serial kitchen

DELIKATESSEN (24ore Clandestino) – fine

Sono stanco, voglio ritornare a casa e prepararmi una bella tazza di thè, accendere una bacchetta di incenso, chiudere la finestra e stravaccarmi sul divano senza avere niente a cui pensare. Fermarmi un attimo, almeno io, che tanto a fermare il mondo, quello non ci riesco a farlo.
Semafori sadomaso che non vengono più rispettati, motori accelerati e uomini sempre più maleducati nelle loro parolacce mentre attraverso la strada, questo incontro sulla via: strombazzamenti che mi stordiscono insieme alle troppe parole ascoltate e lette oggi, troppe puttanate, troppi affannosi pensieri che non riescono a dileguarsi. Che vita di merda! continuo a ripetermi, ma so che non è così. Quest’anno avremo un’altra estate torrida, si vede dalle nuvole che ci sono sulla mia testa, da questo accanimento pluviale che mi fa venire il torcicollo nel cervello mentre dovrei cominciare a preparare i registri in vista degli scrutini ma non ne ho voglia, voglio sprofondare, ecco, magari trovo un tombino aperto e inavvertitamente ci casco dentro procurandomi una frattura mortale. Sicuramente di questo incidente se ne gioverebbero i miei genitori turisti, visto che tutte le assicurazioni che pago ogni mese sono intestate a loro nome. Chissà se almeno i fiori me li portano, al camposanto! Sottoterra, mi raccomando. Niente lapide e stele funeraria, solo vermi che entrano ed escono senza imbarazzo dalle mie cavità ossute.
Invece, al posto di un tombino aperto mi ritrovo Scianga senza stampelle appoggiato alla sua macchina, lo vedo dall’inizio della strada che imbocco, il piccolo corridoio che separa i due palazzi, dove non passano le automobili e i bambini giocano a palla e gli stendipanni sono sparsi e le signore confabulano da un balcone all’altro e tutto si ferma un attimo mentre passo, non so perché ma ho questa impressione. Vedo Scianga che si agita e mentre mi avvicino sembra che voglia dirmi qualcosa, si agita e vorrebbe stare dritto mentre continuo a camminare verso di lui e comincio ad intravedere una sagoma nera, la volante dei carabinieri di stamattina parcheggiata ancora una volta sul marciapiede e davanti al mio portone. Agitati pure, caro il mio Scianga, perché ora non sono più capace di intendere e di volere, mentre entro nell’atelier del segaossa con il ringhio nervoso del cane del contadino lambrettato che la mattina va alla cambagna, e scusatemi tanto cari i miei carabbinieri nel regolare esercizio delle vostre funzioni, ma adesso mi avete stufato perché io devo entrare dentro casa, che non ce la faccio più quindi voi due ora spostate il vostro culo in uniforme e togliete subito la vostra volante, che il nostro caro amico segaossa adesso ve la prepara la fettina di carne per le vostre mogli che evidentemente non sono soddisfatte della vostra, di carne. Che non per niente il nostro segaossa qui presente è titolare di una macelleria equina, quella giusta per le vostre donne. Ma tu, segaossa, hai questo ghigno che non mi convince mentre fai il giro del bancone sfregando il tuo coltello contro l’acciaino, un dèja vu imbarazzante, che sta cominciando a farmi venire la pelle d’oca e anche voi carabbinieri, avete un sorriso che si sta trasformando mentre mi venite incontro e alle vostre spalle vedo affacciarsi all’entrata Scianga, Michele il pazzo, il contadino cambagnolo con il suo cane latrante, i miei vicini, Donata, Mimì e il gatto bianco, e all’improvviso capisco tutto, mentre mi trovo perduto e indietreggiante e mi viene in mente il film Delikatessen, ma non ho più posti in cui andare tranne che il muro piastrellato bianco contro il quale mi appoggio mentre uno dei carabbinieri estrae la pistola e l’ultima cosa che vedo è un bagliore folgorante, bianco come la purezza.

Poi distolgo lo sguardo. Il sole mi sta accecando, così guardo in giù, verso il mare e il promontorio del Conero. La spiaggia è bianca e in lontananza vedo una cascina blu, il Clandestino, appoggiato sugli scogli e sotto l’ombra della torre. C’è un buon profumo nell’aria, i miei piedi sprofondano nel terreno argilloso umido e nelle spighe di grano ancora verdi.
– Allora, ti decidi a venire o no? – sento alle mie spalle. Così mi giro e vedo il cielo viola all’orizzonte contro il quale i capelli ricci della mia amica si muovono come tentacoli. Mi giro ancora verso il mare e scatto una foto. Sembra di essere sulle bianche scogliere di Dover.
– Arrivo! – dico ad alta voce.
Si, arrivo, ripeto mentalmente. Mentre mi avvicino a lei con i piedi pesanti di fango, le stringo la mano e le dò un bacio tra i capelli profumati di salsedine.

Dissolvenza in nero.

“ Well, you get up every morning
and you see, it’s still the same
all the floors and all the walls
and all the rest remains
nothing changes fast enough
the hurry, worry days
it makes you want to give it up
and drift into a haze

revelations seems to be another way
to make the days go faster anyways… “

Husker Du

Quando la realtà supera di gran lunga la fantasia – titoli di coda

Tutto quello che è stato narrato in questo racconto è assolutamente vero…vi sembra strano? Eppure è così. Naturalmente colpo di pistola esploso dagli sbirri a parte! Volevo raccontare di un determinato momento storico sia della mia vita che italiano: la riforma scolastica dela Moratti. Alejandro Jodorwsky lo definirebbe un atto panico, il bisogno di esorcizzare, scrivendo, un momento di crisi non solo interiore. Diciamo che mi è servito come cura, e non solo a me (tu sai di cosa sto parlando, vero R. ?).
Naturalmente c’è un po’ di tutto, la realtà, la fantasia, la cucina, il caffè ma soprattutto Molfetta, la città che amo con le sue contraddizioni e i suoi abitanti che per quanto alcuni di loro siano alquanto bizzarri, rendono le giornate piacevoli e divertenti (senza riderne troppo, si potrebbe rischiare di non tornare a casa, la sera, con tutte le ossa intere…).

Questo racconto è dedicato a Raffaella. La descrizione del Prof. Linguetti e del Sistema Olistico è sua.
E anche dedicato a Scianga e al Lambrettato, che intanto sono passati a miglior vita.

Il segaossa: in realtà sono due fratelli, uno ha una macelleria equina e l’altro una generica in due parallele sotto la casetta dove si svolge la storia. Ho frequentato quella strada per anni visto che la stanza in cui suonavo con i miei amici si trovava esattamente al centro delle due. Se avessi potuto li avrei evirati. Ho sempre visto in loro degli sporchi maniaci. Sarà forse il contatto con la carne? E poi mi prendevano sempre in giro…almeno, l’avessero fatto guardandomi negli occhi!

I carabbinieri: degni compari dei due segaossa, erano sempre nella macelleria equina, non ho mai capito a far cosa, con la volante parcheggiata sul marciapiede a bloccare l’entrata del portone. Ho realmente avuto un alterco come quello descritto, ma non erano loro e non nel segaossa equino.

La mia migliore amica: era in realtà la proprietaria di casa e la vera protagonista del racconto. È lei la maestra e io le ho pitturato la casa con indosso un camice bianco che mi faceva assomigliare ad una via di mezzo tra uno dei teletubbies e uno spermatozoo. Però sono venuti bene, i muri!

La banca: è inutile che vi dica quale sia, a Molfetta penso ce ne sia solo una con il siluro ad impronte digitali. Giuro che quando sono entrato in banca e mi sono sentito fare quelle richieste dalla vocina computerizzata, non ci potevo credere. Non so se utilizzano ancora lo stesso sistema, intanto ho cambiato banca. Ci sono davvero entrato scalzo, non ne potevo più.

Il cassiere: ora, arrivati a questo punto, se tu ti riconosci in questa descrizione ti prego, non volermene. Non ti sei mai fatto i cazzi miei e sei sempre stato gentile con me, era la tua “capa” a rompere i coglioni! Però dovevo usare la licenza poetica, capisci? Quindi il fine giustifica i mezzi…peace and love, amico mio.

Scianga: ovunque tu ti trovi adesso, spero che le tue gambe siano perfette. Spero che tu stia correndo sulle nuvole, spero che al posto di quella bruttissima moglie che avevi (ma come hai fatto, eh Scianga? È proprio vero che l’amore non conosce barriere…) ti abbiano dato uno di quegli angeli bellissimi…non me ne volere per le parole che ho scritto su di te però diciamoci la verità, eri un bel paraculo, eh Scianga?

Allegra Famigliola: è inutile aggiungere nulla. Sono ampiamente descritti nel racconto.

Il Lambrettato: anche tu, lambrettato mio, spero che ti abbiano regalato il giardino dell’ Eden dove i frutti non hanno bisogno di esere curati e dove sempre splende il sole. Ti immagino su una nuvola a forma di lambretta…VAI CHE SI VOLAAAAAAAAA!!!!!!!

Svetlana: io non l’ho mai conosciuta. Era una collega della mia migliore amica. La descrizione è sua. Anzi no, una volta l’ho vista, di sfuggita. Aveva davvero un seno prosperoso…

Stanley: il primo ed unico pesce rosso con la coda da squalo, le cacche da 20 cm e poeta futurista muto. Stanley, che il Grande Oceano possa averti accolto con il rispetto che meriti e che Nettuno abbia costruito per te un bellissimo anfiteatro con pulpito.

Lapis: sei proprio un coglione, oltre ad averlo piccolo…non so cos’altro dirti.

La figlia della signora Carlomagno: è la figlia della signora Carlomagno…una scassapalle micidiale. Mentre l’allegra famigliola si divertiva a tenere il volume di radio e televisione alti, nessuno si azzardava a fiatare. Bastava ascoltare un po’ di Beck per sentire il suo odore nauseabondo dietro la porta.

Donata: come sta tua figlia, Donata? È cresciuta? E tu, come stai?

Il Clandestino: difficile descrivere il Clandestino. Per me è stato il luogo della mia rinascita, sia fisica che spirituale. In un buco di cucina sotto gli scogli, ho sfornato centinaia di piatti meravigliosi. E ogni piatto è stato un mattone che ha contribuito a ricostruirmi. Il momento più bello di ogni giorno è stato quello che io chiamo “l’ora delle lucertole”, il momento esatto in cui il sole si sta avvicinando all’orizzonte e tutti i granchi escono dalle tane quasi a volerlo salutare. In quel momento mi affacciavo anch’io a perdere il mio sguardo nel blu intenso, nell’orizzonte che non si vedeva, sul bordo dell’attesa a masticare maledizioni e a piangere e a bruciarmi di quelle lacrime. Se non ci fosse stato Il Clandestino e la mia migliore amica a tirarmi per i capelli, non credo che avrei ricominciato a fare il cuoco.

Beh…onestamente non so se ci avete guadagnato!

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DELIKATESSEN (24ore Clandestino) – 6 parte

Riprendo in mano il foglietto su cui ho ricopiato il disegno delle mensole, e mi accorgo che dietro il portapenne giace un mucchietto non ben identificato di foglietti accuratamente piegati e dimenticati: la bolletta del telefono, la bolletta della luce, la rata della spazzatura, il bollo della macchina, estratto conto della carta di credito, estratto conto di quello che rimane sul mio conto in banca, una lettera da parte della assicurazione di mancato pagamento delle ultime due rate perché la banca, che stamattina mi ha telefonato perché voleva i soldi, ha fatto un po’ di confusione con alcuni documenti, e per finire la rata invernale del gas. Ad uno ad uno ripasso tra le dita quei bollettini come fossero le figurine dei calciatori Panini. Me n’ero dimenticato, preso da tutt’un’altra serie di cose e pensieri, avevo accumulato tutte quelle bollette e le avevo messe lì, consciamente o no le avevo nascoste dietro il portapenne lasciandole fermentare ed ora è giunto il momento della resa dei conti: fra due giorni scade il termine di pagamento di bollo e telefono, fra tre il gas e fra quattro luce e spazzatura. Le rate della assicurazione è meglio non calcolarle, tanto ci pensa la banca che sicuramente fra un paio di giorni mi ritelefonerà per invitarmi un’altra volta al suo cospetto.
Che fare?
Guardo l’orologio, sono le cinque meno un quarto e se mi sbrigo faccio in tempo ad arrivare in posta, pure a piedi se alzo il passo. Infilo le mani in tasca per vedere quanti soldi ho: pochi. Apro la mia cassettina porta risparmi casalinga: pochi anche qua dentro. Devo comunque passare da qualche sportello bancomat per fare un prelievo, così la banca mi ritelefona domani stesso, altro che fra un paio di giorni. Già che ci sono passo pure dal vetraio, così gli faccio vedere il disegno e sento lui cosa dice, se si può fare la cosa oppure no.
Faccio un caffè. Ho tempo pure per quello. Senza pensarci accendo una sigaretta e mentre la aspiro mi prende il panico perché ora, la combinazione tra caffeina e nicotina mi procurerà un effetto indesiderato allo stomaco che mi costringerà, come al solito a quest’ora, a correre nella toilette. Vabbè, ormai è fatta. Finisco la sigaretta. Intanto il caffè è uscito e lo bevo. Come da programma, corro nel bagno. Mentre assolvo alle mie funzioni corporali, maledico qualcuno perché devo correre e sono già sudato e non ce la faccio più a rincorrere il tempo che non vorrei essere suo schiavo, però il fatto è questo: o scendi a compromessi con la vita e cominci a correre anche tu e ti metti a fare le file ai vari sportelli pubblici, oppure mandi tutto a farsi fottere e te ne vai a vivere nei boschi, che mi sa che è meglio.
Seduto sul water.
Di fronte ho lo specchio che riflette la mia immagine. A dire il vero la riflette sempre, ogni volta che mi siedo. Ogni volta guardo il mio viso assumere pose sgraziate e le vene sulla fronte gonfiarsi, e la fronte stessa che diventa rossa e gli occhi che strabuzzano…oh Signore benedetto! Suonano alla porta, cazzo, ALLA PORTA! Ma perché? Mi viene quasi da piangere. Perché? Perché? Perché? Mi alzo, mi lavo e mi sciacquo il viso, è già tardi.
– Un attimo – grido dal bagno.
Apro la porta. Donata, una delle donne che abitano nel palazzo di fronte, forse la persona più tranquilla che mi capita di incontrare per strada quasi tutti i giorni.
– Ciao professò, che ti disturbo? – mi chiede incuriosita dal mio aspetto trafelato.
– No Donata, tu non disturbi mai, lo sai – le dico mentendo. – Stavo uscendo per andare a fare dei servizi, sai, le bollette – .
– Eh! Sono diventate un vero guaio, queste bollette. Non le reggo più, poi da quando ci sta questo euro, mi sa che ce l’hanno buttato tutto al culo…- diventa rossa in viso e si porta la mano alla bocca. – Scusa professò, e che adesso a mio marito l’hanno messo in cassa integrazione e ci sono i bambini che vanno a scuola e crescono e come devo fare, mannaggia!-
Ti prego Donata, non fare così, non metterti a piangere, cerca di trattenere le lacrime, ho fretta, ti prego non farlo.
– Su Donata, non fare così, vedrai che le cose si sistemeranno prima o poi – cerco di rassicurarla mentendo anche questa volta.
– Senti professò, il piccolo deve andare ad una festa di compleanno di un suo amichetto di classe e allora ti volevo chiedere se mi scrivevi un bigliettino per il regalo che io avrò tanto sentimento, ma proprio l’italiano non lo so scrivere – .
Benedetta Donata! Ti prenderei le guance a morsi, quanto sei tenera.
– Entra Donata, entra – e mentre le prendo il bigliettino e ci scrivo sopra qualcosa, lei mi confida -…che la figlia dei grezzoni che abitano sul pianerottolo, la piccola, quella brutta che sembra PippiCalzeLunghe con quel cesso di fidanzato, è al sesto mese! – .
Rimango un attimo fermo e spiazzato da quella notizia.
– Davvero?
– Si, davvero! E che non si vede?
– E no che non si vede, scusa. Non vedi come ci sono rimasto? E poi dove l’avranno concepito, nel portone?
– Forse!
– E adesso? Già fanno casino così, figuriamoci ora che ci sarà un altro inquilino…e poi dove si metteranno, che a malapena entrano così come sono, in quell’appartamento?
– Bho! E che ti devo dire io, professò…non pagano neanche l’affitto, non pagano!
– Ma come fate ad essere sempre così informate di tutto e di tutti? – le dico restituendole il bigliettino. – E chissà quante ne dite su di me, brutte pettegole che non siete altro! –
– Ma no professò, che su di te non abbiamo mai avuto niente da dire, tranne che fai le ore piccole con quell’amica tua bella, che è proprio bella…ma che per caso siete fidanzati?
– Senti Donata, vedi un po’ se ti va bene il bigliettino? Sai com’è, avrei un po’ di fretta – le dico con un sorrisino glissando sull’argomento. Lei lo legge e quasi le vengono i lucciconi agli occhi.
– Grazie professò, veramente. Non so come sdebitarmi!
– Ma tu non ti devi sdebitare. Basta che mi tieni informato sui vicini.
– Si professò, ci vediamo allora. Buona giornata!
– Buona giornata a te!
E speriamo.

Questo piccolo imprevisto mi fa spostare la mia tabella di marcia, devo passare dalla banca, la posta chiude alle sei. Infilo pantaloni grigi e magliettina gialla, maglione slabbrato nero, il cappotto, capelli schizzati, occhi nel panico…ricomincio ad incazzarmi. Chiudo la porta dopo aver preso carta di credito, bancomat e bollette. Scendo in strada. Sulla mia sinistra, la solita macchina parcheggiata del tipo che abita di fronte. Sembra che lui abbia un qualche diritto di proprietà su questo marciapiede perché la parcheggia sempre qui la macchina, mattina, pomeriggio e sera, e poi il vecchio contadino lambrettato viene a scassare le palle a me che lascio la mia di macchina per cinque minuti sul marciapiede. Vabbè, lasciamo stare. Scianga è appoggiato alla sua macchina, senza stampelle. Scianga, Scianga, mi sa che un giorno di questi fai una brutta fine, cadi per terra e ti spacchi il muso, guarda che io ti ho avvisato! Il segaossa è già aperto, sento il rumore che ho sentito stanotte nel sogno: l’acciaino sfregato dalla lama del coltello. Un brivido sottile mi sale lungo la schiena.
È tardi.
A passo spedito vado al primo bancomat che sta proprio a cinquanta metri dal portone e faccio due conti. Con i soldi che ho in tasca e il massimo che posso prelevare dallo sportello arrivo a racimolare la splendida somma di trecentoventieuri. Non mi bastano, ce ne vogliono almeno quattrocentocinquanta se voglio pagare più o meno tutto lasciando perdere il bollo. Allora decido di fare due prelievi, uno con il bancomat e l’altro con la carta di credito. Infilo prima la carta. Digito il codice. Duecentocinquantaeuri che vengono sputati fuori in cinque pezzi da cinquanta. Desidera lo scontrino? No grazie, troppi ricordi poi. Ritirare la carta entro trenta secondi, prego. Non preoccuparti, neanche la bocca devi aprire. Ripeto l’operazione con il bancomat. Digitare il codice, prego. Digito il codice. Digitare il codice, prego. Ridigito il codice. Lo schermo si fa grigio. Sento un rumore arrivare da qualche parte dietro il video. Una scritta rossa. Spiacente, la sua carta è stata catturata. Per informazioni rivolgersi al proprio sportello. Grazie. Cazzo! Cazzo, cazzo, cazzo! Perché? Se mollo un cazzotto allo sportello lo sfondo. Dietro di me c’è un signore che tossisce, spazientito. Cazzo, cazzo, cazzo! Mantengo la calma. Guardo il video. Intravedo la mia sagoma riflessa dietro la scritta lo sportello è pronto per una nuova operazione. Ma vaffanculo, va! Devo essere bello incazzato perché quando mi giro, il signore alle mie spalle si allontana spaventato.
Mi dirigo alla posta. Ormai è andata così, domani devo passare dalla banca un’altra volta e oggi sono costretto a pagare solo telefono, luce e gas. Alla spazzatura e al bollo ci penso domani, se mai ne avrò voglia e tempo.

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DELIKATESSEN (24ore Clandestino) – 4 parte

Così, mentre faccio l’amore con il sapore dello yogurt sul divano stravaccato, e guardo la Clerici con i suoi riccioli d’oro, squilla il telefono.
– Ciaooooooo tessoroooooo, che faiiiiiiiiiiiiiiiii?
Svetlana, una delle mie colleghe un po’ zoccola che lei non sa quanto mi dà fastidio il suo modo di parlare, e che di nome vero fa Teresa ma guai a chiamarla così. A scuola viene sempre vestita che sembra debba andare a fare una sfilata di moda, alta, tacchi a spillo e scollatura che, estate o inverno, mette in mostra il suo seno caparbio e allegro nonché prominente. Truccatissima e acconciata come una diva, una bella donna, non c’è che dire, indossa sempre delle collane con pendente che fanno cadere gli occhi proprio lì, che secondo me a lei piace farsi guardare e sapere che gli uomini in generale le sbavano dietro. Tutti tranne me. E’ forse per questo che in continuazione mi dà una caccia senza quartiere. Nonostante la sua bellezza è anche intelligente e abbastanza furba, il che la rende ancora più affascinante. Unico difetto: appunto, mi dà la caccia e io voglio solo essere suo amico, e poi ha quel modo di allungare le finali che io non la sopporto proprio e adesso alzo gli occhi al cielo, cucchiaino in mano e risotto agli asparagi in formato catodico negli occhi.
– Ciao Svetlana, come va?
– Ma come vai tuuuuu…sai, oggi a scuola non ti ho vistoooooo e allora mi sono chiesta chissà che cosa gli è successo all’amico mio belloooooo…
E cosa vuoi che mi sia successo, cara la mia collega un po’ zoccola che io lo so perché mi hai chiamato?
– Di un po’, ma non è che mi hai chiamato perchè te l’ha detto la direttrice?
– Ma nooooo, ma che vai a pensareeeeeee…è stata una mia iniziativa, volevo sincerarmi che stavi beneeeeee, eddaiiiiiii. Io quando non ti vedo mi preoccupoooooo…sai come sono vestita oggiiiiiiii?
Oddio, oddio, oddio…eccola che comincia. Ma cosa vuoi che mi freghi come stai vestita? Dimmi piuttosto com’è andata a scuola oggi, con tutti i casini che ci sono e le riunioni che io ancora devo studiarmi il fascicolo della nuova riforma scolastica.
– Oggi c’è un bel sole allora mi sono messa un bel maglione nero aderente scollatooooo, poi dei bei pantaloni gessati neriiiiiii che vedessi che bel culooooo, eppoi le scarpe col tacco alto alto color rosso cardinaleeeee, se mi vedessiiiiiiiii…
Non ti vedo ma ti immagino.
– E la collana?
– La collana è una bella collana con un pendente in madreperlaaaaa, che bellooooo…
– Vabbè Svetlà, dimmi un po’ come è andata a scuola oggi?
E qui parte in quarta che quando parla di scuola, chissà com’è perde l’uso delle frasi allungate.
– Guarda, a scuola oggi non me ne parlare beato te che non ci sei venuto oggi. Questi marmocchi maleducati mi fanno impazzire non ce la faccio più questa scuola di merda e poi tutti a sbavarmi dietro pure i bambini e i bidelli. Maestra di qua, maestra di là, ma che volete da me, io c’ho una casa e c’ho pure da preparare da mangiare mica posso stare sempre a pensare a voi eppoi questa riforma del cazzo guarda non ce la faccio più che adesso dobbiamo andare pure a fare i corsi di perfezionamento la mattina, guarda, per fortuna che sono pagati e pure il pomeriggio dobbiamo rimanere che io già torno a casa distrutta la sera che subito arriva il giorno dopo e io non ce la faccio più. Eppoi la direttrice, Svetlana qua, Svetlana là, facciamo questo, facciamo quello e si chiude nel suo ufficio poi viene a scassare i coglioni che dobbiamo fare gli incontri con gli ingegneri delle ecostrutture, mafiosi bastardi che quando abbiamo scoperto l’amianto sotto i pavimenti si sono cacati sotto, con tutto il casino che è venuto fuori e poveri bambini, che adesso ci sono pure queste mense di merda che gli fanno mangiare il prosciutto avariato e i piselli rinsecchiti e pure io devo mangiare queste fetenzierie? Ma che sei matto? Che io c’ho una linea da mantenere, mica posso mangiare queste schifezze che meno male mi porto la Fiesta a scuola e lo yogurt…
Lo yogurt. Il cuoco catodico intanto ha finito di fare il risotto, lo sta impiattando. Poi l’altro ha fatto una frittata con mozzarella e spigola e una specie di spezzatino alla paprika, cazzo che fame!
– Senti Svetlana, lo so che c’è tutto questo bordello a scuola però adesso è ora di pranzo e sinceramente non ho avuto una bella giornata…
– Scusaaaaaa, tessorooooo…lo sai che mi faccio prendereeeeee…
Lo so io dove ti vuoi far prendere tu, cara la mia Svetlana!
– E tu che faiiiiii?
– Ho appena finito di mangiare lo yogurt e adesso penso di mettermi a studiare questa benedetta riforma…
– Lo yooooogurt…a me piace taaaaaanto lo yooooogurt, sai che bello a mangiarlo insiemeeeeeee?
– Si Svetlana, un’altra volta ok? Adesso ti devo lasciare che ho il risotto agli asparagi che mi aspetta. Ciao!
E chiudo il telefono. Respiro. Il pomodoro e il peperone si danno battaglia. Il vecchio toccapaccocatodico mangia sbavando. La Clerici sui trampoli salta da un piatto all’altro e sorride, sorride…e quanto sei bella, cara la mia Clerici.
Ma la mia migliore amica è più bella di te. Mi dispiace, ma quando ci vuole, ci vuole.

Svetlana non lo sa che i corsi di perfezionamento io li ho già fatti, e già, lei era assente perché è stata per una settimana fuori, è tornata a casa sua nelle Marche che lei mi dice sempre vieni a trovarmi qualche volta, andiamo al mare. Quasi quasi un pensierino ce lo faccio, che io vorrei andare a Senigallia a mangiare in un ristorantino niente male. Mi sa che organizzo uno di questi giorni insieme alla mia migliore amica. Sti cazzi, Svetlana…
A dire il vero, io di questa riforma ci ho capito poco quanto niente. Sono andato per tre giorni in un’altra scuola in cui tenevano questi corsi tenuti da altri docenti che, pensavo io, sicuramente ne sapevano molto più di me. All’entrata dell’auditorium c’era un grande poster con un arcobaleno disegnato che usciva da una nuvola, e dei bambini che facevano un girotondo tenendosi per mano sotto una grande scritta “LA SCUOLA CRESCE, PROPRIO COME TE”. Incominciamo bene!
Il corso è tenuto da un certo professor Linguetti, un uomo alto, magro, capelli bianchi, dentiera che grida a gran voce tutta la sua posticcità, sorriso finto da venditore di materassi a molle, tono della voce da imbonitore delle folle o dimostratore dei prodotti della Tupperware e atteggiamento di uomo che cavalca l’onda evolutivo-ministeriale, che gli porterà in tasca un po’ di quattrini aggiuntivi al suo stipendio di dipendente statale frustrato.
Attorno a me un’orda di insegnanti di sesso femminile in grande tenuta di maestre con tailleur o pellicciotto poco ecologico e filo di perle quando andava bene, tutte impettite e odorose di stantio che mi ricordavano tutte la mia maestra della scuola elementare, che ai miei tempi ce n’era una per classe, oggi invece ce ne sono minimo tre. Tre giorni di delirio puro. Tre giorni in cui dei concetti semplicissimi sono stati enunciati in una lingua così aulica che io sono ritornato al mio lavoro convinto di non saper parlare l’italiano. Infatti io gliel’ho detto ai miei alunni: ragazzi, guardate che vi state sbagliando, il vostro maestro la lingua mica la conosce.
Ora, seduto sempre sul mio divano accanto alla finestra, mi rileggo l’intervento del professor Linguetti cercando di capire se c’è qualcosa che mi è sfuggito, armato del mio fedelissimo Devoto-Oli, che magari lui qualche risposta sa darmela.
“…la riforma presuppone cambiamenti sostanziali, non risolvibili in un supplemento di conoscenze. Come leggiamo nel Profilo Educativo, Culturale e Professionale in uscita dal Primo ciclo, . Questo è il principale motivo per cui i docenti che aderiscono alla sperimentazione devono utilizzare un insegnamento nel quale chi insegna “ COGLIE LA PARTE NEL TUTTO E IL TUTTO NELLA PARTE (OLOGRAMMA),…”. I docenti dovranno utilizzare un approccio OLISTICO nel senso richiamato nelle indicazioni e nelle raccomandazioni, sia per quanto riguarda il versante epistemologico dei contenuti sia per il versante organizzativo: creare situazioni di apprendimento coerenti con il principio dell’unitarietà dell’apprendere, senza trascurare il PRINCIPIO OLOGRAMMATICO che coglie IL TUTTO NELLA PARTE, RICORDANDO SEMPRE CHE LA PARTE NON ESISTE SENZA IL TUTTO.”
Allora, caro il mio professor Linguetti, c’era bisogno di fare tutto questo giro di parole per dirmi che nella società in cui viviamo, velocissima e rapidissima nel creare e distruggere e mutare a suo piacimento senza tener conto della massa idiota e imbecille di cui anch’io faccio parte, le generazioni prossime e future hanno bisogno di un insegnamento totale in cui la matematica serve non solo a fare una semplice addizione fine a sè stessa, ma quella addizione serve anche a far quadrare il bilancio familiare a fine mese, oppure a stare attento a fare la spesa al supermercato per avere poi la possibilità di andare al cinema la sera oppure a mangiare un semplice gelato? C’era bisogno di parlare di ologrammi vari che io non riesco neanche a vedere le immagini nascoste, quelle magiche che devi avvicinare agli occhi strabici e poi, allontanandole lentamente, come per magia ti appare tutt’altro?
E io ai bambini che gli dico, che loro fanno parte di un ologramma? Ma se non sanno neanche che differenza passa tra sale grosso e sale fino? Ma se neanche hanno voglia di studiare, i bambini che frequentano la scuola di cui io sono uno degli insegnanti, sita in uno dei posti più malfamati della grande città, in cui la sera, se giri dopo le nove rischi di essere sparato alle gambe per sbaglio, oppure la mattina arrivano con qualche livido perché sono stati picchiati dal padre ubriaco? Che gli dico io a questi bambini che tra un po’ arrivano a scuola con la pistola? Che gli dico io a questi bambini che devi stare pure attento a scrivergli una nota sul quaderno da far leggere ai genitori, che sennò la mattina mi arrivano come tanti San Sebastiano?
LA SCUOLA CRESCE, PROPRIO COME TE.
A me, sinceramente, fa crescere qualcos’altro, la scuola…oltre alla rabbia dentro.

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DELIKATESSEN (24ore Clandestino) – 2 parte

Antonella Clerici amalgama gli ingredienti della pasta frolla salata per fare il pane con i ciccioli, insieme a quella rompicoglioni che le sta accanto, quella che ha una voce odiosa come lei e come quell’altro vecchiaccio pensionato che, ci ho fatto caso, durante la trasmissione si tocca sempre i testicoli o si aggiusta il pacco. Io mangio lo yogurt sempre stravaccato sul divano, il segaossa è nel pieno della sua attività a quest’ora, tocca con quelle sue manacce la carne cruda e nuda e me lo immagino quello che pensa lui, davanti a queste ignare casalinghe in periodo pre pasquale, il porco.
Sono tentato di lanciargli un coltello dalla finestra, da questa distanza lo beccherei senz’altro. Oppure vado sul tetto e gli butto una busta di piscio direttamente nel suo atelier pieno di gente all’ora di punta.
Le fossette ai bordi della bocca della Clerici mentre parla mi piacciono tantissimo, mentre parla e impasta e fa le pallette per i panini. È un po’ chiatta però è tanto simpatica, questa beniamina delle casalinghe, quelle che a mezzodì stanno abbioccate davanti alla tivvù compreso me e mia madre. Solo che a mia madre non gliene fotte un cazzo, a me meno di lei. Io la guardo perché non c’ho un cazzo da fare e non voglio fare un cazzo.
La mia migliore amica mi ha fatto un prestito di cinquecento euri, e ieri mattina sono andato in banca a depositarli. Una settimana fa mi hanno chiamato per dirmi, stimatissimo cliente, sono otto mesi che il suo conto vede solo numeri che diminuiscono, eppure le sue entrate erano considerevoli, cosa è successo? Come mai? C’è stato qualche problema? I nostri servigi non la soddisfano più? Io rispondo in un tono alquanto formale che ho fatto degli investimenti, che è tutto sotto controllo, non si preoccupi signora, signorina prego, mi scusi, vedrà che entro la settimana prossima ricomincerò a rimpinguare la pancia delle vostre casse, allora la aspetto, vogliamo fissare un appuntamento? No grazie, brutta troiona, potrei sodomizzarti schiacciandoti la testa contro il muro, poi mi telefoneresti in continuazione per ripetere ancora questo amplesso immaginifico che dopo di te, lo sai, nessuno riuscirà mai più a soddisfarmi.
Così sono andato in banca e per entrare ho dovuto mettere nello sportellino soldi, cintura con borchie in metallo di quando eravamo tutti punk, il portatile pc, le chiavi e anche le scarpe con punta di ferro che suonava in continuazione l’allarme e mi risputava fuori, ecchecazzo! voi mi conoscete, ogni volta la stessa trafila. Per fortuna in banca non ci vado mai. Allora entro dentro questo siluro dai vetri trasparenti e la vocina mi dice: guardare dritto nella telecamera fino a che il viso non appare sullo schermo. Mettere il dito che più vi piace per il riconoscimento delle impronte digitali sull’apposito sensore. Attendere prego. Operazione conclusa. Grazie. Al che, entrando finalmente nella sala, mentalmente mi chiedo se siamo ancora nell’anno corrente, oppure ci troviamo nel futuro e io non me ne sono accorto…sembra di stare in uno di quei film tipo Blade Runner o Minority Report o nelle pagine di Nathan Never. Il signore che mi precede mi guarda dalla testa ai piedi, proprio ai piedi che sono con i calzini si, ma senza scarpe. E si fa una risatina. Cazzo ti ridi imbecille, gli dico mentalmente, sorridendo mentre lui mi guarda serio dopo che ha incrociato il mio sguardo eloquente, uno di quegli sguardi che devono avere i serial killer quando incontrano la loro prossima vittima. Così si gira e non ci pensa più, insieme a tutti gli altri deficienti in fila, imbarazzati dai miei piedi poco vestiti.
Il cassiere è sempre lo stesso, da quando mi servo di questa banca è sempre lui. Gli altri possono cambiare ma lui rimane sempre, con i baffetti, gli occhiali, e questo riporto unto e imbecille di capelli che farebbe meglio a tagliarseli e buonanotte. Gli mostro l’assegno. Lo giro con una firma che quello rimane a guardarla un po’. Il numero del suo conto prego? Mi dispiace ma non me lo ricordo. Ed è inutile che ridi, chiedimi il nome e cercalo, che sei pagato anche per fare questo, gli dico mentalmente. Non c’è problema, il suo nome prego? Il mio nome. Nato a? Nato a… il. Scorre la lista, arriva al mio conto, lo guarda, mi guarda. Prende l’assegno, ne taglia l’angolo, lo passa in una macchinetta che mi sono sempre chiesto a cosa servisse, segna l’ammontare sul computer, mi guarda ancora, sorride, sorrido. Mi guarda ancora mentre aspetta la ricevuta dalla stampante. Con i gomiti si appoggia sul bancone.
– Io ti conosco da tanto tempo, mi vuoi dire cosa ci fai con i soldi?
Guardo dietro di me. Non c’è nessuno. Appoggio i gomiti sul bancone come lui. Sento il suo alito puzzolente da dopo caffè stantio.
– Mi faccio i cazzi miei, stronzo! – in tono pacato e gentile. Mi distacco da lui. Lui rimane così, che forse non se l’aspettava ma sti cazzi, io riprendo la mia posa dritta e il sorriso tranquillo. Lui mi dà la ricevuta. Io la prendo. La ringrazio, arrivederci. E me ne vado osservato dagli altri clienti che prima guardavano i piedi e ora non li guardano più, mi guardano per intero ora.
Di nuovo nel siluro cyberpunk, all’uscita c’è la guardia giurata e giuro a me stesso che se si avvicina e mi dice qualcosa, prendo la cintura e mentre la infilo nei passanti dei pantaloni, gli spacco i denti con la fibbia e lo lascio lì, magari gli incastro la testa nella porta elettronica del siluro con la vocina guardare dritto nella telecamera fino a che il viso compare sullo schermo bip infilare un dito qualsiasi per il riconoscimento delle impronte digitali sull’apposito sensore bip…Ma io le braccia gliele lascio fuori, gliele…
Sorrido anche a lui mentre mi rivesto. Anche lui mi sorride, divertito dalla cosa dicendomi: che ci vuoi fare, basta che mettono i computerini…!
Io non sono violento ma questa volta ti sei salvato, bello. E io, quando mi sveglio con il cazzo storto, come dice la mia amica, sono pericoloso.

Con il cappotto grigio e il portatile nella destra, ma chi mi credo di essere? I carabbinieri hanno parcheggiato la loro bella volante sul marciapiede, proprio davanti al portone, e io non ci posso passare. Divieto di sosta. E lo so dove stanno, nel segaossa amico loro a dire cazzate invece di difendere la patria dai clandestini extracomunitari rapinatori, o aiutare le vecchiette ad attraversare la strada.
È una bella giornata.
Scianga sta seduto sulla sua automobile. Con le stampelle devi uscire, lo vuoi capire si o no che devi uscire con le stampelle che l’altra volta ti ho dovuto raccogliere da terra, non te lo ricordi? E stai sicuro Scianga, che la prossima volta non ti raccolgo, anzi, ti lascio lì e ti passo pure sopra, e se c’è la mia amica mi faccio pure fare una fotografia tipo cacciatore con la sua preda, con il piede appoggiato sul tuo costato. Quanto mi fai incazzare…proprio non ti vuoi bene? E a me non ci pensi che mi fai spaventare quando ti vedo steso per terra che mi sembri uno scarafaggio che tenta di rovesciarsi sulle zampe e non ci riesce?
Scianga si fuma la sua sigaretta, storpio sul cofano della sua automobile bianca. Scianga mi guarda mentre guardo lui e non gli dico niente, neanche buongiorno ti dico stamattina, Scianga. E la prossima volta che ti trovo per terra, Scianga, ti lascio lì. E Scianga mi guarda e non dice niente mentre entro nel segaossa dopo aver graffiato la fiancata della volante con la chiave del portone, e mi spiace dover interrompere i vostri discorsi senza dubbio interessanti e molto importanti, se avete lasciato la vostra volante sul marciapiede davanti al portone deve essere senza dubbio urgente, ma io non riesco a passare e devo ritirarmi nel mio appartamento, grazie.
Ed ecco che si avvicina lui, il più grosso, strafottente carabbiniere dalle fasce rosse laterali senza cappello, non lo sai che non puoi stare senza cappello o con la divisa in disordine se sei in servizio? Perché tu adesso mi stai dicendo che sei venuto a fare una notifica al qui presente segaossa, quindi sei in servizio e io devo stare attento al mio fornitore di carni perché voi state mattina e sera qua dentro, a fare notifiche al segaossa qui presente…Vediamo di mantenere la calma, e intanto alzi il tono della voce perché sei un carabbiniere ma la tua divisa è in disordine, te lo faccio presente e tu ti innervosisci di più perché tu sei nel pieno esercizio delle tue funzioni, quindi io devo stare attento, anche lei sig. carabbiniere numero di matricola XXX, perché se lei è nell’esercizio delle sue funzioni dovrebbe uscire da questo segaossa qui presente e dovrebbe essere sulle strade, rombante, a preservare il suol natìo da atti vandalici e criminosi, e non parcheggiato in divieto di sosta laddove non è concesso neanche ai tutori dell’ordine a meno che non siano in stato d’emergenza, e non credo che quattro chiacchiere con il qui presente segaossa siano un emergenza.
Rapido movimento della mano sulla fondina, e il segaossa qui presente fa il paciere.
– …dai su! Ha ragione il ragazzo, abita di sopra, vi vede tutti i giorni. Dai su, fate i bravi!
Ebbravo segaossa, mi sei piaciuto. E il carabbiniere fa dietro front che io non mi sono neanche spostato. Così, esco dal sega ossa qui presente e passo stringendomi tra la volante sfregiata e il portone. Scianga storpio sta ancora lì, Michele il pazzo si è avvicinato incuriosito alla scena. È un mondo difficile, gli faccio a Scianga, mentre il fresco e umido portone mi risucchia nel suo ventre.

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SERIAL KITCHEN – 7 PUNTATA

13. PATATE MANTECATE

– Sig. S. buonasera. Mi ha fatto chiamare?
– Ah…lei è lo chef! Venga, si accomodi pure. Posso offrirle un bicchiere di vino?
– La ringrazio, ma io non bevo mai quando lavoro.
– Allora vuol dire che recupera tutto insieme quando non lavora…scherzo! Ma lei è così giovane, quanti anni ha?
– Quasi trenta.
– Non li dimostra, sa? Davvero. E comunque volevo farle i complimenti, bravo davvero. Lo vede? Sono commosso… le sue patate mantecate… mi hanno ricordato mia madre… mi hanno fatto tornare a quando ero bambino… grazie davvero!
– Sono molto onorato, sig. S. Questo è il più bel complimento che abbia mai ricevuto.
– Non è un complimento, è qualcosa di più! Vede? Sto piangendo…grazie…
– Sono senza parole… ritorno in cucina… le auguro una buona serata.
– Grazie, buon lavoro. Ah! Qual è il suo nome?
– Barberi.
– Non lo dimenticherò!

– Aò, il sig. S. s’è messo a piagne.
– Davvero!? E perché?
– Per le patate. Dice che gli ricordano sua madre.
– Anvedi sto cojone…davvero?
– Eh!
– Mah!
– Boh… beato lui che se l’è magnate le patate. Io è da stamattina che non mangio un cazzo!

“Il mio primo pensiero fu che fosse un pervertito…
ma subito rammentai a me stesso che è qualcosa di assai peggiore:
è un assassino spietato, nonché – come mi ricorda spesso – un grande chef”.

David Madsen – Confessioni di un cuoco eretico

14. LE ULTIME BOCCATE DI ARIA FRESCA

La mensa è meglio che non ne parliamo. Mentre gli altri salgono su, Barberi scende nell’altra cucina a preparare da mangiare ai gatti, spezzatino di pollo con peperoni. Pure disossato gliel’ha fatto, con il rosmarino fresco. E pensa che loro mangiano meglio di lui. Versa tutto dentro una bacinella ed esce fuori. È bellissimo vederli tutti lì in fila e appena lo vedono, corrono da tutte le parti e si saltano addosso e si aggrappano al suo grembiule…non sembrano gatti ma cavallette un po’ cresciute. Li guida con il fischio fino al solito punto, lontano dall’entrata di servizio che sennò poi comincia la solita solfa che i gatti sono molesti. Ma sarete molesti voi, non i gatti! Lascia tutto lì, distribuisce carezze e respira una delle ultime boccate di aria fresca prima di rientrare in cucina.
Per fare questo sale dalla scala antincendio, così entra dal retro e si ferma davanti all’oblò per vedere i ragazzi dentro che sgambettano e finiscono di sistemare la linea per il servizio. Visti da lì, sembrano personaggi di un film guardato da un posto per privilegiati, oppure come sbirciare dal buco della serratura.
Entra in cucina. Sistema sul pass il piattino con il campanellino regalo di Molinaro e il pennarello blu per cancellare le suites sulle comande. La radio è già accesa, Morgan e le sue Canzoni dell’Appartamento.
– Però, siamo in sei stasera…- fa Barberi rivolto agli altri.
– Infatti, volevo dì se stasera ce possiamo distribuì meglio, che dici sciefff! – gli dice Saulle con quel suo accento strano accentuando la parola chef, che lui lo sa che Barberi non vuole che lo si chiami così.
– Allora, Miluzzi e il Punk ai primi, Stefoni antipasti e dessert, e tu…- rivolgendosi a Saulle – con me ai secondi che ti faccio fare un culo così che ti ho beccato a fumare in ufficio…
– Ma pcchè? E che ci stavo solo io a fumare? Marooooooo…pure con te ai secondi…tu mi fai fare un culo bestiale…e Miluzzi? Perché Miluzzi niente?
– Perché scusa, Miluzzi non si farà il culo ai primi? E poi al Miluzzi ci penso io stanotte…
– Infatti, se non me sto attento a questo, ‘na notte me lo trovo dentro ar letto! – fa eco Miluzzi.
– E io che faccio? – fa Cotugno.
– Facciamo così, tu stai ai secondi con Saulle e io mi metto al pass. Poi faccio qualcosa per la Gassier durante il servizio.
Si apre la porta della sala.
– Maestro buonasera!
Eccolo Renzo, con la sua bella faccia da cazzo e il suo sorriso odioso, ma l’unico che riesce a proporre ai clienti i piatti più strambi e curiosi del menù, l’unico richiesto da tutti i clienti per la sua dote affabulatoria fuori dal comune.
Lo guardano tutti dalla testa ai piedi. Le sue scarpe dalla suola bucata fanno ridere, il suo sorriso senza denti da un lato…

– Allora come vanno le cose, chef? Tutto pronto per la Gassier? Immagino di si, guarda che squadrone stasera!
Così esordisce Renzo, preludio di una serata battagliera. E c’è dell’ironia nella sua voce, come sempre. Un’ironia mal celata che comincia a indisporre tutti quanti. I ragazzi sono nervosi, come tutte le sere. Prima del servizio serale c’è sempre quell’adrenalina sospesa nell’aria che rende tutti quanti schizzati. Le mani cominciano a muoversi a ritmo della musica, i passi si fanno più veloci e si attende la prima comanda, quella che darà il via alla serata.
– Tutto bene, Renzo, tutto bene. Immagino tu voglia sapere quale sarà il menù, no? Per la mise en place e per i vini.
– Sei un grande, non per questo ti chiamano Maestro!
– Ma che sta’ a dì, ma statte zitto, statte – gli fa eco Miluzzi mentre mette il sale nel bollitore.
E Barberi si gira a guardarlo, con lo sguardo gli fa cenno di smetterla, prima che la cosa degeneri perché se conosce bene Renzo…
– Senti, ma che qualcuno ti ha interrogato? Perché non controlli con il dito la temperatura dell’acqua, che è quello che sai fare meglio? – lo provoca Renzo.
– Vabbè, che ne dite di smetterla tutti e due? Questo è il menù – e gli passa il fogliettino e lui se lo legge muovendo le labbra, come per farselo rimanere bene impresso in mente. Quando ha finito lo ripassa a Barberi, guardandolo con un’aria di soddisfazione. Lo chef lo appende al muro con il nastro adesivo e gli chiede:
– Che ne dici? Si può fare?
– Certo che si può fare! Sai la signora come sarà contenta, poi sarà con un ospite quindi, dobbiamo fare per forza bella figura. Che dici, per l’abbinamento dei vini ci penso io?
– Se ti va, puoi anche chiedere al maitre. Il menù mi sembra un po’ complesso.
– E che ti credi che io non ne sono capace?
– E’ giusto per avere un confronto, no? Poi fai un po’ come ti pare, basta che gli abbinamenti li fate giusti.
– Ma lo sai tu il maitre com’è, non è che gli interessi più di tanto…vabbè, mò vediamo.
E va via sgambettando con quelle scarpe consumate.
Il Punk sta sistemando le ultime cose, Barberi si avvicina allo stereo e mette un cd di Photek, drum’n’bass spinta, giusto per entrare un po’ con la ritmica nel servizio.

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LA CIAMBELLA ALLO YOGURT DI MARIA LAURA

Per le persone che conosco Maria Laura è molto famosa. Per alcuni clienti lo è per la sua Minestra di Tubettini e Patate con alloro che per un certo periodo ho proposto in un ristorante in una versione un po’ più moderna. Oppure per il suo Ragù di Polpo che poi ho fatto mio rivisitandolo (anche lui come la Minestra di Patate). Per i miei amici è famosa per le cose che preparava da mangiare quando tornavo dalle mie stagioni altrove, e mi ritrovavo a casa mia con loro…quelli di sempre: tavole imbandite di ogni ben di Dio, cibi semplici e gustosi! I vicini di casa sono sempre andati da lei per avere consigli, oppure lei chiedeva loro delle ricette e poi le modificava. Per i miei colleghi è famosissima perché io continuo a raccontare che se non ci fosse stata la sua buccia di limone per la crema pasticcera, io a quest’ora nella vita avrei fatto altro.

c’è una cosa che non riesco proprio a concepire: come diavolo fa a far venire bene la sua ciambella allo yogurt!

Maria Laura è molto più di una musa ispiratrice, è una certezza incrollabile per me, quando non ne posso più di tutto quello che mi sta intorno, mi rifugio da lei nella sua cucina (ma a lei questo non l’ho mai detto…forse pensa che io lo faccia semplicemente perché sono suo figlio).

C’è una cosa però  che non riesco proprio a concepire e che mi tortura: come diavolo fa a far venire bene la ciambella allo yogurt!
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Antonio Bufi

Antonio Bufi nasce in quel di Molfetta, una ridente cittadina che si affaccia sull’Adriatico, una manciata di anni fa. Dopo aver provato a far volare dal balcone aeroplanini fatti con i fogli su cui scriveva i sui pensieri imberbi, rimane folgorato come Paolo sulla via di Damasco dalla buccia di limone che sua madre usa per la crema pasticcera...

Valentina Pelizzetti

Valentina Pelizzetti nasce in quel di Torino, una verde cittadina attraversata dal Po, pochi anni dopo Antonio. Dopo aver sognato invano di essere la Carla Fracci de' noiartri si scrive ad architettura...