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NEBBIA A COLAZIONE

Al bar della stazione ordino un caffè, e mi chiedono se ci devono aggiungere qualcosa di alcolico. Io rifiuto mentre alla mia destra e alla mia sinistra, ci sono rispettivamente un uomo con un bicchiere di vino bianco e un ragazzo con un bicchiere di amaro. Alle otto di mattina.
Mastico un krapfen unto alla marmellata pensando che in fondo sono contento di partire, di staccare per un attimo, di andare via da tutta questa nebbia, da questo freddo umido che mi fa tremare le gambe e annoiare la sera, tanto da avermi fatto ricominciare a destinare una parte del mio stipendio al mio pusher personale.
La gente che abita qui è tutta musona, entra a testa bassa e ti parla con questo suono gutturale che gli esce dalla bocca che sembra non si apra…si, secondo me è colpa della nebbia.
Sono ossessionato dalla nebbia.
Tempo fa mi è capitato di partecipare ad un concorso per conto di una persona che conoscevo. A Ferrara, si svolgeva questo concorso.
Anche a Ferrara c’era la nebbia. Però era profumata, sapeva di aghi di pino e foglie. E il proprietario dell’agriturismo in cui ero mi diceva che quando c’è la nebbia, lasciano aperte le finestre dove mettono a stagionare le salamele da sugo, gli insaccati, le coppate, i lardi. Che quest’uomo tutte queste cose se le faceva da solo mentre la moglie sfornava tortelli alla zucca tutti i giorni a pranzo. La sera, salamella col sugo e a pranzo, tortelli di zucca. Zucca profumata, bella carnosa e salamella che sapeva di bosco, di funghi, di muschio e umidità. Sapeva di nebbia!

Questo albergo è un vecchio albergo di lusso che hanno chiuso e adesso lo stanno riaprendo, allora per fare i fighi richiedono delle consulenze, come quella che sto andando a fare io adesso, e cioè come si fa a fare un tortello ripieno di baccalà mantecato alla vaniglia, peperone al forno e schiuma al macis. Così arrivo lì e mi infilo la mia giacca con lo stomaco in subbuglio per la sera prima e perché ha fame, entro in cucina e saluto tutti stringendo la mano allo chef. Incomincio a preparare gli ingredienti, la pasta fresca, l’olio aromatizzato alla vaniglia e via dicendo. Parlo, parlo e parlo e muovo le mani e loro mi guardano, e poi assaggiamo questo tortello che a giudicare dalle facce, loro non ci credevano che potesse uscire così e io sono contento, pivelli. Mica mi sono fatto cinquecento chilometri per niente!
Faccio un giro per Pisa scendendo il corso principale che porta al Duomo e mi guardo in giro, fermandomi al bar degli albanesi a bere un Americano con patatine e arachidi. Mi piacerebbe mangiare qualcosa di tipico ma non troppo impegnativo.
Gironzolando per i vialetti, mi imbatto in una serie di semibar focaccerie vinerie rancide che a vederle da fuori, fanno venire qualche pensiero. Ma non ho voglia di mangiare cose troppo complicate, né di seguire particolari etichette. Così entro nella prima in cui una signora dietro al bancone, con mosse sicure e un’esperienza sicuramente cinquantennale, confeziona con le sue dita tozze e lo sguardo fisso a chi gli sta di fronte, focaccine con la cecìna, una sorta di frittatina sottilissima di farina di ceci. Una per me insieme ad una Menabrea. E finalmente, dopo i primi morsi, trovo una pace che non so dire: morso dopo morso, come se una qualche tranquillità zen mi avesse pervaso e tutti i chakra si fossero aperti. Non me ne fotteva più niente di nessuno. E tutto grazie ad una birra e ad una focaccina con la cecìna e questa signora che sembra ormai un pezzo d’epoca, con quei movimenti così veloci e sicuri dietro ad un bancone lercio e davanti ad un forno a legna.
Seconda cecìna, terza, un’altra birra. Pago soddisfatto ed esco fuori, l’aria fresca e umida che respiro mi entra quasi come una liberazione. Faccio un rutto sommesso e mi fanno male le gambe.
Ritorno verso l’affittacamere con lo sguardo un po’ spento. Al punto Snai dei barboni litigano, il bar degli albanesi è ancora aperto, l’orologio della stazione segna l’una meno un quarto.
La cecìna…
Basta poco, per essere felici.

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Antonio Bufi

Antonio Bufi nasce in quel di Molfetta, una ridente cittadina che si affaccia sull’Adriatico, una manciata di anni fa. Dopo aver provato a far volare dal balcone aeroplanini fatti con i fogli su cui scriveva i sui pensieri imberbi, rimane folgorato come Paolo sulla via di Damasco dalla buccia di limone che sua madre usa per la crema pasticcera...

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Valentina Pelizzetti nasce in quel di Torino, una verde cittadina attraversata dal Po, pochi anni dopo Antonio. Dopo aver sognato invano di essere la Carla Fracci de' noiartri si scrive ad architettura...