo guarda con uno sguardo sorpreso, mentre spalanca la bocca e non dice nulla. Guarda Barberi che continua a spingere il coltello dentro, annaspa con la bocca spalancata e quegli occhi che sembrano chiedergli perché, guarda il buco al centro del suo corpo che sta irrorando di sangue la sua camicia. Di nuovo guarda Barberi con una strana smorfia negli occhi, accenna qualche parola che non esce. Poi si accascia per terra, appoggia la testa al muro e lì rimane, mentre lo chef ritorna ai fornelli.
– Allora? Che cosa avete? Non è successo niente, continuate il vostro lavoro. Cotù, il tuo tataki si sta cuocendo troppo. I clienti aspettano.
Ma da loro Barberi non aveva ottenuto risposta se non un mutismo e un immobilismo tale che lo lasciano un po’ perplesso. Era la prima volta che i suoi ragazzi gli disobbedivano. Era la prima volta che i suoi ragazzi disattendevano ad un comando del loro chef. Il tataki continuava a sfrigolare nelle padella e stava cominciando a perdere quella che lui chiamava “unghia”, vale a dire lo spessore di tre millimetri tra la parte esterna perfettamente cotta e di colore marrone, e la parte interna, quella centrale, completamente cruda e rosso sangue.
Guarda ancora Cotugno con aria di stizza. Uno sguardo che è un rimprovero mentre lui continuava a rimanere fermo, anche gli altri erano fermi. Miluzzi si avvicina, è stato il primo a muoversi. Prende la padella e la sposta dal fuoco.
– Tè stai de fori, a Barbè! – gli dice arrotolando il filetto di tonno nella carta assorbente. Poi lo passa nel pepe nero, lo taglia a fettine e lo mette nel piatto attorno al riso con la conditella. Erba cipollina e un goccio di olio extravergine.
– Cottura perfetta! – gli fa Barberi mentre appoggia il piatto sul pass e lo finisce con la gelatina allo sherry e la caramella alla menta.
Renzo è steso per terra. Il sangue comincia a formare un rigagnolo che si avvicina allo scarico della cucina, quello che serve per raccogliere i liquidi quando lavano per terra.
Barberi suona il campanellino per chiamare i camerieri.
– Che dici, dovemo chiamà qualcuno? – gli fa Cotugno.
– Per me può anche rimanere lì – gli risponde.
Intanto si apre la porta della sala. Stefoni e Saulle si avvicinano al pass, il Punk continua a fare i calzoni alla barese, versione riveduta e corretta dalle loro menti criminali.
– Aò, ma se pò sapè ‘ndò cazzo stà Renzo? – urla sbracciandosi Lo Russo il maitre – mò m’ha proprio rotto li…
La sua frase rimane spezzata a mezz’aria quando gira la testa e lo vede accasciato per terra, la testa chinata sul petto e piegata leggermente da un lato, la camicia sotto la giacca con una macchia rossa di sangue enorme e il liquido color ruggine sul pavimento.
Barberi si pulisce le mani nello strofinaccio mentre guarda Lo Russo. Lui guarda Barberi.
– Sono cose che succedono – gli dice.
Lo Russo non dice una parola. È diventato in un attimo bianco. Barberi ritorna dietro ai suoi fornelli, sul pass si sono accumulate le comande e bisogna far uscire gli altri piatti della signora Gassier. Anche gli altri ritornano dietro ai fornelli, un filino soddisfatti della cosa, li conosce bene. Lo Russo sparisce da dove era venuto probabilmente sparato a chiamare la polizia o qualcosa del genere.
Si gira a guardare il Punk che ricambia il suo sguardo, poi ritorna al suo lavoro scuotendo la testa con un sorriso sulle labbra.
Ormai quello che è fatto è fatto e non si può più tornare indietro. Tanto vale continuare a cucinare in attesa delle sirene.
Photek on the air.

Dissolvenza in nero.

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Antonio Bufi

Antonio Bufi nasce in quel di Molfetta, una ridente cittadina che si affaccia sull’Adriatico, una manciata di anni fa. Dopo aver provato a far volare dal balcone aeroplanini fatti con i fogli su cui scriveva i sui pensieri imberbi, rimane folgorato come Paolo sulla via di Damasco dalla buccia di limone che sua madre usa per la crema pasticcera...

Valentina Pelizzetti

Valentina Pelizzetti nasce in quel di Torino, una verde cittadina attraversata dal Po, pochi anni dopo Antonio. Dopo aver sognato invano di essere la Carla Fracci de' noiartri si scrive ad architettura...