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DELIKATESSEN (24 ore Clandestino) – 7 parte

Le sei meno venti.
Alle sei meno cinque non fanno entrare più nessuno in Posta. Alzo il passo. Cerco di prendere scorciatoie impossibili scansando in uno slalom disarticolato le persone che si affannano dietro le bancarelle dei fruttivendoli sparse qua e la, cariche di buste gonfie e passeggini vuoti dei bambini, ma strabordanti di rotoli di carta igienica e detersivi. Mi squilla il telefonino. L’amica mia bellissima.
– Amore mio…
– Oh! Ma che hai? Che stai facendo che ti sento tutto affannato?
– E che sto facendo, che sto cercando di arrivare in Posta a pagare le bollette prima che chiuda?
– E vabbè, non ci potevi andare domani mattina?
– E a scuola chi ci va?
– Ma che cazzo, a scuola non puoi andare un po’ più tardi? Ma che ti credi che senza di te non fanno lezione? Quando vogliono loro ci devi stare dalla mattina alla sera, e quando serve a te una mezz’oretta per le bollette, manco per il cazzo, scusa eh!
Cammino. Sento il mio fiato affannoso. Il braccio destro indolenzito. Con te non posso incazzarmi, lo sai che ti voglio bene. E hai ragione pure tu, però.
– Lo so, lo so…che ci posso fare se sono fatto così? Senti, adesso è andata, mò vado a pagare queste cazzo di bollette che mi hanno pure ingoiato il bancomat, e poi domani si pensa. Passi da me stasera? Cucino io.
– Che mi fai?
– Penso di avere delle zucchine, la scamorza affumicata, dei pomodorini, i moscerini…compro l’avocado che ti faccio un po’ di guacamole?
– Insomma, hai le solite cose!
– Eddai! Ti faccio la crema al cioccolato con le amarene…
– Mmmmmhhhh…che mi dai in cambio?
– E che ti do in cambio?…Dai, prenoto una cena a Senigallia per la settimana prossima, mi prendo due giorni a scuola e ci andiamo, ci stai?
– Ma dormiamo insieme?
– Se per te non c’è problema…
– Va bene, accetto!
– Ma almeno tu, mi vuoi bene?
– Certo che sei proprio stupido!
– Grazie, sapevo che potevo contare su di te. Sono davanti alla Posta. Ci sentiamo dopo.
– Fai il bravo…
– D’accordo…

– No scusi giovanotto, ha visto che ore sono?
– Sono le diciassette e cinquanta, e allora?
– Veramente il mio orologio fa cinquantatre.
– Veramente sono in orario, quindi prendo il numerino e faccio la fila mentre lei è meglio che continua a fare il suo lavoro, che io pago le bollette, se lei me lo consente. Oppure non è consentito?
– Eeeeeeeeh…quanto chiasso! Vada, vada. Che altrimenti non fa in tempo!
Ma guarda questa imbecille che mi fa rimanere di sasso mentre si gira di spalle e se ne va. Prendo il numerino. Il mio è l’ottocentosessantaquattro. Siamo al cinquantanove, tutto sommato è quasi arrivato il mio turno. Ci sono tre donne e un uomo che occupano gli sportelli aperti. Dietro i vetri, i posti sono occupati da tre donne e un uomo, guarda caso, che si vede che non vedono l’ora di andarsene via, di finire le loro canoniche otto ore passate davanti ad un terminale e a parlare con gli avventori delle bollette, casalinghe, pensionati, onesti lavoratori e imbecilli come me, che si fanno prendere la mano da questa vita tutto sommato divertente, che non ha mai un giorno uguale all’altro…ma forse mi sbaglio. All’interno della sala gli altri impiegati corrono frenetici, non ne capisco il reale motivo, o forse si, anche per loro vale il discorso di voler lasciare questo posto nel più breve tempo possibile. Un portapacchi amico mio entra con il suo carico di pacchi da registrare.
– Toninooo…- gli fa una delle impiegate – e non potevi arrivare prima?
– Ma ttu lo ssai che ttraffico che ci staa a quest’ora pper strada, o no? – risponde Tonino alla collega mentre mi guarda e mi fa l’occhiolino, in segno di saluto.
Io attendo dietro la mia linea gialla e mi sposto per far passare Tonino, che lui parla davvero così, non lo faceva apposta per prendere in giro la collega.
Ecco il mio turno, annunciato da un dlin-dlon e dal display luminoso dai led rossi: ottocentosessantaquattro.
– Buonasera! – faccio cordialmente all’impiegato uomo, mentre passo i bollettini sotto il vetro senza ottenere una risposta, anzi, comincia a fischiettare ignorandomi, si gira e se ne va.
Ma come cazzo è?
Ma non andavate tutti quanti di fretta?
Rimango sinceramente basito, immobile, incapace di pensare al perché di un comportamento del genere, ai limiti dell’educazione e della professionalità spesso ribadita e sottolineata nelle pubblicità che trasmettono in televisione.
Eccolo che ritorna. Ma neanche scusa mi chiedi? Vabbè, l’importante è che ci sbrighiamo.
– Duecentosettantotto e venti! – mi fa dopo aver infilato i bollettini nel computer.
Gli passo i soldi, anche i centesimi ti metto, brutta faccia di merda…
Il suo viso è asettico, impassibile, mentre si passa i soldi tra le dita per controllare se sono veri o falsi, e guarda me, per vedere se sono affidabile forse?
Brutta faccia di merda, continuo a ripetere mentalmente, brutta faccia di merda…poi mi dà i bollettini. Li prendo, li piego, li infilo in tasca e me ne vado fuori dai coglioni.
Brutta faccia di merda…

La notizia che più mi ha colpito oggi al TG, più di tutti i morti della guerra e delle stronzate dette dal faccione, è stata quella dell’eliminazione dai programmi scolastici ministeriali del prossimo anno, da parte della Moratti, della teoria evolutiva Darwiniana. Veramente questa cosa si sapeva già da un bel po’, ma non pensavo che si arrivasse davvero a questo. Siamo in un regime, dobbiamo per forza credere che l’uomo è nato da una scoreggia di Dio e che la donna è nata da una sua costola. Che puttanata! Allora, tutto quello che è stato studiato fino ad ora? Tutti gli esperimenti e le ricerche e le ore passate da eminenti dottori e scienziati nel dare credito a questa teoria, motivandone i risultati ottenuti con prove efficienti e robustissime?
E i miei “onestissimi e educatissimi” vicini di casa? Io mi rifiuto di credere di essere stato creato dalla stessa persona che ha dato alla vita questa gente, non per essere razzista, ma è come se in quel momento il cosiddetto Grande Architetto sia rimasto vittima di un’alitosi nauseabonda, pericolosa, giocherellona e incurante. Perché i miei “nobili” vicini di casa devono essere per forza il frutto di una mutazione genetica che li ha portati ad evolversi in un contesto culturale a loro estraneo, come gli scarafaggi che giorno dopo giorno diventano più coriacei e resistenti agli insetticidi, continuando a bighellonare e a nutrirsi di trappole altrimenti mortali. Così immagino il mondo scientifico tutto alzarsi in rivolta, manifestare con festosi e giocosi girotondi morettiani sotto il Parlamento, indossando maschere dalle sembianze di scimpanzé con in mano grosse banane e poi buttarne le bucce davanti all’entrata per far fare dei grossi scivoloni ai nostri parlamentari belli, quelli che si dice ci governino dall’alto dei loro scranni.
A questo penso mentre entro nella vetreria, fogliettino in mano e sguardo speranzoso. Forse un po’ troppo perché al mio buonasera non ottengo risposta. Il laboratorio è deserto. Davanti a me un enorme tavolo in ferro, sembrerebbe, con vari attrezzi sparsi, righelli che ho visto solo in casa del mio amico architetto, normografi e resti spuntati di vetri di vario spessore. Per terra polvere, tanta polvere. Che scricchiola sotto i miei passi gommati, quindi polvere di vetro. In un angolo alla mia sinistra, appoggiate al muro, altre lastre di vetro di diverse misure, sulla mia testa un argano minaccioso come una spada di Damocle e alla mia destra una porticina che si apre lasciando uscire (o entrare, dipende dai punti di vista) un bambino su un triciclo tipo Shining che si ferma proprio davanti ai miei piedi, mi guarda con quegli occhietti ghignanti, poi punta i piedi per terra, si dà una spinta all’indietro, fa dietrofront e ritorna da dove era venuto.
Si riapre la porticina.
Questa volta ne esce una signora graziosa che dovrebbe essere la mamma del bambino, capelli neri in una treccia lunga dietro la nuca, forse quarantenne, in saloppette e maglietta a mezze maniche nonostante il freddo. Accosta la porta alle sue spalle e si dirige verso di me con un “Buonasera, dica…” flebile che quasi mi mette in imbarazzo.
– Salve, volevo sapere se si potevano fare delle mensole di questo genere in vetro – le faccio mostrandole il foglietto piegato e pieno di disegni apparentemente regolari e pieni di numerini.
– E questi numeri dovrebbero essere le misure?
– Si – le rispondo.
– E per che cosa le deve usare? Che ci deve mettere sopra?
– Volevo metterci dei libri !
Mi guarda. A lungo e in un modo che mi sembra di essere attraversato dentro, come se mi stesse leggendo i pensieri. Poi riabbassa lo sguardo sul foglio rivolgendo di nuovo l’attenzione ai disegni.
– Gliel’ho chiesto per sapere lo spessore…si, si possono fare queste mensole però ho bisogno di un po’ di tempo e sinceramente adesso non so dirle neanche la spesa.
Rimango un attimo spiazzato. Non so cosa dirle perché almeno su quest’ultima cosa mi ha anticipato. Allora adesso, che non ho più voglia di discutere con nessuno, le dico che va bene, che non ho fretta, che mi chiami lei, ora le lascio il mio numero di telefono, se non rispondo non si preoccupi, lasci un messaggio in segreteria che poi mi rifaccio vivo appena posso, le lascio un acconto? No? Va bene, allora aspetto una sua chiamata, arrivederci…
– E il vetro, di che colore lo vuole?
– Lo voglio trasparente! – mi giro e me ne vado, ritornando a immergermi nel traffico pedone in cui cerco di perdermi con fare anonimo.
Ma non penso di riuscirci più di tanto perché spavento una vecchietta appena giro l’angolo, che si avvicina al muro stringendo a sé la sua borsetta. E mi viene da sorridere.

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DELIKATESSEN (24ore Clandestino) – 6 parte

Riprendo in mano il foglietto su cui ho ricopiato il disegno delle mensole, e mi accorgo che dietro il portapenne giace un mucchietto non ben identificato di foglietti accuratamente piegati e dimenticati: la bolletta del telefono, la bolletta della luce, la rata della spazzatura, il bollo della macchina, estratto conto della carta di credito, estratto conto di quello che rimane sul mio conto in banca, una lettera da parte della assicurazione di mancato pagamento delle ultime due rate perché la banca, che stamattina mi ha telefonato perché voleva i soldi, ha fatto un po’ di confusione con alcuni documenti, e per finire la rata invernale del gas. Ad uno ad uno ripasso tra le dita quei bollettini come fossero le figurine dei calciatori Panini. Me n’ero dimenticato, preso da tutt’un’altra serie di cose e pensieri, avevo accumulato tutte quelle bollette e le avevo messe lì, consciamente o no le avevo nascoste dietro il portapenne lasciandole fermentare ed ora è giunto il momento della resa dei conti: fra due giorni scade il termine di pagamento di bollo e telefono, fra tre il gas e fra quattro luce e spazzatura. Le rate della assicurazione è meglio non calcolarle, tanto ci pensa la banca che sicuramente fra un paio di giorni mi ritelefonerà per invitarmi un’altra volta al suo cospetto.
Che fare?
Guardo l’orologio, sono le cinque meno un quarto e se mi sbrigo faccio in tempo ad arrivare in posta, pure a piedi se alzo il passo. Infilo le mani in tasca per vedere quanti soldi ho: pochi. Apro la mia cassettina porta risparmi casalinga: pochi anche qua dentro. Devo comunque passare da qualche sportello bancomat per fare un prelievo, così la banca mi ritelefona domani stesso, altro che fra un paio di giorni. Già che ci sono passo pure dal vetraio, così gli faccio vedere il disegno e sento lui cosa dice, se si può fare la cosa oppure no.
Faccio un caffè. Ho tempo pure per quello. Senza pensarci accendo una sigaretta e mentre la aspiro mi prende il panico perché ora, la combinazione tra caffeina e nicotina mi procurerà un effetto indesiderato allo stomaco che mi costringerà, come al solito a quest’ora, a correre nella toilette. Vabbè, ormai è fatta. Finisco la sigaretta. Intanto il caffè è uscito e lo bevo. Come da programma, corro nel bagno. Mentre assolvo alle mie funzioni corporali, maledico qualcuno perché devo correre e sono già sudato e non ce la faccio più a rincorrere il tempo che non vorrei essere suo schiavo, però il fatto è questo: o scendi a compromessi con la vita e cominci a correre anche tu e ti metti a fare le file ai vari sportelli pubblici, oppure mandi tutto a farsi fottere e te ne vai a vivere nei boschi, che mi sa che è meglio.
Seduto sul water.
Di fronte ho lo specchio che riflette la mia immagine. A dire il vero la riflette sempre, ogni volta che mi siedo. Ogni volta guardo il mio viso assumere pose sgraziate e le vene sulla fronte gonfiarsi, e la fronte stessa che diventa rossa e gli occhi che strabuzzano…oh Signore benedetto! Suonano alla porta, cazzo, ALLA PORTA! Ma perché? Mi viene quasi da piangere. Perché? Perché? Perché? Mi alzo, mi lavo e mi sciacquo il viso, è già tardi.
– Un attimo – grido dal bagno.
Apro la porta. Donata, una delle donne che abitano nel palazzo di fronte, forse la persona più tranquilla che mi capita di incontrare per strada quasi tutti i giorni.
– Ciao professò, che ti disturbo? – mi chiede incuriosita dal mio aspetto trafelato.
– No Donata, tu non disturbi mai, lo sai – le dico mentendo. – Stavo uscendo per andare a fare dei servizi, sai, le bollette – .
– Eh! Sono diventate un vero guaio, queste bollette. Non le reggo più, poi da quando ci sta questo euro, mi sa che ce l’hanno buttato tutto al culo…- diventa rossa in viso e si porta la mano alla bocca. – Scusa professò, e che adesso a mio marito l’hanno messo in cassa integrazione e ci sono i bambini che vanno a scuola e crescono e come devo fare, mannaggia!-
Ti prego Donata, non fare così, non metterti a piangere, cerca di trattenere le lacrime, ho fretta, ti prego non farlo.
– Su Donata, non fare così, vedrai che le cose si sistemeranno prima o poi – cerco di rassicurarla mentendo anche questa volta.
– Senti professò, il piccolo deve andare ad una festa di compleanno di un suo amichetto di classe e allora ti volevo chiedere se mi scrivevi un bigliettino per il regalo che io avrò tanto sentimento, ma proprio l’italiano non lo so scrivere – .
Benedetta Donata! Ti prenderei le guance a morsi, quanto sei tenera.
– Entra Donata, entra – e mentre le prendo il bigliettino e ci scrivo sopra qualcosa, lei mi confida -…che la figlia dei grezzoni che abitano sul pianerottolo, la piccola, quella brutta che sembra PippiCalzeLunghe con quel cesso di fidanzato, è al sesto mese! – .
Rimango un attimo fermo e spiazzato da quella notizia.
– Davvero?
– Si, davvero! E che non si vede?
– E no che non si vede, scusa. Non vedi come ci sono rimasto? E poi dove l’avranno concepito, nel portone?
– Forse!
– E adesso? Già fanno casino così, figuriamoci ora che ci sarà un altro inquilino…e poi dove si metteranno, che a malapena entrano così come sono, in quell’appartamento?
– Bho! E che ti devo dire io, professò…non pagano neanche l’affitto, non pagano!
– Ma come fate ad essere sempre così informate di tutto e di tutti? – le dico restituendole il bigliettino. – E chissà quante ne dite su di me, brutte pettegole che non siete altro! –
– Ma no professò, che su di te non abbiamo mai avuto niente da dire, tranne che fai le ore piccole con quell’amica tua bella, che è proprio bella…ma che per caso siete fidanzati?
– Senti Donata, vedi un po’ se ti va bene il bigliettino? Sai com’è, avrei un po’ di fretta – le dico con un sorrisino glissando sull’argomento. Lei lo legge e quasi le vengono i lucciconi agli occhi.
– Grazie professò, veramente. Non so come sdebitarmi!
– Ma tu non ti devi sdebitare. Basta che mi tieni informato sui vicini.
– Si professò, ci vediamo allora. Buona giornata!
– Buona giornata a te!
E speriamo.

Questo piccolo imprevisto mi fa spostare la mia tabella di marcia, devo passare dalla banca, la posta chiude alle sei. Infilo pantaloni grigi e magliettina gialla, maglione slabbrato nero, il cappotto, capelli schizzati, occhi nel panico…ricomincio ad incazzarmi. Chiudo la porta dopo aver preso carta di credito, bancomat e bollette. Scendo in strada. Sulla mia sinistra, la solita macchina parcheggiata del tipo che abita di fronte. Sembra che lui abbia un qualche diritto di proprietà su questo marciapiede perché la parcheggia sempre qui la macchina, mattina, pomeriggio e sera, e poi il vecchio contadino lambrettato viene a scassare le palle a me che lascio la mia di macchina per cinque minuti sul marciapiede. Vabbè, lasciamo stare. Scianga è appoggiato alla sua macchina, senza stampelle. Scianga, Scianga, mi sa che un giorno di questi fai una brutta fine, cadi per terra e ti spacchi il muso, guarda che io ti ho avvisato! Il segaossa è già aperto, sento il rumore che ho sentito stanotte nel sogno: l’acciaino sfregato dalla lama del coltello. Un brivido sottile mi sale lungo la schiena.
È tardi.
A passo spedito vado al primo bancomat che sta proprio a cinquanta metri dal portone e faccio due conti. Con i soldi che ho in tasca e il massimo che posso prelevare dallo sportello arrivo a racimolare la splendida somma di trecentoventieuri. Non mi bastano, ce ne vogliono almeno quattrocentocinquanta se voglio pagare più o meno tutto lasciando perdere il bollo. Allora decido di fare due prelievi, uno con il bancomat e l’altro con la carta di credito. Infilo prima la carta. Digito il codice. Duecentocinquantaeuri che vengono sputati fuori in cinque pezzi da cinquanta. Desidera lo scontrino? No grazie, troppi ricordi poi. Ritirare la carta entro trenta secondi, prego. Non preoccuparti, neanche la bocca devi aprire. Ripeto l’operazione con il bancomat. Digitare il codice, prego. Digito il codice. Digitare il codice, prego. Ridigito il codice. Lo schermo si fa grigio. Sento un rumore arrivare da qualche parte dietro il video. Una scritta rossa. Spiacente, la sua carta è stata catturata. Per informazioni rivolgersi al proprio sportello. Grazie. Cazzo! Cazzo, cazzo, cazzo! Perché? Se mollo un cazzotto allo sportello lo sfondo. Dietro di me c’è un signore che tossisce, spazientito. Cazzo, cazzo, cazzo! Mantengo la calma. Guardo il video. Intravedo la mia sagoma riflessa dietro la scritta lo sportello è pronto per una nuova operazione. Ma vaffanculo, va! Devo essere bello incazzato perché quando mi giro, il signore alle mie spalle si allontana spaventato.
Mi dirigo alla posta. Ormai è andata così, domani devo passare dalla banca un’altra volta e oggi sono costretto a pagare solo telefono, luce e gas. Alla spazzatura e al bollo ci penso domani, se mai ne avrò voglia e tempo.

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SERIAL KITCHEN – FINALE E TITOLI DI CODA

17. MESTIERI CHE SI INVENTANO

– Sai chef? Volevo cambiare mestiere…
– Ma dai, davvero? Pensa che da ragazzino volevo fare l’architetto, adesso vorrei aprire un tabaccaio o un negozietto di quelli che vendono tutto, le scope, le bacinelle di plastica, i salvagente, i palloni Supersantos…sai che pace! E tu? Che vorresti fare?
– Il pornostar!
– Davvero?! E perché?
– Come perché…e quelli scopano sempre, stanno sempre pieni di belle fighe…noi invece, a voglia a cucinare spaghetti, tutti i giorni!

“La verità è nascosta.
Bisogna avere coraggio, per cercarla”.

Gualtiero Marchesi

18. QUALCOSA DA DICHIARARE

Ci sono delle cose che si possono spiegare facilmente.
Ci sono delle altre invece, come questa per esempio, che non hanno bisogno di nessuna spiegazione, accadono e basta. Posso stare qui seduto anni a chiedermi il perché, pensa Barberi, così come possono passare anni a chiedermelo delle altre persone, ma non potrei dare nessuna spiegazione convincente. A nessuno, tantomeno che a me stesso.
E quindi?
E quindi, si fuma una sigaretta che uno dei due signori seduto di fronte a lui gentilmente gli offre.
Da questo momento in poi può dire di essere stato un bravo cuoco.
Magari, lavorerà nella mensa della prigione.

Sicuramente, si sentirà molto più sereno…

“Che è la vita?
Un’illusione, solo un’ombra, una finzione.
La vita è un sogno,
e i sogni,
sogni sono”.

Calderòn de la Barca

Il succo del discorso

Questa è la storia più o meno veritiera di sei ragazzi che avevano un unico desiderio: far godere le persone attraverso il cibo e le sensazioni che si provano nella sua trasformazione da materia prima a prodotto finito. In mezzo c’è tanta passione, sudore, testardaggine, lavoro, lacrime, risate, parole dette a bassa voce, parole urlate, frigoriferi ammaccati da cazzotti sordi, notti passate in bianco per la rabbia, per un bicchiere di vino in più o per pensare all’elaborazione di una difficilissima ricetta.
Ci hanno creduto.
Ce l’hanno fatta.
Si sono persi per strada.
Ma i loro cuori non si sono mai separati.

Cotugno: quando mangiavano qualcosa preparata da lui, ai ragazzi venivano le lacrime. Era così basso che per schiumare il fondo bruno doveva salire su una cassa per le bottiglie. Ora fa il professore di cucina in una scuola alberghiera e medita di costruirsi un laboratorio personale sotto casa sua.

Il Miluzzi: lui e Barberi hanno continuato a lavorare insieme e qualche volta hanno continuato a mangiare le salsicce di fegato sott’olio. Doveva fare solo “n’anno d’Erasmus a Loeven, in Belgio. Così imparo le lingue!”
Invece ci è rimasto. In casa ha un materasso gonfiabile che di notte si sgonfia.

Saulle: è stato uno dei primi ad andare via. Si è trasferito a Londra dove vive insieme alla moglie, lavora nel ristorante di suo fratello e ha una pancia che fa spavento.

Il Punk: ritornato nel sud dell’Italia, recentemente si è fatto scattare una foto con una zampa di maiale delle Murge attaccata alla gamba, come Achab di Moby Dick (solo che la sua era di legno). Di sicuro non ha mai perso la mano nel confezionamento del carciofo.

Stefoni: presto diventerà un bravo chef, con le mani d’oro che si ritrova. E sicuramente un sacco di clienti gli faranno i complimenti. Ha imparato a fare il pane, nel frattempo.

Molinaro: probabilmente adesso è diventato fisioterapista o qualcosa del genere in onore del suo vero amore: la bicicletta. Le poche volte che lui e Barberi si sentono per telefono, è un fiume in piena di parole. E sempre pensano alle loro ore passate distesi su un tappeto, ad ascoltare musica elettronica e a parlare di “filosofia” spicciola.

Lo Russo: maitre bello oltre che bravo, imitava davvero il Benigni de La Vita è Bella quando passava dalla cucina per andare in sala. Di lui non si sa più nulla.

Fiorentino: una meteora all’interno della brigata, con la sua minestra di patate ha fatto sognare Barberi, anche se questa può sembrare una stupidaggine. Memorabili le sue finte chips di aglio. Anche di lui si sono perse le tracce.

Gazzola: l’uomo con il sorriso a settantadue denti, tutti bianchissimi. L’ultima volta che lui e Barberi sono stati insieme, rovesciava il contenuto di alcune padelle direttamente nei piatti di un ristorante di Parigi.

Sandro e Rhavi: gli dovrebbero fare una statua, per tutto quello che fanno. Mai assaggiato un couscous più piccante di quello che preparavano loro.

Pippo Todisco: il suo nome tra queste righe appare solo ora, ma la sua figura è imprescindibile, visto che è stato il maestro di tutti questi ragazzi. A lui Barberi deve un ringraziamento fuori del comune, visto che non è mai riuscito a farglielo di persona.

Il Nano e il Lungo: chitarrista e amico ritrovato l’uno e piccolo imprenditore l’altro, con loro Barberi ha passato davvero dei bei momenti, spastici, sereni, alcolici, silenziosi… fino a tarda notte, fino a che gli occhi glielo consentivano, fino a che non avevano più le energie se non quelle di ritornare a casa.

Gualtiero Marchesi: grande Maestro della cucina italiana, è stato il sogno di Barberi sin da quando aveva 14 anni. Dopo vent’anni ha avuto la fortuna di lavorare nel suo ristorante, anche se per un breve periodo.

Il tataki di tonno con la conditella è un omaggio a Moreno Cedroni.

Barberi e Renzo in realtà erano grandi amici. Avevano entrambi un forte orgoglio e un rispetto reciproco inusitato. Di Renzo si sono perse le tracce. Sperando che nessuno gli abbia lanciato sul serio qualche coltello dietro.

Di Barberi non si sa più nulla. Dicono che sia andato all’estero e che sia diventato famoso, alcuni dicono che sia diventato molto amico di Iggy Pop o addirittura abbia smesso di fare il cuoco aprendosi finalmente quel famoso spaccio di palloni Supersantos e bacinelle di plastica che meditava di fare da secoli. Non ha mai ammazzato nessuno e non è mai stato in prigione.

E infine tutti quelli che in queste pagine non sono menzionati, ma che hanno fatto parte della storia di questi ragazzi: il Fittipaldi, Andrea “skandalo”, il Sabatini e i suoi spaghetti psichedelici all’humus di astice, Matteo, Brattoli, e sicuramente tutti quelli dimenticati…ma non è stato fatto intenzionalmente, davvero!

È passato un po’ di tempo ragazzi, ma alla fine ecco la vostra storia.

“At the end of the day, it’s just food, isn’t it?
Just food.”

Marco Pierre White – White Heat

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SERIAL KITCHEN – 8 PUNTATA

15. UN SORRISO A COLAZIONE

– A Stefò, ma la mattina quando vieni a fare le colazioni, non potresti essere più gentile e salutare, che so, anche dire solo buongiorno e basta?
– E’ che non ce la faccio, davvero, gli occhi non mi si aprono, pure la bocca…sembra che me so magnato er mastice la sera prima! Ma perché, t’hanno detto quarcosa?
– Lo sai com’è, le cose che si dicono in giro, quando la gente non c’ha un cazzo da fare e pensa ai cazzi degli altri. A me non me ne frega niente, lo dico per te, fai un po’ come ti pare…almeno dì buongiorno alla Talpa…
– La Talpa? Mò ho capito, la Talpa…no, la Talpa no. Non ce la faccio.
– Ma perché? Che t’ha fatto?
– Ma non l’hai vista? È brutta…bruttaaaaaaaaaaaaaaaa!

“Una volta che una cena squisita è stata preparata e servita,
che il segreto tepore del vino e il solletico delle spezie percorrono i sentieri del sangue
e la sola imminenza delle carezze già arrossa la pelle,
è il momento di trattenersi qualche minuto o di procastrinare l’incontro
per potersi regalare una storia o una poesia,
come nelle più raffinate tradizioni orientali.”

Isabel Allende – Afrodita

16. L’IRREPARABILE

A ritmo frenetico le comande cominciano ad accumularsi sul pass. I ragazzi si muovono veloci, a vederli dal pass sembrano dei ballerini, degli anarchici, degli amanti che fanno l’amore con il cibo, creando qualcosa di concreto che nel giro di un attimo verrà fagocitato, assimilato, dando un senso di compiuto al loro lavoro.
Il ritmo è serrato, non c’è spazio per altro se non per il silenzio e la musica che riempie l’aria insieme al fumo, al vapore, al sudore.
I camerieri sgambettano tra la cucina e la sala, i piatti vengono portati fuori come fossero reliquie, bottiglie vengono aperte, tappi annusati. Gli occhi di tutti sono come delle schegge impazzite, Barberi controlla tutto, dà indicazioni e guarda l’orologio appeso al muro in attesa che Renzo entri per avvisarli dell’arrivo della signora Gassier.
Intanto sono tutti sudati, Sandro è dietro la macchina lavapiatti con il suo cappellino in testa e la magliettina bianca che fa risplendere la pelle nera come la sua barba. Barberi pensa a Shiva, Ganesh e tutti i santi che ci sono nel cielo. Anche Sandro sicuramente pensa alla stessa cosa.
Saulle sta soffrendo dietro la griglia insieme a Cotugno basso e tozzo e chiappe dure come il granito, la pelata sudata e luccicante sotto la luce del neon.
Miluzzi batte il forchettone a ritmo di musica, lo sguardo allucinato, il Punk spadella carbonare e salse e sistema nei piatti le millefoglie di pasta fresca.
Stefoni si vede poco, nascosto com’è dal forno che separa la sua postazione dal resto della cucina. Solo le mani e la testa, e questo basta.
Barberi riempie le comande con strisce azzurre, cancella quello che esce fuori, cambia la loro posizione, calibra il tempo di chiamata delle suites, guarda tutti, osserva, sta in silenzio come gli altri, suona il campanellino.
E alla fine entra Renzo.
– La signora è arrivata. Dieci minuti e cominciamo.
Ecco, ci siamo. Tutto può succedere adesso, mentre sistema nei piattini gli appetizer, i piccoli soufflè con le uova di spigola. Tutto può succedere, ora che le danze si aprono per davvero.

E quello che succede poi, è qualcosa che nessuno aveva assolutamente programmato. Intanto che gli appetizer vengono portati al tavolo della signora Gassier e del suo ospite, entra un gruppo di venti persone senza preavviso.
Renzo rientra in cucina completamente nel panico. Il maitre lo insegue farfugliando parole senza senso, dà disposizioni ai camerieri per arrangiare i tavoli, chiede a Barberi se hanno tutto o se c’è qualcosa di particolare da offrire. Renzo sparisce ancora una volta in sala e lo chef guarda i ragazzi, loro guardano lui restando in silenzio. Mentre tutti cercano di rimanere il più possibile calmi. Quell’alone di nervosismo che galleggiava nell’aria, adesso sta diventando una coltre fitta e pesante. La musica alla radio si fa più tachicardica, il Punk suda copiosamente mentre si avvicina al pass con le millefoglie in mano e dice a Barberi:
– Siamo nella merda, uagliò!
Siamo nella merda, e quella è l’ultima parola che Barberi avrebbe voluto sentire in quel momento.
Stefoni gli avvicina l’occorrente per il carpaccio di seppia che comincia ad assemblare nei piatti mentre Renzo rientra dando cinque minuti di tempo per uscire con i due antipasti. Barberi mette le uova nella bastardella e va a montare lo zabaione a bagnomaria nel bollitore, si avvicina a Miluzzi che batte il tempo sul bordo della cucina con il forchettone. Si guardano. La frusta si agita veloce nel composto, i camerieri sono spariti tutti, non c’è anima viva. Si riapre la porta, Renzo entra nervoso.
– Dai, dai…dammi questi due antipasti, veloce!
Barberi lo guarda e non dice nulla, assaggia lo zabaione, aggiunge l’aceto al dragoncello, continua a sbattere, si avvicina ai piatti. Renzo appoggiato al bancone.
– E’ assurdo, è assurdo…- farfuglia.
Versa lo zabaione sul carpaccio, una macinata di pepe e lo lascia andare via. Ma lui prende i piatti e mentre si gira, uno dei camerieri, entrando dalla sala di corsa gli va a sbattere contro facendogliene cadere per terra uno.
– PORCODDIOOO! – urla schiantando accanto al piatto rotto, quello che gli era rimasto in mano.
Non ci posso credere… non ci posso credere… devo mantenere la calma, pensa Barberi. Urla a Sandro di raccogliere immediatamente i cocci da terra, Renzo continua a bestemmiare dietro al cameriere.
– Sei un testa di cazzo! Dove cazzo credi di essere, merda… ma chi cazzo ti ha fatto venire a lavorare qui.
– Scusa… scusa… devo prendere il vino… scusa…
Renzo si gira a guardare Barberi.
– Non dire niente, stronzo! Stai zitto. Non guardarmi, vai a fare in culo in sala e ritorna fra cinque minuti – gli inveisce dietro mentre scende giù nella cucina centrale a prendere le altre seppie.
Risale rapido, taglia le seppie a lamelle sottili e le condisce con il succo d’arancia e un goccio di aceto; risistema i finocchi sui piatti dopo averli asciugati, li copre con i veli di seppia, monta ancora una volta lo zabaione a bagnomaria. Questa volta Miluzzi apre la bocca.
– Sta’ carmo, Barbè… nun ne vale la pena.
E rientra Renzo.
– Sono pronti gli antipasti? Dai, dammi gli antipasti, merda… c’è un bordello fuori!
E Barberi si riavvicina ancora una volta al bancone con lo zabaione, finisce i piatti e questa volta gliela apre lui la porta della sala. E contemporaneamente si affaccia per vedere.
La musica classica incornicia la sala in una specie di atmosfera bucolica. Il gruppetto di venti persone si sta accomodando ai posti che nel giro di un quarto d’ora gli altri camerieri hanno sistemato. Il maitre si sta preparando a portare loro i menù, la signora Gassier dall’altro lato, assapora serena insieme al suo ospite i due antipasti.
Renzo sgambetta, sembra non abbia niente da fare.
Rientra in cucina, è tempo di cominciare a preparare il secondo antipasto e aspettare che Lo Russo rientri con le ordinazioni della tavolata.
Intanto uno dei camerieri entra in cucina con un’ordinazione di due calzoni alla barese che il Punk chiede di poter fare, visto che per un attimo i primi sono in stand by. E poi c’è Miluzzi. Barberi dice a Cotugno di cominciare a cuocere i tataki di tonno, intanto che Renzo rientri. Anche perché hanno bisogno di riposare un attimo e di perdere le ultime gocce di sangue dal loro interno.
Così, rientra Renzo senza nessun piatto in mano, nervosissimo.
– Mi dici quando posso cominciare a marciare con gli altri antipasti?
– Cosa cazzo vuoi ancora…ma non hai visto che fuori c’è il bordello? E poi chi ti credi di essere… mi avete rotto il cazzo, tu con la tua brigata dei miei coglioni… andate affanculo!
È per questo che Barberi comincia a non capire più nulla, mentre prende il coltello da sashimi appoggiato sul banco, lo guarda, ne saggia il peso, lo stringe forte in mano fino a farsi male e prima che nessuno si renda conto di quello che sta succedendo, si avvicina a Renzo lentamente mentre comincia a indietreggiare contro il muro, lo blocca con la mano sinistra e glielo infila con rabbia e forza decisa nello stomaco.
E Renzo lo guarda con uno sguardo sorpreso, mentre spalanca la bocca e non dice nulla. Guarda Barberi che continua a spingere il coltello dentro, annaspa con la bocca spalancata e quegli occhi che sembrano chiedergli perché, guarda il buco al centro del suo corpo che sta irrorando di sangue la sua camicia. Di nuovo guarda Barberi con una strana smorfia negli occhi, accenna qualche parola che non esce. Poi si accascia per terra, appoggia la testa al muro e lì rimane, mentre lo chef ritorna ai fornelli.
– Allora? Che cosa avete? Non è successo niente, continuate il vostro lavoro. Cotù, il tuo tataki si sta cuocendo troppo. I clienti aspettano.
Ma da loro Barberi non aveva ottenuto risposta se non un mutismo e un immobilismo tale che lo lasciano un po’ perplesso. Era la prima volta che i suoi ragazzi gli disobbedivano. Era la prima volta che i suoi ragazzi disattendevano ad un comando del loro chef. Il tataki continuava a sfrigolare nelle padella e stava cominciando a perdere quella che lui chiamava “unghia”, vale a dire lo spessore di tre millimetri tra la parte esterna perfettamente cotta e di colore marrone, e la parte interna, quella centrale, completamente cruda e rosso sangue.
Guarda ancora Cotugno con aria di stizza. Uno sguardo che è un rimprovero mentre lui continuava a rimanere fermo, anche gli altri erano fermi. Miluzzi si avvicina, è stato il primo a muoversi. Prende la padella e la sposta dal fuoco.
– Tè stai de fori, a Barbè! – gli dice arrotolando il filetto di tonno nella carta assorbente. Poi lo passa nel pepe nero, lo taglia a fettine e lo mette nel piatto attorno al riso con la conditella. Erba cipollina e un goccio di olio extravergine.
– Cottura perfetta! – gli fa Barberi mentre appoggia il piatto sul pass e lo finisce con la gelatina allo sherry e la caramella alla menta.
Renzo è steso per terra. Il sangue comincia a formare un rigagnolo che si avvicina allo scarico della cucina, quello che serve per raccogliere i liquidi quando lavano per terra.
Barberi suona il campanellino per chiamare i camerieri.
– Che dici, dovemo chiamà qualcuno? – gli fa Cotugno.
– Per me può anche rimanere lì – gli risponde.
Intanto si apre la porta della sala. Stefoni e Saulle si avvicinano al pass, il Punk continua a fare i calzoni alla barese, versione riveduta e corretta dalle loro menti criminali.
– Aò, ma se pò sapè ‘ndò cazzo stà Renzo? – urla sbracciandosi Lo Russo il maitre – mò m’ha proprio rotto li…
La sua frase rimane spezzata a mezz’aria quando gira la testa e lo vede accasciato per terra, la testa chinata sul petto e piegata leggermente da un lato, la camicia sotto la giacca con una macchia rossa di sangue enorme e il liquido color ruggine sul pavimento.
Barberi si pulisce le mani nello strofinaccio mentre guarda Lo Russo. Lui guarda Barberi.
– Sono cose che succedono – gli dice.
Lo Russo non dice una parola. È diventato in un attimo bianco. Barberi ritorna dietro ai suoi fornelli, sul pass si sono accumulate le comande e bisogna far uscire gli altri piatti della signora Gassier. Anche gli altri ritornano dietro ai fornelli, un filino soddisfatti della cosa, li conosce bene. Lo Russo sparisce da dove era venuto probabilmente sparato a chiamare la polizia o qualcosa del genere.
Si gira a guardare il Punk che ricambia il suo sguardo, poi ritorna al suo lavoro scuotendo la testa con un sorriso sulle labbra.
Ormai quello che è fatto è fatto e non si può più tornare indietro. Tanto vale continuare a cucinare in attesa delle sirene.
Photek on the air.

Dissolvenza in nero.

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Antonio Bufi

Antonio Bufi nasce in quel di Molfetta, una ridente cittadina che si affaccia sull’Adriatico, una manciata di anni fa. Dopo aver provato a far volare dal balcone aeroplanini fatti con i fogli su cui scriveva i sui pensieri imberbi, rimane folgorato come Paolo sulla via di Damasco dalla buccia di limone che sua madre usa per la crema pasticcera...

Valentina Pelizzetti

Valentina Pelizzetti nasce in quel di Torino, una verde cittadina attraversata dal Po, pochi anni dopo Antonio. Dopo aver sognato invano di essere la Carla Fracci de' noiartri si scrive ad architettura...