serial kitchen

DELIKATESSEN (24ore Clandestino) – 3 parte

Sul pianerottolo è venuta ad abitare un’allegra famigliola che non ti dico, di un’educazione e un bon ton che sfiorano il limite della ragionevolezza.

La mattina fanno la sveglia con caffè e dosi abbondanti di Gigi d’Alessio a volume sparatissimo, all’ora di pranzo evito di guardare il telegiornale, che tanto ascolto il loro, evidentemente saranno audiolesi, il pomeriggio fanno merenda con le canzoni napoletane sempre sparate a massimo volume e la sera, qualsiasi cosa io guardi in televisione, tengo il volume basso che tanto è inutile, il loro è più alto del mio. Dulcis in fundo: hanno un cucciolo di cane che ha tanta voglia di crescere e abbaia in continuazione, ma caro il mio cucciolo, mi sa che un bel giorno tu non ritornerai mai più a casa, schiacciato sotto le scarpe ignare dalla punta di ferro del tuo vicino di casa o dai pneumatici della mini automobile, sempre del tuo vicino di casa di cui sopra. Che io gliel’avevo detto alla mia amica, guarda che stanno affittando l’appartamento accanto al mio, a te che t’interessa, ti do il numero di telefono, chiama e muoviti che l’affitto è bassissimo e andrà a ruba.

Infatti così è stato.

Lei ha telefonato in continuazione per una settimana senza che nessuno rispondesse, poi, il giorno in cui non ha chiamato perché doveva andare a fare la ceretta, un altro cristiano, l’attuale inquilino, ha telefonato accaparrandosi l’appartamento alla comoda somma di 150 euri mensili, aggiudicato! Ma io ti voglio dire questo, amica mia, ma perché sei andata a farti la ceretta che sei bellissima così? Se proprio ci tenevi alla ceretta, te la facevo io la ceretta, gratis. Che tanto il dolore che potevo infliggerti non era niente in confronto alla comodità di cui entrambi avremmo potuto godere nell’abitare vicini. Che ne so, avremmo pranzato e cenato insieme, avremmo bevuto vino e thè indiano insieme, avremmo ascoltato la musica insieme, e magari ti avrei anche pitturato la casa, insieme. Invece no, mi tocca sorbirmi questi vicini che forse è una punizione divina che qualche Gesù Cristo vuole infliggerci, a me e agli altri del pianerottolo. E che diamine, io quaranta giorni nel deserto a fare la fame e a subire le tentazioni del Diavolo, e voi nemmeno Gigi d’Alessio? E vabbè, che ti devo dire…

La figlia dei vicini è un tipetto che assomiglia a Pippicalzelunghe versione magra, quindi immaginatevi un po’, sui 15 o 16 anni, non saprei dire, che di solito la sera si stravacca sul pavimento del portone per farsi una ricca pomiciata con il ragazzo, simile a lei, con la mascella da mastino e le pose plastiche da culturista mancato che lui crede di fare paura, invece fa solamente ridere. Io li beccavo abbastanza spesso prima, adesso evidentemente gli altri inquilini devono aver detto qualcosa perché io non li trovo più, o forse hanno cambiato ora. Insomma, una volta litigavano dietro la mia porta e sentivo che lui sbatteva lei urlando in dialetto sullo stendi biancheria che avevo messo fuori la mattina con il bucato profumoso steso, che era un piacere per il naso arrivare al pianerottolo, allora l’ho aperta la porta e gli ho detto che ero stanco, per favore, potete andare a farvi i cazzi vostri da un’altra parte oppure ad un’altra ora che adesso non mi sembra il caso, e scusate tanto… Al che lui mi ha guardato dicendomi con gli occhi pieni di rabbia, povero ventenne imberbe, tu non sai chi sono io, io ti ammazzo, e intanto non si avvicinava, io lo sguardo appannato dal sonno della controra pomeridiana, hai capito, tu non sai chi sono io, io ti ammazzo. Ma sti cazzi, e gli ho chiuso la porta in faccia mentre la piccola Pippicalzelunghe mi guardava come volesse dirmi: hai visto quanto è forte e quanto mi ama il mio boy friend? Ma andate a cagare tutti e due…

Allora sono andato in cucina e ho scelto con cura il coltello che poteva andare bene per l’occasione. Sapete, ogni coltello ha il suo utilizzo, voglio dire, non è che con quello che si usa per tritare il prezzemolo si può trinciare di netto la giugulare di una persona, non sarebbe il caso. Così, ho preso quello giapponese da sashimi, bellissimo e taglientissimo, talmente affilato da fare paura anche a me. Mi sono avvicinato alla porta e mi sono messo a origliare ma non sentivo più nulla. Ho aperto la porta e…niente, non c’era più nessuno. Peccato, mi sono detto guardando il coltello, sarà per la prossima volta.

Ora, dopo aver simpaticamente disquisito con i carabbinieri, chi mi trovo davanti che scende le scale mentre io le salgo? Indovinato, il bulletto con un ghigno trucido sulla faccia e la sua girl al seguito. Mastico un Cristo tra i denti e ci aggiungo pure ci mancava quest’altro oggi. Lui è al centro delle scale e, secondo le regole del galateo e della buona educazione, bisognerebbe spostarsi per lasciare libero il passaggio, specialmente tu che scendi dovresti avvantaggiare me che salgo cedendomi un po’ di spazio. Invece niente, io mi sposto e lui rimane lì dov’è urtandomi con forza con la spalla come a dire “questa scala è troppo piccola per tutti e due, gringo”, e scende con le gambe molli alla pistolero del far west. Mi urta, e so che ha provato una soddisfazione immensa nel farlo, e la rabbia che non ho ancora sfumato mi ribolle nel cervello, la sento che sale in maniera così prepotente da farmi fermare un attimo a testa in giù, sto per girarmi e dargli un calcio in faccia ma non lo faccio. Allora guardo la fidanzatina Pippicalzelunghe che mi sorride e quanto sei brutta, poi mi giro a guardare lui che continua a scendere e lo sento che sghignazza.

Respiro profondamente. Ho il portatile e potrebbe rovinarsi, così lascio stare e riprendo a salire e finalmente apro la porta, appena in tempo per vedere la Clerici riccioli d’oro che pesa la farina mentre canta Le Tagliatelle di Nonna Pina. E meno male che ci sei tu, cara la mia Clerici.

 

 

Di professione faccio il maestro di scuola elementare, in un quartiere molto ma molto malfamato del capoluogo di provincia di appartenenza della città in cui vivo. Ogni mattina mi faccio ventisette chilometri in macchina impiegandoci  più o meno dodici minuti. Della serie, non faccio in tempo a partire che già sono arrivato. La sera vado a dormire tardi e sinceramente la mattina, non ho proprio molta voglia di staccarmi dal letto. Non è che io abbia il sonno pesante, anzi, alle 6 di solito sono già sveglio, certe volte anche prima perché la strada è infestata da trattrici agricole e saracinesche che si aprono e vociare di contadini che si recano al lavoro e cani al seguito che abbaiano. In più, proprio sotto la mia abitazione, abita un signore anziano che la mattina anche lui va “alla cambagna”, come ebbe modo di farmi notare una sera che lasciai un attimo la macchina davanti alla sua porta per salire di sopra, a prendere una cosa che avevo dimenticato. Sovrappensiero, mi sentii spaventato da un rauco e incazzoso “giovanò, vedi che togli la macchina di qqua che addomani devo che andare a raccogliere le oliveeeee…”. Ma veramente salgo e scendo, non si preoccupi “allora non ci hai capito che la devi togliere che addomani qqui ci devo tirare fuori la lambretta che ci devo andare a raccogliere le olive in cambagna” e come te lo devo dire che salgo e scendo in un attimo mentre il tuo volpino mi abbaia da dentro la porta e poi perché cazzo non te ne vai a dormire che addomani ti devi svegliare presto eccheccazzo, ti dico che salgo e scendo, e poi mettici un passo carrabile davanti alla tua porta “uèèèèèèèèèè, ma che ssi scemmm ssi…che a mme già non mi ci basta la penzione mò pure il passo carraio ci devo stare a mettere, ‘uagliò…mè, vedi che togli la macchina di qqua prima che te la faccio sparire…”.

E porca di quella puttana…! Ma perché sono venuto ad abitare qui? Pure le minacce adesso, che a quest’ora ero già salito e sceso e la macchina l’avevo tolta e l’uomo se n’era ritornato a dormire.

– Allora senti, senza che ti incazzi ulteriormente, io ora lascio la macchina qui per nemmeno cinque minuti, salgo un attimo, prendo quello che devo prendere che a te non interessa e ridiscendo subito. E se trovo un minimo graffio sulla macchina o uno sputo o una semplice cacata di uccello, io prendo chiodi e martello, ti muro qua, dentro casa tua, e mi vado a fregare le olive che devi andare a raccogliere tu domani mattina lambrettato alla cambagna,  come dici tu, e mi ci faccio l’olio per condire l’insalata, che dici? – glielo dico calmo e sereno che io comunque, provo un grandissimo rispetto per quest’uomo che a malapena arriva a fine mese con la pensione che il “faccione” gli propina ogni due mesi, e ogni mattina si sveglia presto per andare a raccogliere un po’ di frutta e verdura da vendere al mercato.

Mi guarda in silenzio.

Io da mò che ero già salito e sceso.

– Evabbè, stavo a giocare…vabbè, vabbè, basta che mi fai uscire addomani…

– Non ti preoccupare, un attimo e vado via…- un soffio di sollievo. Con la dolcezza si ottiene tutto.

Così, non proprio tutte le mattine ma quasi, il lambrettato mi sveglia con una bella slambrettata che la mattina non si mette bene in moto la lambretta, forse per l’umidità notturna, forse perché è un po’ vecchiotta, e spernacchia all’inverosimile fino a quando il motore non carbura e lui se ne va. Ma io, nonostante tutto sono contento che mi svegli perché vedo l’alba, che a me l’alba piace. Se non ci fosse il palazzo davanti…

 

 

Annunci

Filed under: Senza categoria, , , , , , , , , , , , , , , ,

SERIAL KITCHEN – 8 PUNTATA

15. UN SORRISO A COLAZIONE

– A Stefò, ma la mattina quando vieni a fare le colazioni, non potresti essere più gentile e salutare, che so, anche dire solo buongiorno e basta?
– E’ che non ce la faccio, davvero, gli occhi non mi si aprono, pure la bocca…sembra che me so magnato er mastice la sera prima! Ma perché, t’hanno detto quarcosa?
– Lo sai com’è, le cose che si dicono in giro, quando la gente non c’ha un cazzo da fare e pensa ai cazzi degli altri. A me non me ne frega niente, lo dico per te, fai un po’ come ti pare…almeno dì buongiorno alla Talpa…
– La Talpa? Mò ho capito, la Talpa…no, la Talpa no. Non ce la faccio.
– Ma perché? Che t’ha fatto?
– Ma non l’hai vista? È brutta…bruttaaaaaaaaaaaaaaaa!

“Una volta che una cena squisita è stata preparata e servita,
che il segreto tepore del vino e il solletico delle spezie percorrono i sentieri del sangue
e la sola imminenza delle carezze già arrossa la pelle,
è il momento di trattenersi qualche minuto o di procastrinare l’incontro
per potersi regalare una storia o una poesia,
come nelle più raffinate tradizioni orientali.”

Isabel Allende – Afrodita

16. L’IRREPARABILE

A ritmo frenetico le comande cominciano ad accumularsi sul pass. I ragazzi si muovono veloci, a vederli dal pass sembrano dei ballerini, degli anarchici, degli amanti che fanno l’amore con il cibo, creando qualcosa di concreto che nel giro di un attimo verrà fagocitato, assimilato, dando un senso di compiuto al loro lavoro.
Il ritmo è serrato, non c’è spazio per altro se non per il silenzio e la musica che riempie l’aria insieme al fumo, al vapore, al sudore.
I camerieri sgambettano tra la cucina e la sala, i piatti vengono portati fuori come fossero reliquie, bottiglie vengono aperte, tappi annusati. Gli occhi di tutti sono come delle schegge impazzite, Barberi controlla tutto, dà indicazioni e guarda l’orologio appeso al muro in attesa che Renzo entri per avvisarli dell’arrivo della signora Gassier.
Intanto sono tutti sudati, Sandro è dietro la macchina lavapiatti con il suo cappellino in testa e la magliettina bianca che fa risplendere la pelle nera come la sua barba. Barberi pensa a Shiva, Ganesh e tutti i santi che ci sono nel cielo. Anche Sandro sicuramente pensa alla stessa cosa.
Saulle sta soffrendo dietro la griglia insieme a Cotugno basso e tozzo e chiappe dure come il granito, la pelata sudata e luccicante sotto la luce del neon.
Miluzzi batte il forchettone a ritmo di musica, lo sguardo allucinato, il Punk spadella carbonare e salse e sistema nei piatti le millefoglie di pasta fresca.
Stefoni si vede poco, nascosto com’è dal forno che separa la sua postazione dal resto della cucina. Solo le mani e la testa, e questo basta.
Barberi riempie le comande con strisce azzurre, cancella quello che esce fuori, cambia la loro posizione, calibra il tempo di chiamata delle suites, guarda tutti, osserva, sta in silenzio come gli altri, suona il campanellino.
E alla fine entra Renzo.
– La signora è arrivata. Dieci minuti e cominciamo.
Ecco, ci siamo. Tutto può succedere adesso, mentre sistema nei piattini gli appetizer, i piccoli soufflè con le uova di spigola. Tutto può succedere, ora che le danze si aprono per davvero.

E quello che succede poi, è qualcosa che nessuno aveva assolutamente programmato. Intanto che gli appetizer vengono portati al tavolo della signora Gassier e del suo ospite, entra un gruppo di venti persone senza preavviso.
Renzo rientra in cucina completamente nel panico. Il maitre lo insegue farfugliando parole senza senso, dà disposizioni ai camerieri per arrangiare i tavoli, chiede a Barberi se hanno tutto o se c’è qualcosa di particolare da offrire. Renzo sparisce ancora una volta in sala e lo chef guarda i ragazzi, loro guardano lui restando in silenzio. Mentre tutti cercano di rimanere il più possibile calmi. Quell’alone di nervosismo che galleggiava nell’aria, adesso sta diventando una coltre fitta e pesante. La musica alla radio si fa più tachicardica, il Punk suda copiosamente mentre si avvicina al pass con le millefoglie in mano e dice a Barberi:
– Siamo nella merda, uagliò!
Siamo nella merda, e quella è l’ultima parola che Barberi avrebbe voluto sentire in quel momento.
Stefoni gli avvicina l’occorrente per il carpaccio di seppia che comincia ad assemblare nei piatti mentre Renzo rientra dando cinque minuti di tempo per uscire con i due antipasti. Barberi mette le uova nella bastardella e va a montare lo zabaione a bagnomaria nel bollitore, si avvicina a Miluzzi che batte il tempo sul bordo della cucina con il forchettone. Si guardano. La frusta si agita veloce nel composto, i camerieri sono spariti tutti, non c’è anima viva. Si riapre la porta, Renzo entra nervoso.
– Dai, dai…dammi questi due antipasti, veloce!
Barberi lo guarda e non dice nulla, assaggia lo zabaione, aggiunge l’aceto al dragoncello, continua a sbattere, si avvicina ai piatti. Renzo appoggiato al bancone.
– E’ assurdo, è assurdo…- farfuglia.
Versa lo zabaione sul carpaccio, una macinata di pepe e lo lascia andare via. Ma lui prende i piatti e mentre si gira, uno dei camerieri, entrando dalla sala di corsa gli va a sbattere contro facendogliene cadere per terra uno.
– PORCODDIOOO! – urla schiantando accanto al piatto rotto, quello che gli era rimasto in mano.
Non ci posso credere… non ci posso credere… devo mantenere la calma, pensa Barberi. Urla a Sandro di raccogliere immediatamente i cocci da terra, Renzo continua a bestemmiare dietro al cameriere.
– Sei un testa di cazzo! Dove cazzo credi di essere, merda… ma chi cazzo ti ha fatto venire a lavorare qui.
– Scusa… scusa… devo prendere il vino… scusa…
Renzo si gira a guardare Barberi.
– Non dire niente, stronzo! Stai zitto. Non guardarmi, vai a fare in culo in sala e ritorna fra cinque minuti – gli inveisce dietro mentre scende giù nella cucina centrale a prendere le altre seppie.
Risale rapido, taglia le seppie a lamelle sottili e le condisce con il succo d’arancia e un goccio di aceto; risistema i finocchi sui piatti dopo averli asciugati, li copre con i veli di seppia, monta ancora una volta lo zabaione a bagnomaria. Questa volta Miluzzi apre la bocca.
– Sta’ carmo, Barbè… nun ne vale la pena.
E rientra Renzo.
– Sono pronti gli antipasti? Dai, dammi gli antipasti, merda… c’è un bordello fuori!
E Barberi si riavvicina ancora una volta al bancone con lo zabaione, finisce i piatti e questa volta gliela apre lui la porta della sala. E contemporaneamente si affaccia per vedere.
La musica classica incornicia la sala in una specie di atmosfera bucolica. Il gruppetto di venti persone si sta accomodando ai posti che nel giro di un quarto d’ora gli altri camerieri hanno sistemato. Il maitre si sta preparando a portare loro i menù, la signora Gassier dall’altro lato, assapora serena insieme al suo ospite i due antipasti.
Renzo sgambetta, sembra non abbia niente da fare.
Rientra in cucina, è tempo di cominciare a preparare il secondo antipasto e aspettare che Lo Russo rientri con le ordinazioni della tavolata.
Intanto uno dei camerieri entra in cucina con un’ordinazione di due calzoni alla barese che il Punk chiede di poter fare, visto che per un attimo i primi sono in stand by. E poi c’è Miluzzi. Barberi dice a Cotugno di cominciare a cuocere i tataki di tonno, intanto che Renzo rientri. Anche perché hanno bisogno di riposare un attimo e di perdere le ultime gocce di sangue dal loro interno.
Così, rientra Renzo senza nessun piatto in mano, nervosissimo.
– Mi dici quando posso cominciare a marciare con gli altri antipasti?
– Cosa cazzo vuoi ancora…ma non hai visto che fuori c’è il bordello? E poi chi ti credi di essere… mi avete rotto il cazzo, tu con la tua brigata dei miei coglioni… andate affanculo!
È per questo che Barberi comincia a non capire più nulla, mentre prende il coltello da sashimi appoggiato sul banco, lo guarda, ne saggia il peso, lo stringe forte in mano fino a farsi male e prima che nessuno si renda conto di quello che sta succedendo, si avvicina a Renzo lentamente mentre comincia a indietreggiare contro il muro, lo blocca con la mano sinistra e glielo infila con rabbia e forza decisa nello stomaco.
E Renzo lo guarda con uno sguardo sorpreso, mentre spalanca la bocca e non dice nulla. Guarda Barberi che continua a spingere il coltello dentro, annaspa con la bocca spalancata e quegli occhi che sembrano chiedergli perché, guarda il buco al centro del suo corpo che sta irrorando di sangue la sua camicia. Di nuovo guarda Barberi con una strana smorfia negli occhi, accenna qualche parola che non esce. Poi si accascia per terra, appoggia la testa al muro e lì rimane, mentre lo chef ritorna ai fornelli.
– Allora? Che cosa avete? Non è successo niente, continuate il vostro lavoro. Cotù, il tuo tataki si sta cuocendo troppo. I clienti aspettano.
Ma da loro Barberi non aveva ottenuto risposta se non un mutismo e un immobilismo tale che lo lasciano un po’ perplesso. Era la prima volta che i suoi ragazzi gli disobbedivano. Era la prima volta che i suoi ragazzi disattendevano ad un comando del loro chef. Il tataki continuava a sfrigolare nelle padella e stava cominciando a perdere quella che lui chiamava “unghia”, vale a dire lo spessore di tre millimetri tra la parte esterna perfettamente cotta e di colore marrone, e la parte interna, quella centrale, completamente cruda e rosso sangue.
Guarda ancora Cotugno con aria di stizza. Uno sguardo che è un rimprovero mentre lui continuava a rimanere fermo, anche gli altri erano fermi. Miluzzi si avvicina, è stato il primo a muoversi. Prende la padella e la sposta dal fuoco.
– Tè stai de fori, a Barbè! – gli dice arrotolando il filetto di tonno nella carta assorbente. Poi lo passa nel pepe nero, lo taglia a fettine e lo mette nel piatto attorno al riso con la conditella. Erba cipollina e un goccio di olio extravergine.
– Cottura perfetta! – gli fa Barberi mentre appoggia il piatto sul pass e lo finisce con la gelatina allo sherry e la caramella alla menta.
Renzo è steso per terra. Il sangue comincia a formare un rigagnolo che si avvicina allo scarico della cucina, quello che serve per raccogliere i liquidi quando lavano per terra.
Barberi suona il campanellino per chiamare i camerieri.
– Che dici, dovemo chiamà qualcuno? – gli fa Cotugno.
– Per me può anche rimanere lì – gli risponde.
Intanto si apre la porta della sala. Stefoni e Saulle si avvicinano al pass, il Punk continua a fare i calzoni alla barese, versione riveduta e corretta dalle loro menti criminali.
– Aò, ma se pò sapè ‘ndò cazzo stà Renzo? – urla sbracciandosi Lo Russo il maitre – mò m’ha proprio rotto li…
La sua frase rimane spezzata a mezz’aria quando gira la testa e lo vede accasciato per terra, la testa chinata sul petto e piegata leggermente da un lato, la camicia sotto la giacca con una macchia rossa di sangue enorme e il liquido color ruggine sul pavimento.
Barberi si pulisce le mani nello strofinaccio mentre guarda Lo Russo. Lui guarda Barberi.
– Sono cose che succedono – gli dice.
Lo Russo non dice una parola. È diventato in un attimo bianco. Barberi ritorna dietro ai suoi fornelli, sul pass si sono accumulate le comande e bisogna far uscire gli altri piatti della signora Gassier. Anche gli altri ritornano dietro ai fornelli, un filino soddisfatti della cosa, li conosce bene. Lo Russo sparisce da dove era venuto probabilmente sparato a chiamare la polizia o qualcosa del genere.
Si gira a guardare il Punk che ricambia il suo sguardo, poi ritorna al suo lavoro scuotendo la testa con un sorriso sulle labbra.
Ormai quello che è fatto è fatto e non si può più tornare indietro. Tanto vale continuare a cucinare in attesa delle sirene.
Photek on the air.

Dissolvenza in nero.

Filed under: serialkitchen, , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

SERIAL KITCHEN – 5 PUNTATA

9. UN GOCCIO DI SALSA

A Cotù, ma che stà a fà?
– E sto a schiumà er fondo bruno!
– Sulla cassa delle bottiglie…
– E nun c’arrivo…so basso, so…
– E potevi salì su sto cazzo! Te posso toccà er culo? Me sembrano du pagnotte!
– Sta bbono su, che me devo concentrà… bbono, sta bbonoooooo…cazzo, m’è caduto er mestolo dentro!”

…e se mio padre m’avesse
m’avesse insegnato
a fare il fotografo
di matrimoni…”

Ivan Graziani

10. FORSE FA CALDO

Tonio o’ pesciarolo non è ancora arrivato, il che rende Barberi piuttosto nervoso.
Se non arriva il pesce nel giro di una mezz’ora, sarà nella merda. Perché non riuscirà mai a pulirlo e a sporzionarlo prima di mezzogiorno. Va avanti e indietro quasi sclerando, continua il più possibile a preparare la linea mentre in giro regna l’anarchia assoluta e lo scazzo generale lo si sente addosso come una coltre pesante e sudata. Comincia a preparare il tortino di ricotta e scommette con se stesso che nel bel mezzo della preparazione arriverà Tonio, con il suo andare claudicante settantenne e il suo accento mezzo meridionale mezzo romanesco, che cercherà in tutti i modi di dimostrargli che il suo pesce è freschissimo, quasi vivo, guarda l’occhio uè!
E infatti è quello che accade. Tonio arriva proprio quando Barberi sta mettendo tutti gli ingredienti nel cutter e deve interrompere per andare a controllare, pesare, guardare l’occhio del pesce per farlo contento, a Tonio. Che poi gli chiede se c’è qualcosa da mangiare e gli da pure una birra, a Tonio. E naturalmente c’erano anche cinque spigole in più e un merluzzo da cinque chili come al solito. Però è tardi. Nel pomeriggio dovrebbe arrivare anche Cotugno.
Finisce il tortino. Intanto il pesce è sul lavandino e la ricotta nel forno. Miluzzi continua a preparare la linea. Barberi affila il sottile coltello per il pesce. Saluta il tonno, come sempre toccandogli la testa e guardandolo negli occhi. È un onore che si concede per primo. Infila la punta della lama nell’attaccatura della testa, e comincia a tagliare.

Intanto si fa mezzogiorno.
Lui e Miluzzi come al solito hanno saltato il pranzo. A parte che la mensa è il solito trionfo di pasta con il pomodoro e spinacine della Amadori che non ne possono più, che si ripresenteranno la sera insieme all’acidità di stomaco.
Il tonno è tutto tagliato, attacca con la ricciola e comincia a pensare che è tardi. Bisogna salire su ad aprire il ristorante e almeno lui, pensa di essere nella merda. Va a controllare il tortino. Non è ancora pronto, deve cuocere lentamente altrimenti rimane troppo bagnato. Miluzzi gira in cucina con il carrello come se fosse il vespino. Ha lo sguardo spiritato, la testa pelata che fuoriesce dalla bandana azzurra legata sulla fronte. Suda. E guarda Barberi facendogli cenno che comincia a salire. Poi una testa piccola e ugualmente pelata si affaccia sulla porta e dice:
– Buongiorno!
E sorride e fa ciao con la mano e si avvicina a Barberi e mentre se la stringono, quella testa fa con la voce un po’ bassa, tipo complice:
– Buongiorno maestro, come va?
– Com’a stu cazz! – gli risponde Barberi abbracciandolo e dandogli una pacca sulla schiena, più bassa di parecchio, ma forte come quella di un bulldog. Cotugno, il cane da combattimento privato di Barberi.
La prima volta che si sono incontrati, Cotugno aveva le mani infilate in una vasca enorme con una trentina di chili di macedonia, era lì che affondava, quasi spariva. Ma stava lì, con quella faccia da mastino sorridente a rimestare, e si accorge che Barberi è fermo con lo sguardo su di lui e gli fa:
– Qualcuno deve pur fare il lavoro sporco. E io ho una missione da compiere!
– Infatti, e vedo che tu ci metti parecchia buona volontà.
Ma Cotugno fece finta di niente e continuò a mescolare la macedonia.
Sicuramente se Cotugno fosse nato vent’anni prima, sarebbe stato un “sorcino”, appassionato com’era della musica di Renato Zero. Che poi la definizione gli sarebbe pure calzata a pennello, vista la sua statura. E lui altra musica non ne ascoltava. Spesso in giro in macchina a bere vino e mangiare formaggi marci, tutti e due si portavano dietro un sacchetto di sale grosso e rosmarino fresco perché quando in qualche locale chiedevano il “ciccio”, mancavano sempre di questi due ingredienti fondamentali. E poi masticavano liquirizia ascoltandosi le cassettine di Renato, che a Cotugno ogni tanto gli usciva fuori una lacrimuccia per l’emozione, che due cose lo facevano incazzare: i camerieri durante il servizio e se qualcuno gli toccava il suo cantante preferito (addirittura era in possesso di album come Artide e Antartide , introvabile!). Non era comunque vero che Cotugno ascoltava solo Lui: infatti era il primo che quando iniziava il servizio al ristorante, infilava nello stereo i cd di drum’n’bass sfregandosi le mani dicendo “daje che stasera ce divertimo!” .
Cane da combattimento, Cotugno. Spesso Barberi lo sguinzagliava alla ricerca di qualcosa in giro per Roma, o andavano insieme a comprare piatti e coltelli. Oppure lo faceva stare al pass durante il servizio, in questo modo nessun cameriere si permetteva di fiatare altrimenti lui abbaiava e mordeva…

– Oh! Ma che te sei tajato i capelli?
– Noooooo… li ho legati.
Un attimo di pausa.
– Allora mi vado a cambiare. È arrivato il pesce?
– E che, non si vede? – gli fa Barberi mostrandogli il grembiule di plastica sporco di sangue di tonno e squame in genere.
– Lo sto finendo di pulire, come al solito c’era qualcosina in più, diciamo un merluzzo e delle spigole.
– Allora siamo nella norma.
– Miluzzi è già su. Io rimango a finire il pesce e controllo il tortino di ricotta.
Poi lo vede che sparisce e ritorna alla ricciola.
Il merluzzo, oltre ad avere un bel fegato, ha anche le uova. Le separa delicatamente per non romperle e le mette in una ciotolina pensando che se le mangera scottate in padella. Invece no, non andrà a finire così perché intanto…
– Barberi! Dove sta il vostro “maestro”?
– Cosa cazzo vuoi!
– Oh! Dove cazzo stai!
– Sto facendo il pesce.
– Posso venire?
E intanto Renzo va lo stesso, con le sue scarpe slabbrate e la sua faccia di cazzo da cameriere che però si vogliono bene, anche se qualche volta si tirano le cose dietro.
– Cazzo, ti sei tagliato i capelli…
Barberi lo ignora.
– Senti, stasera c’è a cena la signora Gassier con un ospite. Mi ha detto di avvisarti e se potevi preparare un menù come al solito, quel cazzo che ti pare.
La signora Gassier, una cliente francese che una volta è andata a cenare al ristorante e Renzo le disse che se voleva la sera successiva, visto che alloggiava in albergo, potevano farle un menù personale. Lei accettò. Loro pure.
Questo significava rimanere in cucina, inventare un menù, e fare i conti con il servizio serale che aveva molte possibilità di diventare un inferno.
Mentre Renzo gli parla, Barberi continua a far scorrere la lama contro la spina centrale del merluzzo e separa le due parti lasciandole attaccate alla pancia. Poi dà l’ultimo taglio sotto la gola e stacca completamente le spine tirando su la testa e dando un taglio alla spina centrale. La lisca rimane intera. Separa la testa dal resto della lisca e la spacca a metà. Gli servirà per fare una zuppa. La lisca insieme alle altre spine la userà per fare il brodo di pesce. Si gira verso Renzo che intanto era rimasto a guardare.
– A che ora arrivano?
– Verso le nove, come al solito.
– Va bene.
Lo guarda contento e se ne va.
Barberi ritorna sul pesce.
Le spigole.

– Cotugno! – urla Miluzzi quando scende giù e incontra Cotugno che sale dallo spogliatoio. Arrivano insieme mentre Barberi finisce le ultime spigole. Cotugno tira fuori il tortino dal forno e lo fa vedere. Poi lo tocca e lo stacca dalle pareti. Il suo viso si allarga in un sorriso enorme e li guarda.
– Perfetto! – fa.
Barberi non lo tocca perché è lurido. Miluzzi guarda il merluzzo e dice:
– Sopra sta tutto acceso. Mò so venuto a prenne l’insalata che sopra è finita. Che ce sta qualche altra roba da preparà?
– Stasera c’è la Gassier con un ospite.
Cotugno si gira di scatto. Scuote la mano come a dire “me cojoni!”.
– E che je famo!
– E che je famo, a’ Cotù, mò vediamo, tanto abbiamo un casino di roba. Basta che mi tolga davanti il pesce e dopo ci penso io.
– Vabbè, sei tu lo chef! Allora io vedo se c’è qualcosa da fà e poi me sto su. È arrivato il tonno?
Barberi gli risponde di si.
– C’è da mettere su un po’ di zuppa e da fare la passparout che sta finendo. Magari stasera alla signora le facciamo assaggiare quella nuova – mentre mette l’ultimo filetto nel contenitore e ad una ad una, ha tolto le spine con la pinzetta. – Al brodo ci penso io, e pure alla Gassier. Tu vai sopra e controlla tutto. Poi vi raggiungo.
Loro annuiscono e se ne vanno. Cotugno si porta dietro il tortino poi si gira, e schioccando il pollice con il medio di tutte e due le mani, fa:
– Maaaaa…
– Dopo Cotugno, dopo.
E se ne vanno.

Barberi mette le bacinelle forate con il pesce in cella per farlo asciugare e sale su, mentre nella testa continua a macinare quello che possono preparare stasera. Il guaio adesso è il caldo.
A quest’ora il termometro comincia ad avvicinarsi ai quaranta gradi. La cappa funziona, il fatto è che non ha il motore ed è attaccata al sistema di aerazione dell’albergo quindi, potenza di aspirazione vicina allo zero.
Lo scorso anno, dopo varie minacce di autosospensione dal lavoro da parte di tutti i cuochi del ristorante nei confronti delle alte cariche della struttura, si sono visti entrare in cucina l’Operation Manager con due ridicolissimi ventilatori, per ovviare al caldo, disse.
Ma vaffanculo!
Hanno trovato una più felice collocazione volando via dalla scala antincendio.
In ascensore incontra Miluzzi che intanto era sceso a prendere i pomodori e gli chiede se ha pensato all’appetizer. L’altro lo guarda e gli dice:
– Avrei pensato di fare una bella spuma di cervello d’agnello con sguardo fiero!
E Barberi gli risponde:
– E lo sguardo fiero che cosa sarebbe?
– L’occhio candito appoggiato nel piattino oppure messo sulla spuma nel bicchiere, come una ciliegina! Oppure, te la immagini una confettura di occhi che ti guardano tutti attraverso il boccaccio? La servi così, sul tavolo dei clienti, con una bella selezione di formaggi, magari un bel Pecorino o il Cacio del nonno tutto marcio de vino, sennò un lonzino de maiale che ha sgozzato mio zio quest’anno che ci stanno ancora le salsicce de fegato secche sott’olio, poi dobbiamo organizzà ‘na cena a casa, sai ‘na cosa così tra intimi, un bel bicchiere de vino rosso, quello rustico che te lo senti che stà a scenne, ‘na cannetta e dopo possiamo pure ritornà a lavorà, no? Che dici?
Lo guarda. Miluzzi prima rimane serio, poi si mette a ridere e gli fa:
– Barberiiiiiiiiiii!
E ridono.
Fottuto rivoluzionario del cazzo!

Quasi tutti i giorni a pranzo, dovevano preparare da mangiare per l’equipaggio di una compagnia aerea, una manica di rompicoglioni che dovevano andare via alle 14’00, e che all’una arrivava al ristorante.
Alle 13’45 dovevano gia aver mangiato. Nessun problema per loro, anche in quindici minuti riuscivano a farli mangiare, merda cucinata bene, ma pur sempre merda. La pasta la mangiavano scotta e stracondita con Parmigiano, se la chiedevano piccante ci mettevano un sacco di peperoncino e aglio e prezzemolo tritato; la bistecca era un bordello perché era l’unica cosa che mangiavano in quantità industriale con le patate fritte o al forno, e la cucina diventava quella di una steak house in cui il fumo, grazie al condotto d’aspirazione che non funzionava, stagnava e si poteva tagliare con un coltello, e per farlo andare via ci volevano buoni dieci minuti di oblò e porta aperti. Poi come dessert, macedonia a volontà e tiramisù surgelato. Ogni dieci minuti ne arrivava uno o in coppia. Erano in sette, a volte in otto. E se arrivavano contemporaneamente clienti alla carte o il direttore a pranzo con degli ospiti, oppure c’erano anche colazioni di lavoro, diventavano una vera scocciatura. Se un equipaggio veniva alle 13’00, automaticamente ce n’era un’altro che arrivava alle 15’00 e anche questo non era mai puntuale. Si presentava a volte alle 15’30 abbondanti costringendo così i cuochi ad allungare la loro permanenza in cucina, e nell’ultimo periodo tutti quanti volevano uscire il prima possibile.

Anche oggi nessuna eccezione. Alle 13’00 arriverà l’equipaggio e c’è pochissimo tempo per finire di preparare la linea. Miluzzi va subito in ufficio a prendere la macchina del gelato, la sistema sul piano vicino al banco di lavoro di Barberi e la accende. Ha già preparato il composto per quello che era il dessert più gettonato del ristorante: Sorbetto di limone al Moscato e aceto di lamponi che ottenevano mettendo a macerare per una settimana dei frutti di bosco freschi con la grappa che Barberi furtivamente prelevava dai camerieri perché costava troppo, dicevano. Nel succo di limone che usavano per il sorbetto mettevano, oltre che i fiori di lavanda o di rosmarino, anche la buccia tagliata a brunoise in modo tale che diventasse ghiacciata e croccante; poi al momento in cui lo chiedevano, frullavano il sorbetto con un goccio di spumante, una foglia di menta, una di basilico, l’aceto di lamponi e uno dei frutti di bosco macerato nella grappa. Dissetante e stuzzicante, era uno dei dessert che faceva brillare gli occhi quando sentivano sulla punta della lingua l’effetto frizzantino che ne risultava dalla combinazione di tutti quegli ingredienti.
Nel frattempo Barberi comincia a sistemare la sua roba nei frigoriferi: la carne, le verdure, il ricambio delle erbe che a malapena respirano ancora, visto il caldo, e poi va fuori ad innaffiare i quattro vasi di erbe, due con il timo e due con la maggiorana. Lo Russo come sempre sale dalla mensa e per andare in sala passa dalla cucina. “Che maitre!” lo sfotte Miluzzi. E lui, parafrasando il Benigni di La vita è bella, fa una giravolta su se stesso aprendosi la giacca nera e mettendo in mostra i muscoli in tensione sotto la camicia perfettamente bianca, e dice:
– Ma dove lo trovate un maitre più bello de me! Sono bellissimo! Stupendissimo! – con la voce stridula.
Mentre la bossa nova di Nicola Conte comincia a saltellare nell’aria, Miluzzi mette a posto la sua, di roba: la misticanza, le salse, i desserts e il reparto dei formaggi e delle mostarde. Mostarde di cipolla rossa, o peperoni e arance, e quella di pomodori camone, oppure quella di cocomero. Non si parlano, se ne stanno in silenzio a canticchiare con i loro pensieri. Ogni tanto si lanciano quello che capita: zucchine, padelle, mestoli, pinze, per vedere se i riflessi sono pronti, per far scattare l’adrenalina, perché a volte la cucina sviluppa un’agilità di movimenti che neanche un karateka si sognerebbe. Questo si agitava nella loro testa.
Si apre la porta.
– Allora ragazzi, come va?
È il nuovo direttore, il risanatore economico di questo albergo che per poco non sprofonda nel limbo delle aziende presenti nelle liste nere di tutti gli uffici di collocamento, comprese le agenzie interinali. Barberi gli si avvicina con un grandissimo sorriso e la mano tesa.
– Buongiorno signor Gioioso – e gli stringe la mano in maniera energica. Alto, ben piazzato, con una leggera pinguedine e le guance gonfie, venne soprannominato Poldo come il mangiatore di panini di Popeye. E in effetti dà quell’impressione: entra in cucina che ha sempre fame e mangia tutto quello che gli capita sotto tiro, a stento Barberi si è trattenuto dall’amputargli una mano con uno dei suoi coltelli.
– Io, quando entro dentro questa cucina, sto bene! Perché voi lavorate tanto e siete sempre sorridenti e sereni, si vede che vi piace fare quello che fate – fa lui dall’altra parte del pass.
Poi si gira e ritorna da dove era venuto.
– Ma che ha detto? – chiede Miluzzi.
– Ha detto che gli fa piacere che lavoriamo, che è contento che pure noi siamo contenti.
– Ma che s’è rincojonito?

Si sono fatte le tre del pomeriggio. Intanto arrivano il Punk e Stefoni, poi alle 18,00 attaccherà Saulle.
Stefoni, un ragazzone alto e grosso, o quasi. Prima di arrivare in questa cucina la scorsa estate, lavorava in una mensa in cui raccontava di aver contribuito ad uccidere una capra in un modo alquanto macabro e crudele insieme al suo datore di lavoro. In fondo alla cucina in cui lavorava, c’era un portellone che dava su uno spiazzo dove c’erano delle bestie, pecore e galline, e il suo datore di lavoro, un certo Giuliani, decise che era ora di preparare un ragù di capra. Così aprì a mezzo il portellone attirando la povera bestia con del cibo fino a quando la testa non si venne a trovare dentro la cucina. Fu in quel momento che Giuliani, senza perdere un attimo, chiuse con violenza il portellone rompendo l’osso del collo all’animale. Stefoni assicurava che le urla si potevano sentire fino al Vaticano. Ecco la persona adatta a lavorare qua dentro.
Il Miluzzi durante il servizio ha pensato all’appetizer che stasera sarà Petalo di pomodoro candito con crema Guacamole e pasta fresca croccante, il tutto con una goccia simpatica di salsa passpartout. Intanto arriva il secondo equipaggio.
Barberi sta pensando ancora al menù della signora Gassier, cosa fare per renderlo interessante. In cucina ci sono fuoco e fiamme. Un calore insopportabile e il fumo delle bistecche che la cappa proprio non ce la fa. Arrivano i camerieri del secondo turno, passano casse di vino e acqua da una parte all’altra mentre piatti si riempiono di bistecche e patate cotte nella maniera più becera possibile nel senso buono del termine, il pane pucciato nel sangue che si accumula nei vassoi d’acciaio. Il Punk si avvicina a Barberi, piercing sulla lingua, già sudato che gli stringe la mano e gli fa con un gesto della mano libera:
– Ma com’è tutto questo bordello! – con l’accento biscegliese e Barberi che non risponde.
– Oh! Ma ti sei tagliato i capelli…uagliò, tu non sei normale – e ride.
– Che cazzo ti ridi?
– Niente, così.
Stefoni altissimo.
– A chef, che c’è da fa?
– La signora Gassier, due persone.
– Sti cazzi! – fa lui ridendo e mettendosi la bandana. – Allora ce sta da menà le mani stasera…ma ce sta pure Renzo?
– E secondo te, se non ci fosse stato Renzo…- gli risponde Cotugno.
– Quanto me sta sur cazzo quello chef, guarda te giuro che se lo pijo fra le mani…
– Ma che cazzo devi fare tu, imbecille! Guai a voi se vi permettete – risponde stizzito lo chef. – Voi dovete fare quello che dico io e basta, cioè dovete lavorare e non rompere i coglioni.
– Barbè, ma che stà a dì! – il buon Miluzzi.
Li guarda un po’.
– Andiamo in ufficio, và! Che vi dico il menù.

Filed under: serialkitchen, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

SERIAL KITCHEN – 4 PUNTATA

7. SECONDO PIATTO. ASSAGGINO

– Chef ?! Il cliente del 16 dice che l’entrecote la vuole più cotta.
– Ma non la voleva al sangue?
– Si, ma la vuole più cotta.
– Ma è un coglione! Cosa cazzo si mangia, la soletta della scarpa?
– Ma a te, cosa cazzo te ne frega, scusa…fagliela più cotte e basta!
– Ma così è perfetta, cazzo! Guardala: è tenerissima.
– Hai rotto i coglioni! Mi vuoi cuocere ancora un po’ questa cazzo di entrecote?
– Cotugno, mettigliela nel microonde, a questo cazzone. Un minuto e mezzo. Massima potenza!

“In ogni arte, e ciò vale anche per la cucina, la grande raffinatezza consiste nella sintesi e nella semplicità. Evidentemente è necessario rifarsi alla tradizione, ma bisogna dimenticarla senza tradirla per ignoranza o negligenza o per non volerne tener conto. È così che si diventa dei cuochi senza pregiudizi, degli “anarchici” che nella confezione di un piatto riconoscono solo la legge dell’equilibrio imposta dalla natura”.

Henry de Touluse Lautrec

8. TUTTO PIU’ GRANDE E PIU’ BUONO IN SRI LANKA!

Miluzzi lo raggiunge nel garage.
Barberi ha un Free della Piaggio e lui una Vespa del 1972 bianca del nonno, perfettamente funzionante. Insieme vanno al bar sotto casa a fare colazione.
Veramente Miluzzi ci va tutte le mattine.
A Barberi il caffè del bar non tanto piace, però quando la caffettiera si versa, non può fare a meno di andarci.
Dal garage al bar la strada è contro senso e già fanno qualcosa che non è tanto normale. Come degli indemoniati, schizzano tra le persone che di corsa vanno a prendere l’autobus o vanno a lavorare e di botto frenano proprio davanti all’entrata. Stefania è una signora molto affascinante, bionda, sui quaranta passati. Molto più giovanile della figlia che la aiuta dietro al bancone. Li accoglie con un sorriso enorme, cosa che invece la figlia, di cui ancora dopo tre anni ignorano il nome, non fa mai. Ormai li conosce e non fa caso alle motorette e alle loro facce schizzate e stravolte dalla stanchezza e dal sonno. Un caffè per Barberi e un cappuccino con cornetto per il Miluzzi. Uno dei motivi per cui viene di rado in questo bar oltre al caffè, è quello di non voler rivedere e risentire lo stesso vociare delle donne che sente dal letto e che intanto si è spostato di venti metri. Queste giovani mamme avranno diritto anche loro alla colazione, o no? E’ solo che Barberi non le sopporta. Ad alta voce parlavano sotto il balcone, e ad alta voce continuano a parlare davanti al bar.
Così.
Non ci riesce proprio.
Allora rimontano sulle motorette lui e il Miluzzi, e se ne vanno.

All’entrata del personale c’è una bilancia che utilizzano per pesare la merce che arriva.
Barberi ci si pesa.
Ridacchiando.
57 chili con tutti i vestiti. Quando è entrato qua dentro a lavorare, ne pesava 70.
Il Miluzzi prende l’ascensore e lui le scale cantando allegramente come tutte le mattine. Si ferma in lavanderia ma come al solito è chiusa. Lo spogliatoio è il solito troiaio d’acqua per terra e asciugamani e stracci sparsi della sera prima. Che vengono lasciati qui per giorni perché anche il personale delle pulizie è stato ridotto. Naturalmente la colpa ricade su di loro perché sono gli ultimi ad andare via. Inoltre, si rubano gli asciugamani dai cestelli depositati dalla lavanderia nei corridoi perché non glieli passano, neanche se li chiedono.
Apre l’armadietto.
L’interno è come Barberi: sconvolto. A destra l’asciugamano appeso con la scorta sotto, a sinistra la divisa. Il ripiano superiore invece, è un deposito di shampoo, bagnoschiuma, pinze per i capelli, bottoni, buste paga, videocassette, monetine sparse, bandane azzurre e carte appallottolate.
Si infila i pantaloni, slabbrati e consumati sulle ginocchia,
Miluzzi è già cambiato. Barberi ci mette sempre un po’ più di tempo perché deve sistemare i capelli. Così prende tre forcine e va davanti allo specchio. Scioglie i capelli, poi li ripassa tre volte in un elastico e li alza sulla testa formando una palla strettissima che fissa con le tre forcine. Tipo samurai.
Si guarda.
Decide che è ora di tagliarli, i capelli. Chiede a Miluzzi le forbici e ritorna davanti allo specchio. Li scioglie ancora e si guardo un’ultima volta. In altri tempi gli sarebbe venuto da piangere e ricorda una sua ex fidanzata che non voleva farglieli tagliare perché “è la prima volta che sto con un ragazzo con i capelli lunghi”, poi li guarda ancora e…ma si! Ma chi cazzo se ne frega. Dei bei colpi di forbice ben assestati e voilà, il gioco è fatto, mentre Miluzzi lo guarda incredulo e con quei capelli schizzatissimi.
Gli viene da ridere.
– Mò me sembri proprio un modello de Calvin Klein – gli fa.
– Si, un pornostar – gli risponde Barberi.
Si spazzola bene la maglietta guardandosi ancora incredulo.
Infila la giacca, chiude l’armadietto e salgono in cucina.

La cucina del ristorante sarà grande forse dieci metri quadrati, ci lavorano in sei. Uno in più è di troppo. È perfettamente lucida. L’acciaio brilla alla luce del sole che entra dall’oblò che si affaccia sulla piscina. A quest’ora c’è ancora un po’ di aria fresca, ma fra un po’ qua dentro comincerà a far caldo.
Barberi si avvicina all’oblò per guardare fuori.
La piscina è ancora chiusa e sui bordi vanno avanti e indietro i due bagnini con gli asciugamani puliti e le sdraio. Intorno c’è un bel verde. Sembra di essere veramente isolati. Più in basso c’è un boschetto di alberi da sughero dove è piacevole andarsi a stendere il pomeriggio, in mezzo all’erba alta e il cicalare immenso e ipnotico.
Accende la radio. Questo è il periodo fisso degli Interpol. Alza il volume e comincia a togliere i lucchetti dai frigoriferi. Miluzzi accende tutto, fornelli, griglia, bollitore, e controlla le temperature. Barberi si sistema il grembiule e guarda dentro ai frigoriferi annotando quello che c’è da fare su un post-it giallo: il colore ideale per svegliare il cervello. Poi insieme vanno nell’ufficio a recuperare il carrello lasciato lì la sera prima. Un semplice bagno del personale dove andavano a fumare seduti per terra e dove adesso hanno messo una piccola libreria, una sedia scardinata per gli ospiti, una tavola di legno coperta con una tovaglia etnica su due aste di ferro, chiuso la porta del water, ed è diventato un posticino tranquillo in cui consultare libri, fare menù, fumare le canne e diventare creativi
C’è anche un quadretto di Shiva e Ganesh regalino di Sandro e Rhavi, i due lavapentole dello Sri Lanka. “Tutto più grande e più buono in Sri Lanka”, ripetono in continuazione. E hanno ragione.
Accendono il bastoncino dell’incenso e scendono nella cucina centrale dove viene sventrato il pesce, pulita l’insalata e vengono fatte le preparazioni più impegnative.

Oggi dovrebbero arrivare un tonno da 100 kili, una ricciola da 30, 20 spigole, i fasolari, le seppie e le triglie, più qualche altra puttanata che sicuramente Antonio il pesciarolo, cercherà di rifilare a Barberi. Sicuramente qualche merluzzo, visto che conosce bene i suoi gusti, oppure qualche rana pescatrice mastodontica.
Il grosso viene preparato la mattina, in modo tale che i due che gli daranno il cambio nel pomeriggio possano rifinire il lavoro iniziato da loro e pensare all’appetizer del servizio serale.
C’è un bordello nella cucina centrale!
Cuochi che frettolosamente schizzano in tutte le direzioni, coltelli che battono a ritmo frenetico e il clangore metallico delle pentole sbattute e delle placche. Le voci si mischiano ai discorsi degli altri ad alta voce, da una parte all’atra della cucina si fanno discorsi senza senso per spezzare la tensione, si guarda l’orologio appeso al muro che inesorabilmente cammina senza pietà. E intanto sono le dieci e mezza e il verduraio ancora non arriva. C’è da pulire l’insalata, spidicinare i pomodori, cuocere le patate…e intanto i due smadonnano e cercano di fare altro.
Il Gazzola si accorge del new look di Barberi, gli va vicino e lo guarda con i suoi occhi celesti e il suo sorriso bianchissimo.
– Ma…non avrai mica tagliato i capelli?
– Non mi dire che si vede – gli risponde mentre rimane ancora un attimo a guardarlo, si mettono a ridere insieme, poi lui se ne va scuotendo la testa.
Bisogna fare la besciamella e il creme caramel alla liquirizia e la crema inglese e la minestra fredda di patate, e il carrello si riempie sempre di più di roba da portare su.
Dice al Miluzzi di pensare all’appetizer, intanto.
Lo guarda.
Sa cosa significa quello sguardo, ormai lo conosce bene. Significa “cazzo sono nella merda, e tu mi chiedi di pensare all’appetizer? E quelli di oggi pomeriggio poi che cazzo fanno? Okkei ci penso io”.
Prima ci pensava Barberi all’appetizer, rimaneva interi pomeriggi in cucina a prepararlo, a studiare in mille modi un biglietto da visita della loro cucina, qualcosa che scioccasse da subito i clienti, che li incuriosisse senza schifarli; qualcosa che dicesse loro “Ehi! Noi siamo il vento della freschezza e della novità”. Ecco quello che volevano dire. Non sapeva a cosa andava incontro. Così si inventava le terrine di fegato di merluzzo marinato al Porto rosso con il lardo di Colonnata perché non potevano permettersi il foie gras, oppure l’insalata tiepida di ceci con filetto di merluzzo scottato e pomodoro candito. Le alette di pollo disossate e farcite con un trito di funghi porcini e gamberi e poi servite con la loro immancabile salsa passpartout.
A volte con lui rimaneva il Punk, tatuaggio sul braccio e piercing sulla lingua, alle orecchie e sul glande.
Approccio alla cucina: punk anarchico. I suoi piatti erano un omaggio all’arte moderna e alla povertà contadina, un binomio che può sembrare senza capo né coda, ma era questo il senso che volevano dare a quello che facevano, come far stare in piedi la millefoglie di pomodoro camone disidratato e tonno fresco senza che questa cadesse giù, per esempio.
Il Punk era bravo a fare i riccioli di zucchero, si impegnava tantissimo a prepararli: faceva un caramello trasparente con il glucosio che poi faceva filare nell’alcool etilico ghiacciato in modo che si arricciasse. Ma la cucina era troppo calda e umida d’estate, e i riccioli resistevano più o meno cinque secondi fuori dall’alcool.
Altre due erano le specialità del Punk: il Papa e il carciofo.
Di domenica, quando tutti i capi massimi dell’albergo erano con le loro mogli, lui si metteva addosso una tovaglia gialla e il cappello al contrario, proprio come il Papa. Poi prendeva un mestolone, si metteva in ginocchio su un carrello e andava in giro per la cucina a dare la benedizione spinto da Sandro. Il bello è che al Papa ci assomigliava davvero. Faceva un qualcosa che assomigliava ad una benedizione con la mano e poi si fermava davanti ad una pentola. La domenica era anche il giorno in cui a turno, i ragazzi si preparavano da mangiare qualcosa di estremamente povero. Allora ecco che Cotugno preparava i bucatini alla gricia, o il Punk le brasciolette di cavallo come le fanno a Bari, con il “grascio” dentro e lo stuzzicadenti, e il Sabatini la polenta con la spuntatura di maiale. Il Punk non poteva fare a meno di far finta di benedire quelle pietanze saporitissime che permetteva, per una volta, di sedersi insieme e guardarsi negli occhi.
Il carciofo era invece un enorme spinello che prendeva questa forma nelle sue mani abili. Con un biglietto del treno faceva un lungo filtro che era lo stelo, poi con quattro o cinque cartine arrotolate come solo lui sapeva fare, componeva il cuore ripieno di mistura. Anche la foglia sullo stelo faceva. L’avranno fumato tre volte insieme, distesi come due Giuseppine Bonaparte rilassate e paciose sui loro letti. E mentre le loro menti sbattevano da una parte all’altra, si inventavano piatti che non esistevano, come Cornetto Algida candito all’asfalto con salsa di copertone fuso e lacrima di bimbo che ha perso il ciucciotto.
Barberi adora lavorare con soggetti così, gli trasmettono serenità e voglia di inventare, lo stimolano dal punto di vista creativo e la sua vita privata è un po’ meno solitaria.

Nello stesso periodo facevano parte della brigata Fiorentino, un ragazzo di Teano diplomato in ragioneria con la passione della cucina, e Molinaro, come Barberi appassionato di musica elettronica e ciclista sfegatato semiprofessionista.
Fiorentino ne combinava di tutti i colori. Anche lui era un amante della cucina casereccia, ma alternava a giornate di grande creatività, momenti di estrema pigrizia fisica e intellettuale. Una delle cose che sapeva fare bene era la minestra di patate con gli spaghetti spezzati o con i tubettini, bella e buona, “azzcus azzcus” come dicono a Napoli. Quando preparò per la prima volta questo piatto, a Barberi gli si illuminarono gli occhi e si emozionò perché gli vennero in mente la madre e il calore di casa: nella sua semplicità, questa minestra era un perfetto connubio di sapore e consistenza, aveva pienamente soddisfatto il suo desiderio di stare bene e di sentirsi per un attimo fuori dalla cucina del ristorante, lontano dal grigio luccicante dell’acciaio e dalla luce diafana del solito neon.
Raggiunse l’apice della sua pigrizia l’ultimo periodo in cui lavorò al ristorante. In menù avevano degli Spaghetti alla bottarga di muggine con chips di aglio e mandorle dolci tostate. Era un piatto semplicissimo, ma le chips di aglio avevano una preparazione impegnativa perché bisognava tagliare a metà l’aglio e eliminare il germoglio interno, causa dell’effetto “sali e scendi”, tagliarlo in lamelle sottilissime e sbollentarlo per due o tre volte nel latte; dopo si friggevano nell’olio fino a che prendevano un colorito biondo, e si mischiavano con le mandorle tostate sotto la salamandra o in padella. Fiorentino, che spesso si dimenticava o non aveva voglia di prepararle, man mano che diminuivano aggiungeva solo le mandorle. Spesso si imboscava a fumare una sigaretta e veniva sempre beccato, oppure bisognava costringerlo a fargli ripetere i piatti cinque o sei volte prima di farli uscire in sala, perché si vedeva che erano fatti così tanto per farli, senza nessuna dedizione.
In quel periodo avevano un bel modo di presentare la carbonara. Facevano sudare lentamente il guanciale in padella in modo tale da farlo diventare saporito, croccante e allo stesso tempo una “scioglievolezza”, in cui saltavano gli spaghetti che poi andavano a finire nello zabaione preparato in una bastardella con il pecorino e con una bella manciata di pepe nero pestato, che così ha un sapore completamente differente da quello macinato. Lontano dal fuoco, l’uovo si rapprendeva con il calore degli spaghetti senza cuocersi; poi li facevano riposare un attimo e li arrotolavano con un forchettone in modo tale da formare una torretta che rimaneva perfettamente in piedi, complice l’effetto collante dell’uovo con il pecorino e l’amido della pasta. La decorazione era fatta con un rettangolo di carta da forno accartocciato, ridisteso e inumidito, poi passato velocemente sulla piastra per ottenere un effetto marmorizzato, e il guscio dell’uovo sterilizzato nell’acqua bollente dentro il quale veniva messo un po’ dello zabaione che avevano utilizzato per gli spaghetti. Effetto roccaforte.
Molinaro invece era di tutt’altra pasta.
Lo chiamavano il pirata come Pantani, proprio per la sua passione nei confronti della bicicletta. Ci veniva a lavorare la mattina, in perfetta tenuta da ciclista con caschetto, scarpette e tutina aderente, con le gambe completamente depilate. Aveva la capigliatura foltissima e riccia, il naso come Battiato di cui lui era grande ammiratore tanto da chiamarlo maestro, e amava la cucina.
C’era grande intesa tra Molinaro e Barberi, complice il loro comune interesse per la musica e le disquisizioni filosofiche fatte a fine lavoro, ad un orario improprio, con l’occhio pesto, una bottiglia di birra e uno spinello di erba che lui diceva sempre “no guarda, non posso! Mi viene la tachicardia”.
E poi fumava.
Aveva una particolare abilità nell’imitare la voce di chiunque gli capitasse sotto tiro. Quando c’era lui in cucina, alla radio c’erano sempre dischi di musica elettronica e reggae, spesso drum e bass abbastanza tachicardica, cosa che poi è andata avanti nel tempo perchè creava la giusta ritmica per fare il servizio. Specialità di Molinaro: fare i primi, soprattutto linguine con pesto di rucola e ricotta marzotica. Erano di un verde brillante mai visto prima, sapeva utilizzare al meglio la tecnica di fare il pesto a freddo mettendo olio e contenitore in frigo, ed era velocissimo nella preparazione tanto che la rucola non solo rimaneva verde, ma addirittura assumeva una tonalità che con la luce bianca risplendeva, e per assurdo tutti lo prendevano in giro mettendosi gli occhiali da sole, quando lo faceva. Così arrotolava le linguine attorno ad un forchettone formando un gomitolo che poi adagiava su un piatto nero e lo copriva con una manciata di ricotta grattugiata al momento che sembrava neve.
Il tocco finale del piatto era una fettina trasparente di pomodoro camone disidratato, tipo stella cometa sull’albero di Natale.

Filed under: serialkitchen, , , , , , , , , ,

LA CIAMBELLA ALLO YOGURT DI MARIA LAURA

Per le persone che conosco Maria Laura è molto famosa. Per alcuni clienti lo è per la sua Minestra di Tubettini e Patate con alloro che per un certo periodo ho proposto in un ristorante in una versione un po’ più moderna. Oppure per il suo Ragù di Polpo che poi ho fatto mio rivisitandolo (anche lui come la Minestra di Patate). Per i miei amici è famosa per le cose che preparava da mangiare quando tornavo dalle mie stagioni altrove, e mi ritrovavo a casa mia con loro…quelli di sempre: tavole imbandite di ogni ben di Dio, cibi semplici e gustosi! I vicini di casa sono sempre andati da lei per avere consigli, oppure lei chiedeva loro delle ricette e poi le modificava. Per i miei colleghi è famosissima perché io continuo a raccontare che se non ci fosse stata la sua buccia di limone per la crema pasticcera, io a quest’ora nella vita avrei fatto altro.

c’è una cosa che non riesco proprio a concepire: come diavolo fa a far venire bene la sua ciambella allo yogurt!

Maria Laura è molto più di una musa ispiratrice, è una certezza incrollabile per me, quando non ne posso più di tutto quello che mi sta intorno, mi rifugio da lei nella sua cucina (ma a lei questo non l’ho mai detto…forse pensa che io lo faccia semplicemente perché sono suo figlio).

C’è una cosa però  che non riesco proprio a concepire e che mi tortura: come diavolo fa a far venire bene la ciambella allo yogurt!
Leggi il seguito di questo post »

Filed under: serialrecipe, , , , , , , , , , , , ,

Antonio Bufi

Antonio Bufi nasce in quel di Molfetta, una ridente cittadina che si affaccia sull’Adriatico, una manciata di anni fa. Dopo aver provato a far volare dal balcone aeroplanini fatti con i fogli su cui scriveva i sui pensieri imberbi, rimane folgorato come Paolo sulla via di Damasco dalla buccia di limone che sua madre usa per la crema pasticcera...

Valentina Pelizzetti

Valentina Pelizzetti nasce in quel di Torino, una verde cittadina attraversata dal Po, pochi anni dopo Antonio. Dopo aver sognato invano di essere la Carla Fracci de' noiartri si scrive ad architettura...